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da: roversi

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L’ultima volta del Gaggina

Dopo quasi due anni dall'uscita del romanzo doveva succedere: venerdì sarà (credo) l'ultima volta che presenterò L'ira funesta (Rizzoli) . Succederà in occasione della rassegna Frontiere letterarie. L'incontro si svolgerà presso la biblioteca comunale di Guanzate (Co) in viale delle Rimembranze, 3 alle ore 21. Per l'occasione verrà proiettato anche il cortometraggio tratto dal romanzo […]

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da: cocomeraio1

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Veronese: La Forza Del Brand

artCome molti, ho studiato Storia dell’Arte per tre anni quando ero al Liceo. Un paio d’ore la settimana, mi par di ricordare… E ricordo che, vista dal Ginnasio, l’idea mi piaceva proprio tanto – in una maniera che, me ne rendo conto adesso, era alquanto fumosa. Non sapevo di preciso che cosa aspettarmene ma, persino a quindici anni, non avevo dubbi sul fatto che una materia il cui nome comprendeva la parola “storia” dovesse essere interessante…

E invece magari qualche dubbio avrei fatto bene ad averlo.

Per tre anni, un paio d’ore alla settimana, quel che si sentiva spiegare, leggeva e studiava, erano infinite descrizioni di scultura dopo scultura, quadro dopo quadro – sempre con qualche enfasi sull’interpretazione sentimentale delle singole opere. Era carino, ma non era interessante.

Man mano che procedevamo notando espressioni dolcissime, gesti drammatici, panneggi morbidi, colori intensi and stuff, mi rendevo conto che le cose che avrei voluto sapere erano altre. Perché scolpivano, costruivano, dipingevano in quel modo? Quali erano le loro influenze – generali e personali? Chi erano i committenti? Perché volevano quel tipo di opere? Sulla base di quali esigenze? A che scopo? Che tecniche, che materiali si usavano? In che modo? Come si riflettevano sull’arte i grandi cambiamenti, le grandi scoperte, le guerre, i crolli degli imperi? Che rapporti c’erano fra arte, scienza, economia, società? Che posizione occupava l’artista? Come si formava? Da quali basi partiva ciascun grande innovatore? Da dove saltavano fuori le intuizioni, le ribellioni…?

E invece no, niente da fare. All’inizio di ogni capitolo c’era un paio di pagine di contesto storico che a nessuno passava per il capo di spiegare o approfondire granché, c’era qualche cenno biografico sull’uno o l’altro artista e poi si ricominciava opera per opera, con i panneggi morbidi, e i colori intensi and stuff. Come se l’arte fosse un grazioso accessorio, appuntato lì dov’è un po’ per caso e un po’ per vago senso del bello. Come se esistesse per conto proprio, eterea e incontaminata. E magari a quindici anni non lo sapevo con estrema chiarezza, ma l’idea mi sembrava abbastanza irritante.

Morale, per tre anni di Liceo non sono mai riuscita a farmi piacere sul serio la storia dell’arte, né ho mai fatto faville nelle interrogazioni. Di sicuro avrei potuto – avrei dovuto – studiare di più, imparare panneggi, espressioni e colori, e poi magari approfondire per conto mio. Invece ero una ragazzina piuttosto impossibile, seppure a modo mio. Non contestavo quasi mai, ma mostravo la mia disapprovazione e il mio disinteresse navigando sul sette e ostentando un’aria di generale sufficienza… Sì, ero insopportabile. A posteriori, mi rendo conto che non strangolarmi è stato un atto di notevole tolleranza da parte dell’insegnante d’arte…

Anyway, poi sono cresciuta, e ho cominciato a colmare le mie lacune, e trovo molto gusto nel sentir bagolare di storia dell’arte come trovo che si debba. Per esempio, come fa questa sera Giacomo Cecchin per Borgocultura:

Veronese

Da dove saltava fuori il Veronese? In che mondo viveva? Come ci viveva, pensava, imparava, dipingeva? Come viveva della sua arte? In che modo questo ha influenzato la sua produzione? E già che ci siamo, che cosa è cambiato – o non è cambiato poi troppo – nei secoli? Arte, storia, economia, società, cultura, pensiero – tutto in un’unica, brillante confezione. Mica male, no?

I dettagli e la locandina da scaricare li trovate qui - e, se siete da queste parti, magari ci vediamo questa sera.

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da: acquaementa

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Voglia di Giappone: sushi e ikebana. Con Alessia Malverdi e Nicola Quirani

Voglia di Giappone: sushi e ikebana , è l’evento che ha portato al Centro Casalinghi dal Toscano un po’ della cultura e della cucina giapponese. Il tema quanto mai complesso

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1 ottobre 2014

da: Debora Troni

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Ferventi Preparativi – Mincemeat per le Mince Pies or Mincemeat

 

Dolcetto di pasta sfoglia con ripieno di mincemeat.
 Scroll Down for English Version

Non lasciatevi spaventare dalla lunga lista di ingredienti, questo concentrato di dolcezza è semplicissimo da preparare e renderà il vostro Natale memorabile.
L'origine di questo ripieno risale a molti secoli fa quando era tradizione mescolare frutta, carni, vini e spezie per farcire dei pasticci essenzialmente salati. Piano piano, con l'introduzione dello zucchero e degli alcolici, come il brandy, questa preparazione è diventata sempre più dolce, la carne è sparita dalla lista degli ingredienti rimanendo presente soltanto sotto forma di grasso di rognone in alcune versioni della ricetta. Noi comunque non lo utilizzeremo. Al suo posto metteremo del burro nella preparazione. L'unico svantaggio nell'utilizzare il burro è che, una volta freddato, il composto nei barattoli sarà un po' opaco ma riprenderà la sua brillantezza una volta cotto.
Con questo ricco ripieno si preparano le mince pies, minuscoli dolcetti della tradizione natalizia britannica che preparo tutti gli anni durante le feste e sono sempre ben accolti. Serviti con la crema inglese di Delia Smith  sono una delizia senza eguali.
Ho rivisitato una ricetta di Mary Berry ed ecco come ho preparato la mincemeat da conservare per i miei dolci di Natale.

Per 2 barattoli da 500 ml: 
  • 175 g di uva passa
  • 175 g di uva passa dorata
  • 175 g di ribes nero disidratato*
  • 175 g di mirtilli rossi essiccati
  • 1 manciata di albicocche essiccate
  • 50 g di bucce d'arancia candite
  • 100 g di frutta esotica essiccata (ananas, mango, papaia, fragole)
  • 1 piccola mela non troppo dolce, sbucciata e tagliata a pezzettini molto piccoli
  • 125 g di burro, tagliato a piccoli cubetti
  • 225 g di zucchero di canna muscovado chiaro**
  • 1/2 cucchiaino di cannella in polvere
  • 1 cucchiaino di mixed spice
  • buccia e succo di un limone non trattato
  • 100 ml di brandy
  • 3 cucchiaini di estratto di vaniglia
 
* Di difficile reperibilità in Italia, si può sostituire con pari quantità di un mix di uva passa e uva passa dorata.
 
** Esistono in commercio molte varietà di zucchero, questo tipo è un po' umido ma non troppo scuro, se non lo trovate sostituitelo con lo zucchero di canna muscovado scuro che però ha un sapore di caramello più accentuato.

In una pentola capiente versate tutti gli ingredienti eccetto il brandy e l'estratto di vaniglia. Mescolate bene e fate sciogliere il burro a fuoco basso. Fate poi prendere un leggero bollore al composto e fate cuocere per circa 10 minuti mescolando ogni tanto.
Togliete dal fuoco e una volta che il composto sarà freddato completamente aggiungete il brandy e l'estratto di vaniglia. Versate il composto in vasi di vetro sterilizzati e chiudete bene. Dato l'alto contenuto di zucchero questo composto si mantiene bene fino a 6 mesi se conservato in un luogo fresco e asciutto.

English Version

Don’t be scared by the long list of ingredients, this concentrated of sweetness is easy to prepare and will make your Christmas unforgettable.
The origin of mincemeat dates back many centuries when mixing fruits, meats, wines and spices was quite common to make savory pies filling. In time, with the introduction of sugar and spirits such as brandy, this preparation has become sweeter and sweeter, the meat has disappeared from the list of ingredients a part from suet that is used in some older versions of this recipe. However, we will not use it. In its place, I used some butter even if it has the disadvantage of giving a cloudy finish to the mincemeat once cooled. Not to worry though, the mixture will regain its shine once cooked. During the Christmas holidays I make mince pies using this rich filling and they are always greeted with joy. When served with Delia Smith’s traditional custard they are a treat like no other.
I revisited a recipe by Mary Berry and here's how I made the mincemeat to keep for my Christmas bakes.
 
2 x 500 ml jars:
  • 175 g of raisins
  • 175 g of sultanas
  • 175 g of dried black currant *
  • 175 g of dried cranberries
  • 1 handful of dried apricots
  • 50 g of candied orange peels
  • 100 g of dried fruits (pineapple, mango, papaya, strawberries)
  • 1 small cooking apple, peeled and cut into very small pieces
  • 125 g butter, cut into small cubes
  • 225 g soft light-brown sugar
  • 1/2 teaspoon ground cinnamon
  • 1 teaspoon of mixed spice
  • peel and juice of one unwaxed lemon
  • 100 ml of brandy
  • 3 teaspoons vanilla extract
 
 
* As they are hard to find in Italy, you can replace them with an equal amount of a mixture of raisins and sultanas.
 
Put all the ingredients in a large pot except brandy and vanilla extract. Mix well and let the butter melt over low heat. Bring to a simmer and cook for about 10 minutes, stirring occasionally.
Remove from heat and once the mixture is cooled completely, add brandy and vanilla extract. Pour the mixture into sterilized glass jars and put a lid on. Because of the high sugar content this mixture keeps well for up to 6 months if stored in a cool, dry place.

da: Il Diario di Paola

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Il nuovo calendario dei corsi di cucina

Finalmente è arrivato il nostro nuovo calendario dei corsi di cucina per autunno/inverno. Volete qualche anticipazione? "Zuppe, brodetti e umidi di pesce", "Gusto sano: quinoa, amaranto e grano saraceno", "Cioccolato d'autore" e "Profumi e colori della cucina siciliana". Ovviamente non ci siamo dimenticati dei più piccoli "Piccoli chef: golosi panini", "Piccoli chef: aspettando la notte di Santa Lucia" e quest'anno abbiamo una novità in più i corsi di preparazione per la selezione Junior chef.

Vi abbiamo incuriosito? Correte a leggere l'intero calendario.

Tutti i corsi di cucina possono essere acquistati o regalati anche attraverso il nostro eshop Mostarda e dintorni.



Tag:

Il diario di Paola
30 settembre 2014

da: Paolo Ongari

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RunIceland 2014




Quest’anno la mia avventura si è svolta in Islanda dove ho partecipato in Settembre alla ‘RunIceland’, una corsa in 5 tappe tra vulcani, ghiacciai e Geyser per un totale di 110km.


Reykjavik è stata scelta come luogo di ritrovo per tutti i partecipanti, oltre 19 nazioni rappresentate su un gruppo di 50 persone, un fantastico mix di culture ed esperienze.


Salutata la capitale è iniziato una viaggio alla scoperta dei fenomeni naturali che caratterizzano questo paese che sfiora i 66° N di latitudine. Geyser, cascate impressionanti, i ghiacciai, i vulcani e la dorsale medio oceanica, l’Islanda è un vero concentrato di elementi geologici spettacolari.


Tutto il gruppo di runner attendeva con trepidazione la prima tappa, un impegnativo anello di circa 18km e D+600m che si sviluppava nei pressi di un immenso ghiacciaio. Impossibile concentrarsi sulla gara quando si corre in un luogo del genere. Le soste per scattare qualche foto o ammirare il panorama sono d’obbligo. La seconda tappa ci ha portato a correre su una spiaggia in riva all’Oceano Atlantico, un percorso veloce di 10km, ma reso impegnativo dal morbido terreno nei pressi del mare. Mozzafiato il finale nei pressi del faro collocato su una rupe a precipizio sul mare.


La terza tappa di 18km ci ha riservato una sorpresa magica, pochi minuti dopo la partenza, correndo nei pressi del mare, ci siamo trovati di fronte alla carlinga di un vecchio aereo precipitato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il finale ci ha portato ai piedi di una cascata meravigliosa.

La sera prima della quarta tappa i volti dei partecipanti erano a dir poco tesi, l’indomani ci aspettava una maratona ed i 42km ricchi si sali scendi creavano qualche preoccupazione. Fin dal riscaldamento si capiva che ci saremmo ritrovati a correre in un paesaggio mozzafiato durante una giornata di pieno sole, cosa non frequente in Islanda. La pista sterrata ci ha accompagnato per tutta la tappa e ad ogni curva si apriva di fronte ai nostri occhi un paesaggio incredibile, caratterizzato da una miriade di coni vulcanici e sezioni di deserto roccioso dalle tonalità intense. Raggiungere la cima di un cratere vulcanico e rendersi conto che al suo interno c’era un lago di color turchese è stato sensazionale, per non parlare del piacere provato per essersi immersi nelle sorgenti d’acqua calda subito dopo la fine della tappa. Una vera botta di vita!


L’ultima tappa ci ha regalato le sensazioni da “ultimo giorno di scuola”, tutti avevamo nelle gambe la fatica della maratona, ma la voglia di completare anche gli ultimi 21km è stata una spinta ulteriore che ha permesso a tutti di raggiungere il traguardo felici e sorridenti.


Correre in questi spazi, ritrovandomi spesso solo col mio respiro affannato mi ha più volte emozionato a tal punto da commuovermi, un incontro faccia a faccia con una natura selvaggia, potente ed incontaminata.

Ora penso già alla prossima avventura, alterno corse al caldo con corse al freddo: prossima meta dovrà essere obbligatoriamente in un paese caldo!!



Su facebook a questo indirizzo trovate un po di foto.



da: roversi

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Le mie pillole di noir agli scrittori in onda su Premium Crime

Durante l'edizione 2014 del festival NebbiaGialla insieme ad una troupe di Premium Crime Mediaset abbiamo realizzato una serie di interviste che a me piace chiamare "pillole di noir". Ora, in occasione del lancio della nuova serie di Special Victim Unit, Premium Crime ha deciso di mandarle in onda in anteprima  utilizzato l'hashtag #AspettandoSvu15. Gli amici […]

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da: cocomeraio1

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Shakeloviana: Shakespeare In Love (A Teatro)

SilDel film avevamo già parlato, ricordate? E quando ad agosto vi ho accennato all’esistenza della versione teatrale… be’, diciamo che il discorso era meno teorico di quanto potesse sembrare.

As a matter of fact, la settimana scorsa mi sono precipitata a Londra (cinquanta ore compresi i viaggi) per vedere questo nuovo SiL al Noël Coward Theatre. E… ah!

Questo “ah!” corsivato e provvisto di punto esclamativo potete leggerlo come un enorme sospiro di soddisfazione, delizia, nostalgia, intensa felicità teatrale… Perché lo spettacolo è del tutto favoloso, con una regia elegante, spiritosa e piena d’immaginazione, scene, luci e costumi di una semplicità ed efficacia stellari, della meravigliosa musica in scena, una collezione di interpretazioni incantevoli, e un adattamento così intelligente e notevole da meritare un secondo lunedì shakeloviano tutto per sé.

Saggiamente, il regista Declan Donnellan e l’autore Lee Hall non hanno cercato di replicare il film. Hanno preso la deliziosa sceneggiatura di Stoppard&Norman e l’hanno… riportata a teatro. Ed è vero, tecnicamente non era un ri-portarla affatto, considerando che SiL è nato per il cinema – ma è straordinario vedere come, su un palcoscenico, questa storia abbia l’aria di essere tornata a casa, e cambi, e diventi qualcosa d’altro.

Qualcosa, a mio timido avviso, di assolutamente perfetto. Qualcosa che sposta sottilmente il baricentro della storia – in una maniera che a me piace oltre ogni dire. Perché gli ingredienti sono più o meno gli stessi – il giovane Will con il blocco dello scrittore, la bella Viola che vuole poesia, teatro & amore, un affannato Henslowe, la rivalità tra compagnie, lo spregevole Lord Wessex, Romeo e Giulietta…

Ma diventa subito chiaro che sulle tavole di un teatro, dove tutto è più vero e più finto al tempo stesso, le cose sono ben diverse. Fin dall’inizissimo, quando il Will di Tom Bateman tenta disperatamente di comporre il sonetto 18 – e non va da nessuna parte. Fin dalla prima… be’, no – dalla seconda apparizione di una Viola che meno eterea non si potrebbe (Lucy Briggs-Owen). Fin da quando Marlowe (David Oakes) si dimostra capacissimo di poetare senza l’ombra di una musa. Sil2

Ecco, Marlowe.

Alla fin fine, la chiave di volta della diversità dell’adattamento è Kit Marlowe. Il suo ruolo è notevolmente allargato rispetto al film. Kit è l’amico e il confidente di Will, il cyrano ironico che gli suggerisce parte del sonetto 18 sotto il balcone di Viola, è il punto fermo la cui perdita fa maturare il ragazzo – e alla fine è il fantasma che rimette tutto in prospettiva. E la prospettiva, a differenza del film, non è quella della storia d’amore, ma quella del teatro.

Il finale del film è incentrato su Will e Viola, e il loro amore perduto – e il teatro diventa una specie di palliativo per i guai della vita. Questo altro finale è incentrato su Will e Kit, e il teatro – che alla fine è quello che conta per entrambi, e che si nutre della vita.

E così, alla fin fine, questo SiL è teatro nel teatro sul teatro. Un omaggio all’arte confezionato in modo adorabile, con una delle più attraenti e soddisfacenti interazioni Shakespeare-Marlowe che mi sia capitato di vedere. E c’è persino la giga finale…

E non so voi, ma per quanto mi riguarda, non si può volere molto di più.

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da: acquaementa

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Gli indispensabili in cucina: la casseruola

#gliindispensabiliincucina Descrizione a cura di Gianfranco Allari Casseruola: recipiente per la cottura di forma cilindrica con diametro che varia dai 10 ai 6   0 cm, fornito di un manico o

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29 settembre 2014

da: cocomeraio1

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Emilia

EmiliaPerché l’altro giorno a Londra, al Victoria & Albert Museum, a un certo punto mi sono trovata davanti alla miniatura di Nicholas Hilliard che potrebbe essere l’unico ritratto esistente di Emilia Bassano – forse la Signora Bruna dei Sonetti.

E perché le cose cominciano a ad avviarsi in modo molto soddisfacente per L’Uomo dei Sonetti – vi farò sapere.

E perché sono un tantino… come dire? Shakespeare-lagged. E anche Marlowe-lagged. Anche di questo parleremo.

E perché mi piace la voce di Tom Hiddlestone.

E buona domenica a tutti.

E, se passi di qui, buon compleanno, P.

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