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da: Sergio Marcheselli

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Concorso Artistico Internazionale “Amico Rom”, vince Valdemar Kalinin

Il poeta bielorusso Valdemar Kalinin (in foto) è il vincitore assoluto del 23^ Concorso Artistico Internazionale "Amico Rom". Il premio Phralipé è andato a Vittorina Castellano di Pescara e al cantautore, giornalista e scrittore Enrico Nascimbeni per il suo impegno contro il razzismo, la xenofobia e la persecuzione delle minoranze etniche. Da segnalare il conferimento del diploma d'onore alla mantovana Maria Lucia Ferlisi. La cerimonia di premiazione si terrà a Teramo il prossimo 15 dicembre dalle ore 18 nella Sala Polifunzionale della Provincia di Teramo, l'ingresso è gratuito. Di seguito la classifica del 23° Concorso Artistico internazionale “Amico Rom"

Vincitore Assoluto del 23° Concorso Artistico Internazionale "Amico Rom", Premio Presidente della Repubblica Italiana: Valdemar Kalinin (Bielorussia)

Premio Phralipé 2016: Enrico Nascimbeni (Milano), ex aequo Vittorina Castellano (Pescara)

Premio alla Carriera 2016: Luminita Mihai Cioaba (Romania)

Premio Attilio D’Amico: Alia Krasnici(Kossovo) ex aequo Nicoletta di Gregorio (Pescara)


Categoria A, poesia in lingua romaní
1° Maja Jovanovic (Serbia)
2° Mana Salem (U.S.A.) ex aequo Agim Saiti (Jugoslavia)
3° Jovanovic Rajko -Ranko (Serbia)

Categoria B, poesia in lingua italiana, inglese, francese e spagnola)
1° Fabio Strinati (Esanatoglia – MC)
2° Tiziana Monari (Prato)
3° Mario Bolognini (Roma) ex aequo Maria Denise Spinelli (Roma)

Categoria C, racconto breve inedito
1° Caterina Romano (Arezzo)
2° Deschamps Laurence (Padova)
3° Douglas Wikkerink (Finlandia)

Categoria E, racconto o romanzo inedito
1° Josef Anfang (Germania)
2° Yanko Tahirba (Olanda)
3° Filippo Giannetti (Torino)

Categoria F, monografia inedita
1° Oriana Rossetti (Venezia)
2° Elena Tafuri (Milano)
3° Antonio Boccuzzi (Asiago)

Categoria G, disegno
1° Ludmila Grigoricenko (Ucraina)
2° Douglas Wikkerink (Finlandia)
3° Peter Kurta (Lituania)

Categoria H, fotografia
1° Maurizio Leonardi (Francia)
2° Marco Spada (Inghilterra)
3° Louise Ondrux (U.S.A.)

Categoria I, pittura e scultura
1° Carla Cerbaso (Francavilla al Mare)
2° Behar Heinemann (Germania)
3° Dejan Borisla (Ungheria)

Categoria L, raccolta di poesie
1° Bernardo Carollo (Comune di Castellammare del Golfo -TP)
2° Heredia Carmona Guillermo (Spagna)
3° Hornakova Diana (Ungheria)

Categoria M, racconto edito
1° Maurizio Benedetti (Tricesimo -UD)
2° Terrazas Joaquín (Spagna)
3° Remigiusz Juszczak (Polonia)

Categoria O, monografia edita
1° Hedina Sejdic (Germania)
2° Maria Natalia Iiriti (Bova Marina -RC)
3° Gjunes Bajramov (Macedonia)

Categoria P, musica edita
1° Fazlievic Nadire (Macedonia)
2° Andrea Volpini (Perugia)
3° Taraf de Colibita (Romania)

Categoria Q, video e film
1° Bob Entrop (Paesi Bassi)
2° Daniela Rusnokova (Slovacchia)
3° Garella Pierfilippo (Vercelli VC)

Diplomi D'Onore
Brahim Osmani (Serbia), Adele Bevascqua (Latina), Adolfo Sergio Omodeo (Padova), Giuseppe Mandia (Corciano -PG), Stephen Anfang (Germania), Eric Roux-Fontaine (France), Ferlisi Maria Lucia (Curtatone -MN), Ademe Jousephe (Austria), Irmalisa Vandetti (Varese), Erika Milovanovic (Croazia), Fernanda Amador (Brasile), Demetra Palinson (Ungheria), Nicolaus Adamowicz (Ungheria) Adam Vasiliy (Ucraina), Antonio Croce (Milano), Armando Bettozzi (Roma), Biondi Ciro (Pozzuoli -NA), Carmela Gabriele (Roma), Casale Tommaso (Roma), Cherepovskiy Petr (Ucraina), Cinzia Lo Basso (Molfetta -BA), De Rose Antonio (Cevoli PI), Di Leo Giuseppe (Bari), Di Marco Alfredo (Capaccio Scalo SA), Farnetti Walter (Oriolo Romano VT), Federica Duras (Roma), Garrido Castro Juan Antonio (Spagna), Gertrude Nardelli (Latina), Grygorichenko Yosyph (Ucraina), Lhristova Sofia (Bulgaria), Licia Antonielli (Reggello -FI), Miotto Rita (Pordenone), Niccolò Matcovich (Roma), Nicholas Caporosso (Bari), Nicola Telloli (Albano terme -PD), Paola Marozin (Bassano del Grappa -VI), Petrossi Raffaella (Casoria NA), Pettineo Calogero (Moncalieri -TO), Pietro Baccino (Savona), Repaire Virginie (France), Rieker Yvonne (Germania), Sangervasio Antonio (Roma), Scordino Rita Claudia (Vigevano), Serena Zugna (Settimo Milanese), Shefit Mejdani (Albania), Sidonia Manghi (Jesolo Lido -VE), Vanes Ferlini (Imola -BO), Verdina Walter (Fosdinovo - MS).
7 dicembre 2016

da: laclarina

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Oh, Questa Tosse…

ViolettaSarà forse perché da mezza settimana tossisco come un mantice che sono spinta a ruminare di tubercolosi in letteratura? Ovviamente non ho la TBC – solo l’ennesima bronchite – ma bisogna dire che l’effetto sonoro sia quello, perché la famiglia mi chiama Violetta…

In realtà la famiglia potrebbe chiamarmi con un sacco di altri nomi - e adesso procedo a dimostrarvelo – ma è innegabile che la prima eroina tisica che viene in mente sia lei: la donna perduta Marguerite Gauthier, la Signora delle Camelie di Dumas figlio, cambiata in Violetta Valery all’opera (suppongo per comodità prosodico-musicale?), che si redimerebbe volentieri al fianco del bravo ragazzo Alfredo, ma poi ci si mettono di mezzo una sorella pura siccome un angelo e la tosse fatale per procurare il tipo di finale strappalacrime che tanto bene funziona* a teatro – lirico e di prosa.

E quindi, quando nella Bohème Mimì comincia a tossire, capiamo presto che sarà bene preparare i kleenex prima del finale: lo sappiamo tutti che le soffitte sono fredde e malsane, e qualcuno dovrà pur lasciarci le penne. Il candidato ovvio è la tenera fanciulla – di nuovo tra le braccia del tenore, di nuovo dopo un rapido e musicale episodio di quella cosa romantica – la spes tisica, l’ultimo colpo di energia che coglie(rebbe) il malato prima della morte.

Vi dirò, credevo che fosse proprio vero, ma mi si dice che la spes tisica potrebbe essere una delle tante leggende romantiche che circondano il mal sottile. Opera e romanzi hanno costruito l’idea che si tratti di una fine poetica, il genere di cose in cui qualcuno d’interessante si fa pallido, tossisce assai, s’indebolisce, perde un po’ di sangue dalla bocca (cercando sempre di nasconderlo in un fazzoletto che poi viene scoperto), tossisce ancora, può svenire una volta o due – ma questo è opzionale – ha l’impressione di star meglio e poi reclina la testa sulla spalla… Scene di dolore da parte dei superstiti affranti, buio, sipario, applausi.Smike

Più o meno così, ne I Miserabili, muore Fantine, ragazza perduta e madre di Cosette, provvedendo il protagonista di una figlia adottiva. In Dickens mi vongono in mente un paio di casi maschile, Richard Carstairs in Casa Desolata, e il povero Smike, cugino illegittimo di Nicholas Nickleby. Richard in realtà è uno di quei personaggi un nonnulla irritanti – ma a voler vedere, Smike è piuttosto simile a Fantine nella quantità di sventure che i rispettivi autori accumulano sul capo di ciascuno, con la tisi a titolo di ciliegina sulla torta – e per essere cinici, non c’era nessuna utilità per Fantine viva o per Smike vivo. Direi che si possono diagnosticare tranquillamente due casi di tbc narrativa…

Curiosamente, la faccenda si fa più cupa con Kipling, in Rewards And Fairies, che dovrebbe essere una raccolta di racconti per bambini. Ma Philadelphia, giovane figlia di un gentiluomo inglese in tempi di guerre napoleoniche, non sa che la sua tisi è incurabile e che diventerà presto difficile da sopportare. I due piccoli protagonisti, Una e Dan, intuiscono la verità dalle mezze parole e dall’angoscia del giovane medico francese prigioniero di guerra che di Philadelphia è innamorato e che non può fare nulla per lei – se non lasciarla nella sua illusione di guarire presto da quella tosse così fastidiosa.

RalphE si capisce che nessuna malattia sarebbe davvero interessante dal punto di vista letterario se non tendesse ad avere conseguenze fatali. Diciamola tutta: a chi importa un bottone della bronchite? Henry James appiccicava spesso la consunzione ai suoi personaggi, perché era stato traumatizzato dalla morte dell’amatissima e poco più che ventenne cugina Minnie Temple, e perché una lenta condanna è sempre un device narrativo pieno di possibilità. Così Milly Theale, la protagonista de Le Ali Della Colomba, deve parte del suo fascino e metà dei suoi problemi al fatto che sta morendo di tisi. E la candida, irreprimibile, socialmente disastrosa Daisy Miller diventa una figura tragica quando comincia a tossire, per il contrasto tra la sua natura esuberante e la sua caducità. Poi c’è Ralph Touchett, il cugino di Isabel Archer in Ritratto di Signora. Ralph è innamorato di Isabel, ma non si fa avanti perché è malato. Quando Isabel è colta dal dubbio di poterlo ricambiare, è un filino tardi – ma poco importa: noi lettori, meno distratti di Isabel, lo abbiamo trovato interessante per tutto il tempo.

Un altro che con il mal sottile andava a nozze era Dostoevskij: I Fratelli Karamazov, I Demoni, l’Idiota, Delitto e Castigo… qualcuno che tossisce c’è sempre. Ma d’altra parte, la TBC gli aveva portato via la madre e (forse) un fratello. Semmai è sorprendente che Charlotte Bronte, con la sua vicenda famigliare, faccia un uso così limitato della malattia. O forse, dopo avere perduto per tisi Branwell, Emily e Anne nel giro di pochi anni, non aveva più nessun desiderio di parlarne nei suoi romanzi. L’unico caso di consuzione di Charlotte lo troviamo in Shirley (scritto in buona parte durante la malattia di Emily): Caroline Helstone si ammala, ma poi si riprende, guarisce e prospera. E forse non è un caso che Caroline fosse un parziale autoritratto?KeatsSevern

Perché capitava anche di guarire, ma non succedeva spessissimo: per un Goethe, che sembra dover morire ragazzo e poi sopravvive e campa altri sessant’anni abbondanti, sono tanti a morirne. Malattia da poeti, si direbbe, se contiamo Catullo, Keats (e suo fratello), Rostand, Novalis, Leopardi (che aveva cantato la tisica Silvia), Eluard, Elizabeth Barret Browining, Schiller, Robert Burns, Guido Gozzano. E malattia da romanzieri, anche: mi vengono in mente Stevenson, Dashiell Hammet, Gorkij, Stephen Crane, Balzac, Checov, Kafka, Orwell, Maupassant, ma sono certa che ce ne sono molti altri. E i musicisti: Pergolesi, Stravinskij, Chopin**… E come potrebbe non essere un male romantico, quando ne muoiono tanti artisti?

In realtà non è affatto una bella fine, come si evince per esempio dalla dolorosissima e protratta agonia del Duca di Reichstadt/Re di Roma, lo sventurato figlio di Napoleone e Maria Luigia d’Asburgo, descritta da Francesca Sanvitale ne Il Figlio Dell’Impero.

Eppure…. Per diversi secoli la tisi è stata la Malattia, quella che colpiva indiscriminatamente in tutte le classi sociali*** , che condannava con scarse possibilità di appello, che uccideva lentamente, che si cercava di curare nei sanatori (La Montagna Incantata). Ma a differenza di quel che è accaduto in secoli diversi per la peste, per il colera, per la lebbra, per il cancro e per l’AIDS, invece di generare un alone di paura, orrore generalizzato e stigma sociale, la consunzione ha goduto di una sorta di nobilitazione artistica: la tisi era il male degli innamorati, dei ribelli, degli artisti, degli sventurati giovani e belli, di chi era caro agli dei… Clark Lawlor ha dedicato a questo fenomeno tutto un ponderossissimo e vagamente perplesso saggio. Letteratura e musica hanno ingentilito, quando non addirittura mitizzato, la percezione del mal sottile – al punto che il Giovane Poeta Languente e la Fanciulla Consuntiva sono diventati icone letterarie, e una tosse insistente (per non parlare di un fazzoletto macchiato di sangue) è un topos letterario inequivocabile. In un romanzo, a teatro o al cinema nessuno tossisce per caso: bastano un paio di colpi, e potete scommettere con ragionevole certezza che il personaggio non vivrà a lungo.

Ciò che, tra parentesi, mi rende al momento molto lieta di non essere il personaggio di un libro…

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* Dipende: nell’ultima Traviata che ho visto, Violetta era un pezzo di figliola e Alfredo un po’ esilino, tanto che all’ultimo atto prudenza registica ha voluto che la fanciulla collassasse tra le braccia non del tenorino, ma del più solido medico curante.

** In realtà, molti anni fa, un alunno di mia madre propose la sconcertante teoria alternativa che il poveretto fosse morto perché George Sand lo teneva sveglio di notte a comporre i Notturni.

*** Ciò che si riflette puntualmente in letteratura, con la malattia che colpisce del pari, seppure per diversi motivi, la ricca e bellissima Clarissa, lo scrittore middle class Edwin in New Grub Street e l’operaia Bessie di North and South.

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da: Sergio Marcheselli

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Mamiya RB67 Pro SD

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Altrove ho spiegato la mia esigenza di prendermi alcune pause dal digitale e “tornare” a fotografare in analogico, con una fotocamera a pellicola 35mm, una Nikon F6 per la precisione.

Ecco, poiché le scimmie tecnologiche girano sempre in coppia, ho pensato bene di alleggerire un poco l’attrezzatura analogica ed affiancare alla suddetta F6 una macchina più gestibile, meno ingombrante e pesante: la Mamiya RB67 Pro SD.

Sto scherzando, la RB67 non è grossa e pesante. Di più. Sono due chili, seicento grammi e rotti di metallo, vetro e plastica (poca). Ed è grande, cavolo se lo è.

E’ una fotocamera cosiddetta “medio formato” che utilizza le pellicole a rullino tipo 120 e 220 e con la quale è possibile ottenere negativi in formato 6×7 (il formato base) ma anche il 6×4,5 oppure il 6×8, senza trascurare (ammesso di trovarlo) il 7×7 su pellicola istantanea tipo Polaroid.

Inutile dirlo: volume e peso la “battezzano” come macchina da studio, ma se si è dotati di ferrea volontà e spalle buone, nulla vieta di portarsela in giro per paesaggi, tenendo in considerazione che è assolutamente necessario abbinarla ad un treppiede degno di questo nome e non una di quelle cineserie ballerine che troppo spesso girano attaccate agli zaini dei paesaggisti.

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Come è fatta? E’ il classico cubo modulare a cui devono essere collegati i diversi accessori indispensabili al suo funzionamento: l’obiettivo, un pozzetto che rivela lo schermo di messa a fuoco, un dorso porta pellicola; nel corpo sono contenuti specchio riflettente e soffietto che serve per la messa a fuoco. Sulla destra della fotocamera c’è la grande leva che serve per il riarmo del sistema specchio-otturatore ma, per avanzare la pellicola, occorre affidarsi ad una seconda leva che si trova sul magazzino pellicola; la messa a fuoco avviene attraverso due manopole (una per lato) che fanno avanzare un soffietto vicino al quale c’è una tabella che indica le distanze di messa a fuoco riferite agli obiettivi montanti in macchina ed il valore di compensazione da applicare in base all’estensione del soffietto; sulla parte anteriore c’è la piastra di aggancio delle ottiche (metallo puro, Deo gratias) con i collegamenti che attivano l’otturatore che, cosa che alla digital generation suonerà stranissima, è contenuto in ogni singolo obiettivo; il pulsante di scatto si trova sempre anteriormente in basso a destra ed è filettato per consentire il collegamento di uno scatto remoto. La cosa più bella, secondo me, è sul retro della macchina: il dorso rotante; essendo il formato 6×7 (o il 6X8) rettangolare, è possibile scattare foto in formato verticale od orizzontale non ruotando la fotocamera (esercizio a dir poco problematico) ma ruotando, appunto, il contenitore della pellicola. Mica male, vero? Nel mirino sono presenti due serie di linee parallele che aiutano il fotografo a individuare i bordi dell’inquadratura. Avviso ai naviganti: non si rischia di rimanere “a piedi” perché è tutto meccanico, non servono batterie, tant’è vero che non è compreso nemmeno l’esposimetro; a tal proposito consiglio caldamente di acquistarne uno esterno, magari che disponga di misurazione spot: io l’ho trovato in Giappone (!!!), un Sekonic L-408 Multimaster usato ma tenuto maniacalmente (credo di aver trovato uno più “sofistico” di quanto lo sia io…).

Impressioni d’uso? Forse è un po’ presto, ho fatto solo un paio di rullini di prova, ma la sensazione che si ricava dall’utilizzo della RB67 è piacere puro: l’iniziale idea di complessità viene ben presto sostituita dalla soddisfazione di usare una macchina ben studiata in tutte le sue componenti e rapidamente si prende dimestichezza con la necessità di usare due leve per avanzare la pellicola ed armare l’otturatore, da subito ci si abitua alle manopole di messa a fuoco e, dopo un po’ di uso, si è letteralmente entusiasti del gigantesco schermo di messa a fuoco e del dorso portapellicola che ruota. L’otturatore non è rumorosissimo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare considerata la quantità di vetro e metallo che si muove al suo scatto: diciamo che si fa notare.

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E le foto? Eh, per quelle servirebbe prima di tutto un fotografo serio, sicuramente non io. Comunque ho fatto alcune scansioni digitali di scatti di prova (con pellicola Kodak Portra 160 e 400) e devo dire che…

Beh, date voi stessi un’occhiata.

viale-po

da: laclarina

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Muoviti, o Clarina!

ReadShakespeare_094_6001È una gelida e nebbiosa mattina ai primi di dicembre. La Clarina galleggia in uno spazio indefinito, insieme a stampanti, teatrini di carta, vetuste valigie piene di palline natalizie, copioni, ciotole di frutta secca e mantelli rossi. Tutto galleggia. Anche Belisario, il Pendolo della Nonna che suona sempre l’ora che vuole, e anche lo Spirito del Bardo.

Belisario – Dong!

SdB – Muoviti, o Clarina!

C (fa frenetici gesti tra il natatorio e il non si sa troppo bene) – Mi sto muovendo!

SdB – Non abbastanza. Hai stampato il disegno luci?

C – Li ho stampati entrambi.

SdB – Hai spedito tutto per il Palcoscenico di Carta?

C – Sto spedendo…

Belisario – Dong!

SdB – E il file con la musica? L’hai messo sulla chiavetta?

C – Pittikins… no! Dov’è la chiavetta?

SdB – E lo chiedi a me? E il mantello rosso – ricordati il mantello rosso. christmas_pudding

C – Pittikins pittikins! L’ho visto passare poco fa… L’ho visto, vero?

SdB – Se non lo sai tu… Perché ci sono ciotole di frutta secca in volo?

C – Ciotole di… oh! Il pudding!

SdB – Non hai tempo per il pudding.

C – Devo averlo. Domenica sono al seggio tutto il giorno, quindi domani devo cuocerlo…

SdB – Il seggio?

C – Il pudding!

BelisarBelisario – Dong!

C – Oh, zitto, tu!

Belisario (offesissimo) – Dong! Dong! Dong!

SdB – Credi che zittirlo ti renderà meno in ritardo?

C (Tentando di nuotare in tre direzioni diverse) – E ho anche il raffreddore! Pudding, mantello rosso, disegno luci, PdC…

SdB – E il file.

C – Pittikins, pittikins, pittikins! Se sopravvivo a oggi…

Belisario – Dong!

SdB – Se sopravvivi a oggi, domani hai il pudding e domenica il seggio.

C – Se sopravvivo a domenica…

SdB – Se sopravvivi a domenica, martedì hai il PdC, e… holla! È un mantello rosso che vedo davanti a te? Afferralo, intanto che puoi, donna!

C (si tuffa e afferra il mantello) – Ottimo. Adesso dov’è la valigia? Non quella dei Ninnoli, la valigia dei costumi…

SdB – Lo chiedi a me? E ricordati del file.

Belisario – Dong! Dong! Dong!

E non cala nemmeno il sipario, perché siamo in pieno primo atto. Sarà una lunga giornata. Tre lunghe giornate. Cinque… Oh, never mind. Però stasera venite a vederci a teatro, eh?

LocSiWQuistellosmall

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da: laclarina

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Tutto Inventato

governessMillenni fa, quando davo ripetizioni private, la mia allieva preferitissima, vispa liceale quindicenne senza alcun vero bisogno di ripetizioni, pensò bene di sconvolgermi annunciando trucemente che non le interessava studiare Latino, non le piaceva e non ne vedeva l’utilità, visto che di sicuro nessuno l’aveva mai parlato.

Io, al momento appollaiata su una scaletta in cerca di un vecchio libro di versioni, scoppiai a ridere.

“No, dico davvero,” insisté R. “Non vorrai farmi credere che qualcuno fosse tanto idiota da parlare questa roba con le declinazioni, vero?”

“Un sacco di gente parla roba con le declinazioni,” dissi io. “Ancora adesso: il Tedesco ha le declinazioni, il Russo ha le declinazioni…”

“Be’, è diverso. Quelle sono lingue che la gente parla. Il Latino no.”

“Adesso no, magari*, ma fino a nemmeno tantissimo tempo fa… lo sai che il Quartiere Latino di Parigi si chiama così perché ancora nel Settecento…”

” È inutile, non sforzarti. Tanto non ci credo che lo parlassero davvero. E non credo nemmeno alla storia, se è per questo.”Ladder

E qui per poco non caddi dalla scaletta. Come, non credeva alla storia? Non credeva che fossero successe le cose raccontate nei libri di storia. E secondo lei, perché le avrebbero raccontate, allora? Oh, chi lo sa? Magari si erano messi d’accordo. Ma chi? E Perché? Oh, chi lo sa? Per far fare bella figura a Roma, per esempio. E quindi c’era una Roma? Boh, magari sì. E cosa facevano questi Romani, mentre non facevano quello che dicono gli storici? E chi lo sa? Di sicuro non quelle cose troppo ovvie e troppo prevedibili che dicono i libri. Ovvie e prevedibili?! Sì, come Cesare, che va in Senato anche se gli dicono di non andarci, e poi lo accoltellano…

D’accordo, la piccola R. aveva detto qualcosa a caso perché non aveva voglia di cercare cognovi sul vocabolario, e si era ritrovata in pasticci più grossi, come la necessità di difendere un’affermazione a cui non aveva pensato granché… E però non posso fare a meno di pensare che la sua insofferenza nei confronti della storia e del Latino fosse in parte sincera.

idesofmarch15Considerando che R. era sveglia e studiosa, una di quei ragazzini a cui piace andare a scuola, l’idea era e resta un po’ scoraggiante. Non da oggi penso che insegnare la storia come una serie di date, nomi e fattori economici sia deleterio. Come è possibile appassionarsi alla complessità multiforme dei processi che ci hanno resi quelli che siamo, mandando a memoria il progressivo diffondersi della patata sul continente europeo?

E d’altra parte, me ne rendo ben conto, le ore e i programmi sono quelli che sono, e offrire una panoramica generale è il meglio che si può fare. Chi si interessa approfondirà poi all’università o per conto proprio…

Eppure… che non ci sia un modo diverso? Che non si possa da un lato stimolare l’interesse e consentirgli di svilupparsi, e dall’altro offrire gli strumenti intellettuali per farlo?

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* In realtà, di recente, un’amica di mia madre mi ha raccontato di una serata lontana, in una discoteca della Swinging London anni Sessanta, in cui conversò lungamente in Latino con un giovane ingegnere tedesco…

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da: u velto

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Ue, nuova indagine: a rischio di povertà l’80% dei sinti e dei rom

Una nuova relazione dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) evidenzia come la vita dei rom e dei sinti sia gravemente compromessa da uno stato d’indigenza diffusa: intere famiglie vivono emarginate dalla società in condizioni spaventose, con bambini senza prospettive di un futuro migliore a causa della scarsa scolarizzazione. Esaminando i divari in termini di inclusione sociale dei rom nell’UE, la relazione serve da orientamento per gli Stati membri che vogliono migliorare le proprie politiche in materia d’integrazione.

“La nostra evidente incapacità di far rispettare i diritti umani delle comunità rom e sinte in Europa è inaccettabile. Il livello di indigenza, marginalizzazione e discriminazione della più numerosa minoranza d’Europa rappresenta un grave fallimento del diritto e delle politiche dell’UE e dei suoi Stati membri", afferma il direttore della FRA Michael O’Flaherty. “La pubblicazione di questi risultati costituisce un’opportunità per incitare all’azione i responsabili delle politiche e spronarli a concentrare le risorse sul capovolgimento di tale intollerabile situazione.”

La relazione sulla Second EuropeanUnion Minorities and Discrimination Survey, (EU-MIDIS II): Roma – selected findings (Seconda indagine dell’Unione europea sulle minoranze e la discriminazione: rom e sinti, una selezione dei risultati) evidenzia che:


- l’80 % dei sinti e dei rom intervistati è a rischio di povertà, rispetto a una media europea del 17%; il 30% vive in abitazioni senza acqua corrente e il 46% non possiede servizi igienici,bagno o doccia, in casa;

- il 30% dei bambini rom intervistati apparitene a un nucleo familiare i cui membri vanno a dormire affamati almeno una volta al mese;

- il 53% dei bambini rom e sinti frequenta scuole per la prima infanzia: si tratta spesso di meno della metà dei coetanei appartenenti alla popolazione maggioritaria dello stesso paese;

- solo il 30% dei sinti e dei rom intervistati ha un lavoro retribuito, a fronte del tasso d’occupazione medio del 70 % registrato nel 2015 nell’UE;

- il 41% dei sinti e dei rom si è sentito discriminato nel corso degli ultimi cinque anni in situazioni quotidiane come la ricerca di un lavoro, il lavoro stesso, l’alloggio, la sanitá e l’istruzione;

- l’82% dei sinti e dei rom ignora l’esistenza di organizzazioni che offrono sostegno alle vittime di discriminazione.

I risultati dell’indagine indicano che, nonostante gli sforzi degli Stati membri, i rom continuano a veder disattesa la maggior parte degli obiettivi in termini di integrazione, un elemento fondamentale del quadro dell’UE per lestrategie nazionali di integrazione dei rom per il 2011. I risultati sottolineano la necessità di:

- sostegno all’apprendimento e istruzione integrata per la prima infanzia;

- migliori opportunità di impiego e maggiore tutela sociale intese a eradicare la povertà;

- istruzione e formazione mirate al supporto dei giovani e delle donne rom e sinte, sia durante il passaggio dall’istruzione primaria a quella secondaria, sia nella successiva ricerca di lavoro.

La relazione si basa su un’indagine che ha raccolto dati in nove Stati membri dell’Unione europea (UE) tramite quasi 8000 interviste de visu; fa parte della Second EuropeanUnion Minorities and Discrimination Survey (Seconda indagine sulle minoranze e la discriminazione nell’Unione europea, EU-MIDIS II), che ha raccolto, in tutti i 28 Stati membri dell’UE, dati sulle esperienze di discriminazione e vittimizzazione nonché su reddito e condizioni di vita di immigrati e minoranze etniche.
29 novembre 2016

da: Debora Troni

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Inforniamo bontà – Pain d’Epi al Farro or Spelt Pain d’Epi




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Anche il mese di novembre sta correndo via e mi ritrovo sempre a rincorrere il tempo che non basta mai. Tempo per cucinare cose nuove ultimamente non ne ho avuto, ma non ho rinunciato a sfornare qualche pagnotta per accompagnare degli ottimi passati di verdura. Cene semplici, ricche di sapori poco complicati eppure così buoni. Per quanto riguarda il pane, stavolta ho usato della farina di farro e una tecnica che adoro perché velocissima. Tutto è cominciato con un libro che ho comprato circa 8 anni fa in cui si parlava della possibilità di fare il pane in casa senza bisogno di impastarlo.
Naturalmente sono stata subito attratta da questa tecnica veloce. Non che abbia qualcosa contro l'impastare a mano s'intende, può essere terapeutico e rilassante, ma volete mettere preparare l'impasto in pochi minuti e potersi dedicare ad altro?
Da quando ho messo le mani su questo libro, e sui successivi pubblicati dagli stessi autori, il mio rapporto con la panificazione è notevolmente migliorato.


Mi piace preparare cibo che non richiede troppa lavorazione, non ho la pazienza né la tenacia per impelagarmi in preparazioni complicate per cui questa tecnica per la produzione di pani, pizze e focacce mi ha subito stregata. Il segreto sta nella alta idratazione dell'impasto che permette di ottenere risultati strepitosi. Volendo si può usare pochissimo levito con lievitazioni che vanno dalle 2 ore fino a una notte. L'impasto si conserva bene in frigo anche per una settimana e può essere perfino congelato, ma la velocità con cui viene preparato rende abbastanza inutile quest'ultimo espediente.
Di solito preparo un impasto base mescolando le farine che ho in casa e insieme ad acqua, lievito e sale ottengo il mio impasto appiccicoso che dopo la lievitazione uso per formare varie pezzature di pane.
Il preferito di Andrea è il pain d'epi, una specie di baguette formata da tanti piccoli paninetti attaccati l'uno all'altro. Questi panini hanno una bella mollica morbida e corposa e la crosta croccante. Se volete potete formare una ghirlanda, partendo da una pagnotta rotonda nella quale praticherete un foro che allargherete fino a ottenere una ruota di impasto che taglierete come il pain d'epi.
 
 
 
Potrete poi decorarla con un nastro come ho fatto io e avrete un pane magnifico per la vostra tavola delle feste.
 

 
Ma vediamo come si fa questo pane. Stavolta ho scelto di farlo con della farina di farro e farina di grano tipo 2 per un risultato più rustico e ricco di sapore.
  • 375 g di farina tipo 2
  • 150 g di farina di farro
  • 7 g di lievito di birra disidratato (1 bustina)
  • 2 cucchiaini e mezzo di sale marino fine
  • 380 ml di acqua tiepida
  • farina di mais, q.b.
Mescolate l'acqua e il lievito in una ciotola capiente poi aggiungete le farine e il sale e con l'aiuto di un cucchiaio di legno mescolate bene in modo da far assorbire tutta la farina. Dovrete ottenere un impasto colloso e non troppo liscio.

 
 
Coprite la ciotola con un coperchio e fate lievitare per 2 ore a temperatura ambiente o nel forno spento con la luce accesa.
Passato questo tempo l'impasto è pronto per essere usato, ma se volete che sia più malleabile mettetelo in frigo per almeno un'ora.
Una volta pronti per fare il pane spolverate il piano di lavoro con abbondante farina, cospargete di farina anche la superficie dell'impasto e prelevatene circa metà tagliandolo con le mani o con l'aiuto di un paio di forbici.
Stendete l'impasto con le mani poi unite le estremità al centro in modo da formare una palla. Stendete di nuovo l'impasto, con le mani e  infarinando abbondantemente e formate un rettangolo.  Piegate il lembo superiore verso il basso e quello inferiore verso l'alto e poi sigillateli. Date la forma di un salsicciotto all'impasto e mettetelo a lievitare su un foglio di carta da forno spolverizzato con abbondante farina di mais. Copritelo con un telo da cucina pulito e lasciate lievitare per 20 minuti circa.
La superficie dovrebbe essere più uniforme, senza "strappi"/The surface of the dough should be smooth, without "tears"

Scaldate il forno alla massima temperatura. Fate scaldare anche la vostra pietra refrattaria o la leccarda del forno e una piccola teglia posizionata sul forno del forno. Quando il forno avrà raggiunto la massima temperatura, abbassatelo a 220°C con l'opzione ventilata, se l'avete.
Infarinate la superficie del vostro filoncino di pane poi, con un paio di forbici, praticate dei tagli a 45°,  ma senza tagliare fino in fondo, poi spostate i pezzi tagliati alternativamente da una parte e poi dall'altra.
Foto di repertorio del mio primo tentativo con il pain d'epi,
la pubblico allo scopo di fare  vedere come posizionare l'impasto una volta tagliato.
My first ever attempt to pain d'epi, many years ago,
I used this image to show you the way you should arrange the dough once cut.
 
Versate una tazza di acqua bollente nella teglia posizionata nella parte bassa del forno, tirare fuori la pietra o la leccarda e metterci sopra il filoncino con la carta da forno.
Fate cuocere per circa 25-30 minuti fino a che il pane sarà ben dorato e fermo al tatto.
Fate freddare su una griglia prima di servirlo.
Questo pane è ottimo consumato in giornata, se avanza è ottimo anche il giorno dopo, magari scaldato, volendo anche in padella.
  


 English Version

November is coming to an end, and I always find myself running out of time. I haven’t had time to cook new stuff lately, but I haven’t given up on baking amazing bread to serve with excellent vegetable soups. Simple dinners, yet so rich in taste. As for the bread, this time I used spelt flour and a technique I love because it's quick and easy. It all started with a book I bought about eight years ago. It is about making bread at home with the no-knead technique.
Of course I was immediately attracted to it. Not that I have anything against kneading by hand, of course it can be therapeutic and relaxing, but is there anything better than a few minutes preparation for the dough and then using your time to do something else while the dough is proving?
Since I got my hands on this book, and the others published by the same authors, my relationship with baking has greatly improved. I like cooking food that doesn’t involve too much prepping, I don’t have the patience nor the tenacity to get involved in complicated preparations so this technique for making bread, pizza and focaccia is really my thing. The secret lies in the high hydration of the dough that gives great results. If you want you can use very little yeast increasing the proving time that ranges from two hours up to overnight. The dough can be stored in the fridge for a week and can even be frozen.
I usually make a basic dough by mixing any flour I’ve got in my pantry with water, yeast and salt and get my sticky dough, then after rising I use it to form different bread loaves.
Andrea’s favourite bread is pain d'epi, a kind of baguette made up of many small rolls stuck to one another. These little rolls have a nice soft crumb and a crisp crust. If you want you can shape it like a wreath, starting from a round loaf at the centre of which you make a hole stretching it until you have a wheel to be cut like the traditional pain d'epi. You can then decorate it with a ribbon like I did and you will have a wonderful bread for your festive gatherings.
But let's see how I made this bread.
This time I used wheat flour type 2, and spelt flour for a more rustic and flavoursome result.
  • 375 g flour type 2
  • 150 g spelt flour
  • 7 g dried yeast (1 sachet)
  • 2 ½ teaspoons of fine sea salt
  • 380 ml warm water
  • corn (polenta) flour, to dust the parchment paper
Stir the water and yeast in a large bowl then add the wheat, spelt flours and salt. Mix well, with the help of a wooden spoon, untill all the flour has been absorbed. You'll have a sticky and rough dough.
Cover the bowl with a lid and let rise for 2 hours at room temperature or in the turned-off oven with the light on.
After this first proving the dough is ready to be used, but if you want it to be more pliable place it in the refrigerator for at least an hour.
When ready to bake sprinkle the work surface with plenty of flour, also sprinkle the dough in the bowl with flour, then cut off half of the dough with your hands or with the help of a pair of scissors.
Flatten the dough with your hands then join the sides towards the center to form a ball. Flatten again the dough liberally sprinkling with flours and form a rectangle. Fold the top flap down and the bottom flat upwards and then seal. Give the dough the shape of a sausage and arrange on a piece of parchment paper sprinkled with plenty of corn flour. Cover with a clean kitchen towel and let rise for about 20 minutes.
Heat the oven to the maximum temperature. You need to put your baking stone or a baking tray in the oven and an additional small tray at the bottom of the oven. When the oven has reached the maximum temperature, lower it to 220°C fan.
Flour the surface of your dough then, with a pair of scissors, cut at a 45° angle, without cutting all the way then moved the pieces alternately to one side and then to the other. Pour a cup of boiling water into the small tray at the bottom of the oven.
Take out the stone or the baking tray from the oven and slide on it the dough with baking paper.
Bake for about 25-30 minutes until the bread is golden brown and firm to the touch.
Let cool on a wire rack before serving.
This bread is great eaten on the day of baking, if you have some leftover, try heating it in a pan over the stove, it will be great.

da: u velto

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