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da: acquaementa

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Una colazione buona e sana: granola e barrette ai cereali

La colazione è un pasto importantissimo, da molti sottovalutato. È da un po’ di tempo che sperimentiamo muesli, granola e barrette, in primis perché ci piacciono. poi perché ci sembrano

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da: Debora Troni

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Ricominciamo...con l'Estate - Tabbouleh senza glutine con Feta or Gluten Free Tabbouleh with Feta Cheese


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Eccoci arrivati quasi alla fine dell'estate, il mese di settembre è appena iniziato e forse c'è un po' la voglia di climi freschi, colori autunnali, altri cibi. 
C'è chi in questa estate rovente si è barcamenato fra aria condizionata, bagni in piscina e danze della pioggia cercando un po' di refrigerio, io me la sono goduta tutta, nonostante questo caldo sia stato una dura prova anche per me. 
I colori e i sapori dell'estate sono i miei preferiti e non sono ancora disposta ad abbandonarli. 
Ho un bellissimo libro di cucina libanese che mi ha regalato Andrea e spesso lo sfoglio per ispirarmi. Oggi ho pensato di fare buon uso di quanto avevo a disposizione e ho deciso di creare la mia versione del tabbouleh. Questa preparazione mediorientale a base di grano spezzato e aromatizzato con tanto prezzemolo, menta fresca e succo di limone è uno dei piatti che più associo all'estate, insieme alla feta che in effetti non compro quasi mai in inverno. Ho pensato di sostituire il bulgur (grano integrale spezzato) con del cavolfiore che avevo in congelatore già frullato ed ecco un piatto senza glutine, leggero e gustoso, adatto alla bella stagione, ai picnic, ai pranzi leggeri a bordo piscina, al lunch box da portare in ufficio.
Così è nato questo piatto, un mix di stagioni e sapori senza dimenticare i frutti del mio giardino/orto in vaso. 
Dopo aver colto molti pomodorini gialli e "neri", un bel ciuffo di prezzemolo e una manciata di menta fragrante, ho scongelato del cous cous di cavolfiore e ho preparato questo piatto velocissimo.
Per una persona

  • 150/200 g di cous cous di cavolfiore crudo
  • un mazzo di prezzemolo
  • una manciata abbondante di foglie di menta
  • 1 scalogno
  • 2 manciate di pomodorini di vari colori
  • 50-80 g di formaggio feta 
  • succo di 1/2 limone
  • olio extravergine d'oliva 
  • 1 noce di burro
  • sale marino fino
  • pepe nero macinato fresco

Mettete il cous cous di cavolfiore in una padella capiente con il burro, condite con del sale e pepe e fate cuocere a fuoco moderato per circa 8-10 minuti, mescolando di tanto in tanto e coprendo con un coperchio. 
Appena fuori dal fuoco togliete il coperchio e fate intiepidire. 
Nel frattempo lavate i pomodorini e le erbe, asciugateli e tagliate i pomodorini in piccoli pezzi. 
Tritate finemente le erbe e lo scalogno e mescolate con il cavolfiore, aggiungete il succo di limone, un cucchiaio di olio, una presa di sale e del pepe. Aggiungete infine i pomodorini e la feta sbriciolata, finite con un giro d'olio e servite. 

English Version

Here we are almost at the end of summer, September has just begun and perhaps some of us wishes for cooler days, autumn colours, and warm food.

During this amazingly hot summer some people has tried to survive armed with air conditioning, spending time at the swimming pool and performing rain dances. I enjoyed this season, although the heat was a challenge.
The colours and flavours of summer are my favourite and I’m not ready to give them up.
Andrea gave me a wonderful book about Lebanese food and I often flip through it for inspiration. Today I triedd to make good use of what I had available in the kitchen and decided to create my own version of tabbouleh. This Middle East preparation is based on bulgur and flavoured with lots of parsley, fresh mint and lemon juice and it is one of the dishes that I most associate with summer, along with feta cheese that I almost never buy in winter. I decided to replace bulgur (cracked wheat) with cauliflower couscous I had in the freezer and here it is a light and tasty gluten-free dish, suitable for summer picnics, light lunches by the pool, or lunch box for the office.
Thus this dish was born, a mix of seasons and flavours not forgetting the veggies and herbs from potted vegetable garden.
After having picked a lot of yellow and "black" tomatoes, a large bunch of parsley and a handful of fragrant mint, I thawed the cauliflower couscous and I made this quick dish.
For one serving


  • 150/200 grams of raw cauliflower couscous
  • a bunch of parsley
  • a generous handful of mint leaves
  • 1 shallot
  • 2 handfuls of yellow and "black" tomatoes
  • 50-80 g of feta cheese
  • juice of ½ lemon 
  • extra virgin olive oil
  • a knob of butter
  • fine sea salt
  • freshly ground black pepper
Put the cauliflower couscous in a large non-stick frying pan with the butter, season with salt and pepper and cook over medium heat for about 8-10 minutes, stirring occasionally and covering with a lid.
When off the heat, remove the lid and allow to cool.
Meanwhile wash the tomatoes and herbs, dry them and cut the tomatoes into small pieces.
Finely chop the herbs and shallot and mix with the cauliflower, add the lemon juice, one tablespoon of oil, a pinch of salt and pepper.
Finally add the tomatoes and crumbled feta, drizzle with a little more oil and serve.

da: laclarina

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Minori

Allora, parlavamo di Cavalieri di Malta – in particolare di quelli postumi di Sir Walter Scott, ricordate? Ebbene, in coda a quel post, Antonio ha scritto questo:

Non si potrebbero considerare queste opere come quello che sono, esperimenti, abbozzi, sogni non compiuti o compiuti di un autore invece di paragonarli alle opere maggiori? [...] Io considero questo genere di opere, “le opere minori”, imprescindibili per raggiungere le opere maggiori ma su di esse sospendo la mia capacità di giudizio.

Picasso2La faccenda è interessante sotto più di un aspetto – principalmente perché le cosiddette opere minori non sono tutte uguali. Ci sono le opere minori che sono per l’appunto ‘prentice work, quelle che conducono verso i capolavori, quelli che l’autore pubblica pieno di entusiasmo – salvo a volte pentirsene anni più tardi. E mi viene in mente Balzac con cose come Les Chouans, che poi avrebbe tanto preferito non dover mettere nella Comédie… Oppure The Golden Cup, opera di uno Steinbeck ventisettenne, radicalmente diversa in concetto e tono da quel che verrà dopo, ma già piena dei semi dello stile maturo, seppure a uno stato nonnulla brado.  E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perchè scrivere è un’arte che s’impara e si coltiva, andando per esperimenti. È un po’ come vedere le opere giovanili di Picasso, prima che sviluppasse idee e stile tutti suoi: sono opere tradizionali fino all’oleografia, e mostrano l’artista che diventa padrone dei suoi mezzi, che impara a perfezione le regole prima di infrangerle – e di crearne di proprie.BarnabyRudge

Cose di questo genere sono una lettura interessante, a mio timido avviso, perché consentono di vedere lo scrittore in fieri, il formarsi della voce e dello stile, l’acquisizione progressiva della tecnica, gli esperimenti e i tentativi. Provate a pensare ai due romanzi storici di Dickens: da un lato Barnaby Rudge, seminato di cose belle, ma informe e sbilanciato, cresciuto come un fungo su se stesso; e dall’altro – e ben più tardi – Le Due Città, costruito e pianificato in anticipo, tanto più coerente e serrato. Le folle feroci di Barnaby, i temi e l’uso simbolico di un elemento nell’imagery precorrono e promettono quelle di ATOTC – solo che nel frattempo Dickens aveva imparato a tendere assai meglio i suoi archi. E leggere Barnaby fa apprezzare molto meglio certi aspetti di ATOTC.

CharlotteE fin qui ci siamo – ma trovo che la questione sia un po’ diversa quando si tratta di juvenilia ripescati da quaderni e diari mai intesi per la pubblicazione. Come il tema in Francese di Charlotte Brontë – che, considerando date e circostanze, potrebbe nascondere sotto l’apparenza di una storiella morale un bel po’ di amarezza dei confronti del fratello sciagurato. Di certo, tuttavia, non era stato scritto per essere visto da altri che dal professor Heger. Peggio ancora va con i racconti e le poesie faticosamente trascritti dai libricini di Angria e Gondal, cose scritte per gioco dai Brontë ragazzini… È vero che anche in questo si vede il formarsi degli scrittori in erba – ma resta il fatto che si trattava di un gioco del tutto privato tra sorelle e fratello… Non è come se non avessi letto la mia parte di juvenilia, ma ho sempre l’impressione di sbirciare. Arrow

Dopodiché c’è il caso del libro brutto – perché a molti scrittori capita di non essere sempre allo stesso livello. Tutti sapete della mia parzialità nei confronti di Conrad, giusto? Ebbene, non ho la minima difficoltà nell’ammettere che Conrad ha scritto anche un certo numero di libri che non si possono descrivere se non come brutti. Parlo delle collaborazioni con Ford Madox Ford – dalla prima all’ultima – e poi di cose come the Golden Arrow, the Rescue et similia. E questi libri brutti non appartengono a una fase particolare della carriera dell’autore: hanno l’aria di capitare ogni tanto. Scrittore disuguale – e per carità, capita. All’uomo che ha scritto Lord Jim sono disposta a perdonare molte cose e a dire che di alcuni titoli non parliamo.

Ma le opere del declino? Di The Siege of Malta si è detto: opera ultima di uno Scott malato e angosciato, abbandonata senza mai tentare di pubblicarla mentre l’autore era ancora in vita. Oppure Weir of Hermiston, che Stevenson scrisse quando era già in pessima salute – ed era intenzionato a farne il suo capolavoro, ma quel che resta non è terribilmente incoraggiante. D’altra parte, è incompiuto, e di conseguenza non è certo come l’autore avrebbe voluto presentarlo al pubblico. Come Edwin Drood, ultima fatica di Dickens… E allora è giusto esporre l’autore colto in un momento in cui non era ancora pronto?  E forse addirittura – come nel caso di Scott – era consapevole di non poterlo più essere?

eneideUn caso estremo è quello dell’Eneide, che Virgilio, morendo, chiese di distruggere perché troppo incompiuta, e poi Augusto la volle vedere pubblicata ugualmente, così com’era. Come Virgilio non avrebbe voluto… Emily Brontë, sentendo la fine vicina, bruciò tutti i suoi manoscritti – cosa che addolorò molto Charlotte, ma forse fu una mossa saggia. Non c’è nessuna certezza che gli amici rispettino i desideri di uno scrittore defunto – figurarsi i posteri! Dubito che Emily conoscesse la storia dell’Eneide, ma di certo conosceva sua sorella, e la sua incapacità di comprendere cose come un desiderio di riservatezza.

Insomma, le opere minori non sono tutte uguali. Ci sono opere di formazione e opere di declino, opere strappate all’oblio, opere pubblicate per accanimento letterario e opere frutto di un cattivo periodo o di un’idea malconsiderata… Oggetti che, per un motivo o per l’altro, orbitano nella penombra, a qualche distanza del centro luminoso dell’artistry di un autore. Confesso di avere spesso un debole per queste anatre zoppe. Mi dico che è solo perché quel che succede dietro le quinte mi interessa quasi più della storia stessa – ma, soprattutto con le opere tarde, incompiute o rifiutate dall’autore, o altrimenti non intese per la pubblicazione, non riesco mai a leggere senza qualche remora – senza l’impressione di fare qualcosa di indiscreto.

 

 

 

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da: acquaementa

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Cantine Argiolas: una famiglia di innovatori con i suoi splendidi vini

Continuando sulla Strada dei Vini di Cagliari, arriviamo alle Cantine Argiolas. Ci accolgono Giulia e Valentina Argiolas, nipoti del fondatore, e noi siamo subito colpiti dall’architettura dei fabbricati che compongono

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1 settembre 2015

da: Sergio Marcheselli

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Amici fotografi – Andrea Ferrari

Idee chiare, forza di volontà, applicazione, estro. Questo è per me Andrea Ferrari.

D – Ciao Andrea, mi dici qualcosa di te?

R – Ciao Sergio, sono un ragazzo nato e cresciuto in provincia di Parma, mi sono diplomato all’Istituto d’Arte e sono appassionato da molti anni di fotografia; solo qualche anno fa sono riuscito a trasformare questa passione in un lavoro che di anno in anno, dopo molti sacrifici, mi sta portando a traguardi sempre più soddisfacenti.

D – Quando hai iniziato a fotografare?

R – Nel 2011, dopo vari anni passati su una compatta sono riuscito ad acquistare la prima reflex digitale, una Canon Eos 500D… l’ho consumata.

D – Sei autodidatta o hai frequentato anche corsi di fotografia?

R – Completamente autodidatta, ho frequentato un paio di corsi di post produzione e qualche workshop, ma l’esperienza quella vera, ho cercato di farmela direttamente sul campo facendo tesoro dei consigli di persone più esperte che ho avuto modo di incontrare con l’esperienza.

D – Ricordando a chi ci legge che il mezzo non ha l’importanza che molti gli conferiscono, quali attrezzature fotografiche hai usato ed usi adesso? E poi: c’è un obiettivo (o una focale) che preferisci?

R – Attualmente posseggo una Canon Eos 7D, che ho acquistato due anni fa dopo aver mandato in pensione la Eos 500D con più di 80mila scatti, nei progetti futuri c’è l’acquisto di una 5D Mark III. Ho avuto diverse ottiche, tra cui un Canon 17-85, un 75-300, un 50 fisso 1.4 e un Sigma 10-20 che ho venduto poco tempo fa con il quale non mi sono trovato benissimo; solo nell’ultimo periodo ho sostituito il 17-85 con il più luminoso 17-55 2.8, una bellissima lente per APS-C. Un altro articolo molto importante per il tipo di fotografia che svolgo è il flash, posseggo due Speedlite Canon, un 430ex2 e un 600exrt. L’ottica in assoluto che preferisco per ora è il 50 fisso 1.4, nitido, luminoso, leggero e poco ingombrante.

D – Anche se la domanda è riduttiva, c’è un genere fotografico che prediligi?

R – Ho iniziato con la fotografia sportiva, da tre anni mi dedico esclusivamente alla ritrattistica, proprio per questo l’ottica che preferisco è il 50 fisso, che su APS-C equivale a un 80, simile all’ 85 fisso che è l’ottica per eccellenza nella ritrattistica. Ogni tanto mi piace fare qualche scatto paesaggistico ma capita molto di rado purtroppo.

D – Quanto conta la post-produzione nel tuo flusso di lavoro?

R – Premetto che non sono un amante della post produzione fino al punto in cui il soggetto viene completamente stravolto, ma ammetto che è importante per migliorare tanti piccoli dettagli, post produco ogni foto che pubblico.

D – Quanto tempo dedichi alla fotografia?

R – Attualmente circa 3/4 giorni alla settimana.

D – Se ci sono fotografi del passato o del presente che hanno influenzato il tuo lavoro, chi sono?

R – Purtroppo non sono un conoscitore dei grandi maestri della fotografia, prendo ispirazione da fotografi contemporanei che si incontrano sul web.

D – C’è una tua foto “preferita”? E fra quelle che mi ha concesso per la pubblicazione in questo articolo?

R – Non ho foto “preferite” tra quelle che scatto, distinguo ogni servizio migliore o peggiore di un altro una volta ultimato in base a tanti fattori che al momento dello scatto possono influire; è stato difficile scegliere 5 scatti tra tutti i servizi, spero piacciano agli altri come piacciono a me.

D – Stampi le tue foto?

R – Purtroppo no, ma mi piacerebbe.

D – Hai mai esposto i tuoi scatti in mostre fotografica individuali o collettive?

R – No, non ho mai avuto l’occasione ma non nego sarebbe una bellissima opportunità.

D – Pubblichi le tue fotografie sul web? Se sì, dove?

R – Si, pubblico tutti i miei scatti sulla pagina Facebook pubblica “Andrea Ferrari Photographer” e su 500px, mi piacerebbe avere un sito personale ma ancora non è stato ideato.

D – Quanto rivedi i tuoi vecchi scatti, pensi che…?

R – Il primo pensiero è: “Che schifo”…il secondo è: “Beh sono migliorato”. Questo anche a distanza di pochi servizi, quando magari al momento della pubblicazione le foto mi piacevano tantissimo, non ritengo sia un male tutto ciò.

D – Raccontami un aneddoto legato alla tua esperienza come fotografo.

R – Ce ne sarebbero troppi e divertenti, lavorando nel weekend in discoteca come fotografo le situazioni sono molteplici e sempre più assurde settimana dopo settimana. Potrei citarne un paio: la domanda più frequente nonché del tutto assurda davanti alla macchina fotografica completa di flash esterno è “scusa, ma… dove devo guardare?”. Un’altra imbarazzante situazione si è verificata poche settimane fa quando un cliente vedendomi dietro il bancone del bar si è rivolto a me, che avevo la macchina fotografica in mano, chiedendomi un mojito.

D – Se ne avessi la possibilità, chi o cosa vorresti fotografare?

R – Mi piacerebbe entrare nel mondo della moda, stare a contatto con fotomodelle/i professionisti e poter fotografare in location che al momento non mi sono potuto concedere.

D – Parlami dei tuoi progetti presenti e futuri in campo fotografico.

R – Il mondo della notte mi regala molte soddisfazioni e offre molte possibilità di crescita professionale, oltre che personale… per questo motivo mi piacerebbe proseguire con questa attività; al di fuori di questa realtà vorrei avere la possibilità di affiancarmi a un fotografo affermato al fine di acquisire quelle competenze che ora mi mancano e che mi permetterebbero di crescere ulteriormente a livello professionale per potermi dedicare a servizi che ancora non svolgo.

D – Grazie, Andrea, è stato un piacere averti come ospite.

R – Grazie a te per questa bellissima opportunità e, come si suol dire, “Buona luce” a tutti.

 

 

da: laclarina

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C’era un Elefante di Cremona…

ElephantFrederick

Ne avevamo parlato in occasione della Giornata Mondiale degli Elefanti: ricordate l’elefante di Federico II? Quello ricevuto in dono dal Sultano d’Egitto Malik al-Kamil? Quello che Federico usava per le sue parate trionfali – e che pareva non avere altro nome che “l’elefante di Cremona”? Al-Kamil_Muhammad_al-Malik_and_Frederick_II_Holy_Roman_Emperor

Ebbene, ho fatto una scoperta. Mi sarebbe piaciuto molto che l’elefante si chiamasse Provenzale – come era stato suggerito – ma in realtà Federico optò per un nome che era esotico e anche un filo bizzarro: Malik.

E sì, certo: in arabo Malik significa “Re”, e quindi è adatto a un animale così imponente e significativo – ma era anche l’attributo del donatore, and hence la bizzarria… Chissà che cosa ne pensò il Sultano, quando si vide appioppare una semiomonimia con l’elefante…

Ma in realtà inclino a credere che nessuno dovesse offendersi di alcunché: al-Kamil, sovrano ayyubide di sangue curdo e nipote del (feroce?) Saladino, era un uomo notevolissimo e un buon amico dell’Imperatore, con cui condivideva una mente aperta, un’insaziabile curiosità intellettuale, molti interessi e, sotto certi aspetti, una visione del mondo. E l’elefante era un simbolo di saggezza e maestà: non credo che l’omaggio potesse dispiacergli, tutto sommato… E di Malik, donato da un sovrano all’altro a cavallo dell’incontro tra due grandi menti che simboleggiavano due mondi, abbiamo persino un’immagine. La vedete qui sopra, ed è tratta dalla Cronica Majora di Matteo Paris.

Alla fin fine, per essere un elefante del XIII Secolo, Malik lo conosciamo piuttosto bene, vero?

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da: laclarina

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C’era un Elefante di Cremona…

ElephantFrederick

Ne avevamo parlato in occasione della Giornata Mondiale degli Elefanti: ricordate l’elefante di Federico II? Quello ricevuto in dono dal Sultano d’Egitto Malik al-Kamil? Quello che Federico usava per le sue parate trionfali – e che pareva non avere altro nome che “l’elefante di Cremona”? Al-Kamil_Muhammad_al-Malik_and_Frederick_II_Holy_Roman_Emperor

Ebbene, ho fatto una scoperta. Mi sarebbe piaciuto molto che l’elefante si chiamasse Provenzale – come era stato suggerito – ma in realtà Federico optò per un nome che era esotico e anche un filo bizzarro: Malik.

E sì, certo: in arabo Malik significa “Re”, e quindi è adatto a un animale così imponente e significativo – ma era anche l’attributo del donatore, and hence la bizzarria… Chissà che cosa ne pensò il Sultano, quando si vide appioppare una semiomonimia con l’elefante…

Ma in realtà inclino a credere che nessuno dovesse offendersi di alcunché: al-Kamil, sovrano ayyubide di sangue curdo e nipote del (feroce?) Saladino, era un uomo notevolissimo e un buon amico dell’Imperatore, con cui condivideva una mente aperta, un’insaziabile curiosità intellettuale, molti interessi e, sotto certi aspetti, una visione del mondo. E l’elefante era un simbolo di saggezza e maestà: non credo che l’omaggio potesse dispiacergli, tutto sommato… E di Malik, donato da un sovrano all’altro a cavallo dell’incontro tra due grandi menti che simboleggiavano due mondi, abbiamo persino un’immagine. La vedete qui sopra, ed è tratta dalla Cronica Majora di Matteo Paris.

Alla fin fine, per essere un elefante del XIII Secolo, Malik lo conosciamo piuttosto bene, vero?

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da: laclarina

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Pesca e Pesche

CompleatAnglerThorpeOggi facciamo (in ritardissimo) qualcosa di lievemente eccentrico e diverso dal consueto.

Sia il ritardo che l’eccentricità che l’argomento hanno… well, diciamo che hanno ragioni.

In primo luogo, vi ricordate di Izaak Walton e The Compleat Angler – il Perfetto Pescatore? Ecco, qui c’è un video che mostra le illustrazioni di una vecchia edizione. Sono affascinata… non tanto dall’idea che nel 1911 si pubblicasse ancora un manuale di pesca seicentesco… O forse anche da quello – ma soprattutto dall’idea che lo si pubblicasse illustrato.

Dite la verità: non immaginate ragazzini in vacanza in campagna – e questo libro sfogliato insieme al nonno la sera a titolo di premio se ci si è comportati bene, oppure nei pomeriggi piovosi? E cugini ormai adulti che nella libreria della  vecchia casa ritrovano il libro impolverato e… right, mi fermo qui. Questo cosa ha tutta l’aria di voler diventare una storia. Peach

E poi, sempre because, volevo mettere qui anche un pezzettino di James and the Giant Peach – ma mi sono accorta che è pieno d’insetti – e quindi, se proprio volete vederlo, bisognerà che vi rechiate altrove.

E buona domenica – o quel che ne resta.

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da: acquaementa

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La cucina contemporanea cagliaritana: due ristoranti da scoprire

Insieme al territorio e alle aziende, il nostro blogtour a Cagliari grazie e per con conti dell’Associzione Italiana Foodblogger, ha previsto anche due cene per assaporare al meglio i prodotti di

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28 agosto 2015

da: laclarina

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Cavalieri di Malta

knights_of_maltaGli Ospitalieri di San Giovanni – in generale meglio conosciuti come Cavalieri di Malta, in narrativa appaiono in diversi colori, ma in genere non godono della nomea nigerrima che affligge altri ordini cavallereschi – primi tra tutti i Templari.

Ci sono pessimi Cavalieri di Malta, come Farnese, governatore dell’isola nell’Ebreo di Malta di JewofMalta.jpgMarlowe – un opportunista machiavellico e fedifrago, cui non pare nulla di brutto non solo vessare gli Ebrei (peccato veniale a fine Cinquecento – ammesso che peccato fosse affatto), ma anche di venir meno alla parola data con estrema facilità. Insomma, se il Barabas eponimo è l’antieroe della tragedia, non è che Farnese ci faccia una gran figura… Oh, d’accordo: nessuno fa una gran figura in questa storia – ma d’altra parte una delle tesi di Marlowe era che in fatto di religioni c’era poco da scegliere e, come si dice con colorita efficacia dalle mie parti, prendi uno e strozza l’altro…

Don_Carlos_Marquis_Posa__500x664_On the other hand, avete presente il Marchese di Posa? L’amico di Don Carlos, quello di animo nobile, fiero e disinteressato, il campione del libero pensiero che si guadagna l’ammirazione e l’affetto dell’algido Re Filippo, quello che alla fine – con più generosità che buon senso, if you ask me – si fa uccidere per salvare il suo amico? Ecco, all’opera di solito lo si dimentica, ma Rodrigo, Marchese di Posa, è un Cavaliere di Malta. Ed è il genere di giovanotto che a diciotto anni lascia gli studi per arrivare a Malta alla vigilia del Grande Assedio, presentandosi come uno “la cui croce è stata comprata, e ora viene a guadagnarsela. E se la guadagna eccome – battendosi valorosamente a Sant’Elmo e, dopo che il forte è perduto ai Turchi e tutti i suoi compagni sono morti, tornando a nuoto sull’isola a portare notizie vitali.

Tutto ciò per dimostrare che di Ospitalieri narrativi ce ne sono di buoni e di cattivi – ma d’altra parte, l’Ordine non aveva Sir Walter Scott a fare cattiva stampa. Ora, Sir Walter Scott può piacere o non piacere, ma non gli si può negare una capacità non comune nel creare miti duraturi. I Malvagi Templari, il Malvagio & Meschino Giovanni Senzaterra, la Guerra delle Due Rose e gli Scozzesi in kilt sono soltanto alcune delle ombre lunghe dei suoi romanzi – di quelle cose che non si sa se volerlo strangolare per i macelli storici che ha combinato, o ammirare la sua capacità di modellare la percezione della storia per secoli a scendere… knightssiege

E quest’uomo pericoloso non nutriva per i Cavalieri di Malta un briciolo dell’antipatia che invece riservava ai Templari. Anzi. Li trovava abbastanza simpatici e ammirevoli da voler dedicare un romanzo al loro exploit più celebre: il Grande Assedio di Malta del 1565. Ora, è vero che è più facile simpatizzare con gli assediati – e questo assedio in particolare fu una di quelle faccende che sembrano fatte apposta per un romanzo: poco più di seimila difensori che ricacciano indietro otto volte tanti Ottomani… Immaginatevi una seconda edizione di Costantinopoli 1453 – però vittoriosa. E in tutto questo i Cavalieri si comportarono bene e pagarono un prezzo piuttosto alto .

Quindi si capisce la simpatia di Scott, che partì con una manciatina di Spagnoli in vari gradi dell’Ordine, poi si spostò nel campo turco, e infine si stancò della storia che stava scrivendo, e virò sulla cronaca dei fatti, disinteressandosi dei suoi personaggi… Poi nel 1832 Scott morì, lasciando un po’ meno di ottantamila parole manoscritte di The Siege of Malta – talmente bruttine che un perplesso esecutore letterario si augurò di non vedere mai pubblicato un romanzo così poco all’altezza della carriera dell’autore.

SiegeSolo che poi si sa come vanno queste cose: un ultimo Scott? Uno Scott inedito? Uno Scott sepolto con il suo autore? E i lettori, allora? E gli studiosi? Tutto sommato, c’è da stupirsi che si sia aspettato il 2008 prima di arrivare a una pubblicazione. Meno sorprendente è il caos che ne seguì, con i filologi che si accapigliavano sulla trascrizione dell’illeggibile manoscritto, i recensori impegnati a dissezionare la qualità tutt’altro che eccelsa dell’insieme, e qualche purista indignato per la speculazione editoriale sugli ultimi sforzi di un autore decaduto. Perché il fatto è che The Siege of Malta non è davvero un granché. Dopo una serie di ictus e indebitato fino al collo, Scott non era più lo scrittore di un tempo, e The Siege, con la sua trama senza capo né coda e i personaggi abbandonati per strada, ha tutta l’aria di risentirne. D’altra parte, Scott si dichiarò soddisfatto del romanzo – ma non fece nessun tentativo di pubblicarlo prima di morire, il che probabilmente è significativo…

Piacevano davvero a Sir Walter Scott questi suoi ultimi personaggi, Don Manuel de Vilheyna, il giovane Francisco e Ramegas? O li aveva lasciati cadere perché dopo tutto non si trovava così bene con i Cavalieri di Malta come aveva creduto dapprincipio? Si sarebbe mai sforzato di finire il romanzo se non fosse stato per tutti i debiti che doveva pagare? Sono di quelle cose che non sapremo più, e forse – forse sarebbe stato davvero giusto e compassionevole lasciare il manoscritto pieno di correzioni là dov’era – chiuso in una biblioteca, nell’ombra di un uomo malato, infelice e smarrito, che aveva avuto il dono di plasmare l’immaginazione dei secoli a venire, e forse sapeva fin troppo bene di averlo perduto.

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