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da: u velto

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31 marzo 2015

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31 marzo 2015

da: Sergio Marcheselli

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Amici fotografi – Misha Cattabiani

Questa idea ha cominciato a frullarmi in testa parecchio tempo fa quando, tornando da un workshop fotografico non particolarmente fruttuoso (almeno per il tema di giornata), ho notato che le foto migliori erano quelle che ogni fotografo partecipante aveva scattato agli altri fotografi; mi erano talmente piaciute che le avevo pure pubblicate.

Da lì al decidere di fare una serie di interviste, eseguite seguendo un filo conduttore comune, a tutti i fotografi che ho il piacere di conoscere e con i quali esiste anche un rapporto di amicizia, il passo è stato breve.

Pubblicherò queste interviste periodicamente e, manco a dirlo, saranno tutte corredate da cinque fotografie scelte in assoluta autonomia dall’intervistato. Tanto sono tutti bravi e sono certo che ci sarà da lustrarsi gli occhi.

Inizio oggi con Misha Cattabiani, che è stato il primo del gruppo che ho conosciuto e con il quale condivido scarpinate in Appennino Emiliano durante lo svolgimento dei workshops da lui stesso organizzati e che, recentemente, mi ha anche gratificato enormemente invitando me ed altri colleghi a contribuire ad una mostra condivisa organizzata dall’Ente Parchi dell’Emilia Romagna. E’ la mia “vittima” preferita: l’ho stressato con domande sulla fotografia, lo stresserò con quesiti riguardanti la pittura ad olio (leggerete poi il perché) e lo stresso adesso con la prima intervista di “Amici fotografi”.

 

_MG_7481bnD – Ciao Misha, mi dici qualcosa di te?

R – Ciao Sergio. Sono un fotografo che ama la fotografia e l’arte a 360°. Ho iniziato il mio percorso con la pittura e sono diplomato come maestro d’arte in scenografia. Con la macchina fotografica ho percorso vari generi tra cui la street-photography ma il mio grande amore è sempre stato verso la natura e devo dire che la direzione fotografica degli ultimi cinque anni è proprio la paesaggistica. La fotografia oltre che una passione è anche una professione, per ora non a tempo pieno; mi occupo oltre che di servizi fotografici (matrimoni, still-life, interni ed esterni ecc.), di stampa fine-art, corsi di post-produzione e soprattutto di workshops di fotografia paesaggistica, proprio dove io e te ci siamo conosciuti. Sono fotografo collaboratore delle rivista del C.A.I sezione Parma L’Orsaro e ho firmato con una mia fotografia la copertina di Meridiani Montagne per la monografia dedicata all’Appennino Tosco Emiliano… Tra l’altro uno scatto durante un’uscita che abbiamo fatto insieme.

D – Quando hai iniziato a fotografare?

R – I primissimi scatti li ho fatti che avrò avuto circa sei anni, ma l’inizio vero e proprio è stato nel 2002 con pellicole in b/n. E’ stato un anno di svolta in cui dalla pittura sono passato alla fotografia e me ne sono innamorato.

D – Sei autodidatta o hai frequentato anche corsi di fotografia?

R – Sono autodidatta e la “gavetta” l’ho fatta come assistente ad alcuni fotografi di Parma e provincia.

D – Ricordando a chi ci legge che il mezzo non ha l’importanza che molti gli conferiscono, quali attrezzature fotografiche hai usato ed usi adesso? E poi: c’è un obiettivo (o una focale) che preferisci?

R – Per ciò che è inerente all’attrezzatura credo che sia la capacità e soprattutto la sensibilità di chi usa la fotocamera a determinare il risultato. Ho iniziato con la una Polaroid 1000 per poi usare la Praktica di mio padre, poi una Canon Ae1, Eos 30 eccetera. Per un breve periodo ho scattato anche in medio formato con una Zenza Bronica. Ora scatto con una Canon 1V per la pellicola e con la 5D mkII per il digitale. Come focali uso il 15mm f.2.8 fish-eye Sigma, 18mm f.3.5 Zeiss, 24mm f.1.4 Canon, 24-105 f.4 Canon, 100mm f.2.8 macro Canon, 70-200 f.4 Canon. Come filtri uso un polarizzatore Kenko e Tamron, un ndx400 Hoya, filtri Lee a lastra con un set di 3 digradanti soft e un bigstopper. Cavalletto Manfrotto 055xprob con testa a sfera 498rc4. La focale che prediligo in questo momento è il 24 1.4 Canon, ottica con la quale tra l’altro ho deciso di svolgere completamente un progetto che terminerà a breve.

D – Anche se la domanda è riduttiva, c’è un genere fotografico che prediligi?

R – Si, come detto, la fotografia paesaggistica.

D – Quanto conta la post-produzione nel tuo flusso di lavoro?

R – Conta davvero tanto ma sempre con l’ottica e l’intenzione non di creare qualcosa che non c’era ma di valorizzare il soggetto e l’intento fotografico. Proprio come ci ha insegnato Ansel Adams: mettere in atto un processo fotografico che parte dalla visualizzazione (o se vogliamo pre-visualizzazione) per poi passare allo scatto e terminare con quello che è lo sviluppo e stampa. Credo che i mezzi attuali offrano infinite possibilità di controllo del risultato finale. Sta a noi decidere se scegliere la strada del fotoritocco per continuare a correggere errori di scatto, della post volta a fare “scena”, oppure fare uno scatto tecnicamente (o artisticamente) corretto e valorizzare (non ritoccare) la fotografia.

D – Quanto tempo dedichi alla fotografia?

R – Se devo fare una media direi circa 4h al giorno.

D – Se ci sono fotografi del passato o del presente che hanno influenzato il tuo lavoro, chi sono?

R – Influenzato direttamente a livello formale direi nessuno, ho sempre ritenuto fondamentale percorrere la mia strada mettendoci tutto il tempo necessario per arrivare a un risultato piuttosto che farmi “influenzare” o ancora peggio copiare stili di altri fotografi. Influenze invece di studio fotografico e/o artistico, concettuale, e di valori estetici, beh si, parecchi. Per citarne qualcuno: Alex Majoli , Alex Webb, Steve Mc Curry, James Nachtwey, Trent Parke, Alfred Stieglitz, Richard Avedon, Jan Saudek, Gustave Le Gray, Vittorio Sella, Ansel Adams, Sebastiao Salgado, Michael Kenna.

D – C’è una tua foto preferita? E’ fra quelle che mi ha concesso per la pubblicazione in questo articolo?

R – E’ difficile in quanto ogni scatto ha una sua storia e un suo valore. Siccome raccontare di sé con sole cinque fotografie non è affatto facile, ho scelto degli scatti a colori che rappresentano ognuno un momento specifico del mio cammino. Se ne dovessi scegliere uno di quelli qui proposti direi la Milky Way a Castelluccio. E’ una delle fotografie che meglio rappresenta la mia ricerca fotografica dell’ultimo periodo: la fotografia notturna.

D – Stampi le tue foto?

R – Si per me la stampa è fondamentale: è il punto di arrivo nella fotografia.

D – Hai mai esposto i tuoi scatti in mostre fotografica individuali o collettive?

R – Si ho esposto parecchie volte soprattutto in mostre personali. Alcune delle più significative: “Il respiro della natura” 2006, “Carnevale a Venezia” 2007, “Why-Introspezione Venezia” 2008, “Circo di Vienna” 2009, “Acqua” 2010, “Chaos n.8” 2010, “Parco dei Cento Laghi” 2011, “Atmosfere in Appennino” 2012 (dal libro fotografico con Concari e Roberti), “La fotografia paesaggistica: un modo per scoprire e vivere la biodiversità” 2014, “Landscape” 2014, e l’ultima attualmente in corso a Pratospilla “Quando l’Appennino si veste di bianco” 2015.

D - Pubblichi le tue fotografie sul web? Se si, dove?

R – Si le pubblico su Facebook, su Flickr e sul mio sito www.mishacattabiani.com

D – Quanto rivedi i tuoi vecchi scatti, pensi che?

R – Ho sempre amato sperimentare e seguire sentieri nuovi con approcci differenti e la fotografia è sempre in divenire, quindi guardando al passato mi vengono diverse impressioni. Gli scatti di dieci anni fa, di quando nella visione dei provini su quei 36 scatti ne tiravi fuori uno o due per fare l’ingrandimento… eri felice, la fotografia era fresca e ancora con tante cose da sperimentare e imparare. Gli scatti di cinque anni fa sono meno istintivi ma più maturi, la fotografia è studiata e volta nella perfezione tecnica. L’ultimo periodo è sicuramente quello che preferisco: la tecnica mi soddisfa anche se c’è sempre da imparare, l’estetica è sempre più volta in un concetto che adoro, quello della Stimmung, cioè quando un’atmosfera diviene stato d’animo. Ma gli scatti migliori sono quelli che devono ancora venire!

D – Raccontami un aneddoto legato alla tua esperienza come fotografo/a.

R – Lo scorso anno stavo salendo in solitaria sul Cusna con la tenda per restarci un paio di gg quando giunto ai Prati di Sara ho visto per la prima volta il lupo. Pochi secondi neanche il tempo di una fotografia ma è stato un incontro emozionante che mi ha portato a vivere le ore successive con piena gioia. Qualcuno mi ha domandato: paura? Chi deve aver paura è il lupo dell’uomo, non viceversa! Ho avuto decisamente più paura di notte con i cavalli al pascolo che sono arrivati a pochi metri dalla tenda.

D - Se ne avessi la possibilità, chi o cosa vorresti fotografare?

R – Spero che la fotografia mi conduca un giorno a fotografare posti come L’Alaska e come il Karakorum con i suoi 8000.

D – Parlami dei tuoi progetti presenti e futuri in campo fotografico.

R – Di progetti ne ho tanti. Attualmente ne ho uno che sto portando avanti da circa tre anni e che spero di concludere quest’anno; ti voglio dare l’esclusiva in questo blog per quel che riguarda il titolo: “Seguendo il sole, scoprendo le stelle”. Poi ne ho uno con l’amico Erik Concari inerente il cibo: una mostra fotografica che si terrà al Museo Ettore Guatelli con inaugurazione il 1 maggio. Un progetto legato come si può immaginare all’expo, non voglio anticipare molto sperando di vedervi durante la mostra: vi dico solo che ci saranno alcune ricette e prodotti della nostra tradizione, le rezdore, l’amore verso il cibo e la nostra terra, la nostra collina e il nostro Appennino. Per il futuro tante idee: dalla fotografia dedicata all’arrampicata, allo studio delle antiche tecniche di stampa, eccetera.

D – Grazie, Misha, è stato un piacere averti come ospite e sarà stimolante seguirti.

R – Grazie a te Sergio per questa intervista! Ci si vede sui monti! Buone foto a voi tutti!

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da: Sergio Marcheselli

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Emily Way

L’amico Valerio Dondi, impareggiabile amministratore del gruppo Facebook Nikonisti Emilia-Romagna, come spesso gli accade, l’ha pensata bella: dedicare un progetto fotografico alla via Emilia, lungo il suo percorso da Piacenza a Rimini, coinvolgendo tutti gli iscritti al gruppo e chiedendo loro di mettere nero su bianco – anzi, luce su sensore o pellicola – una documentazione dell’attualità, delle trasformazioni, dei paesaggi, dei luoghi, delle persone, degli eventi al fine di realizzare un lavoro monografico sulla realtà odierna del territorio attraversato dalla vecchia via consolare.

A questo link potrete trovare maggiori chiarimenti e le modalità di adesione: Progetto AEMILIA .

Io mi sono già messo in movimento, perché il progetto è stimolante. Nemmeno a farlo apposta, i giorni scorsi , avevo notato (annotato) un bar appena ristrutturato sulla via Emilia, attratto dal colore vivo dei muri esterni e dall’insegna decisamente evocativa.

Tant’è che mi sono deciso ed ho portato a casa questo scatto, cercando contrapporre di l’immobilità coloratissima dello stabile così particolare e il flusso incessante e ipnotizzante delle auto sulla via Emilia testimoniato dai fantasmi dei riflessi sulle carrozzerie in movimento; mica facile mettere in pratica l’idea, soprattutto a metà di un pomeriggio di marzo, con luce in abbondanza e flare come se piovesse. Mi sono arrangiato: f/ stop da delinquente (f/16), filtro ND, impostazioni manuali e alcuni tentativi. Niente di che, ma il risultato lo pubblico ugualmente.

Per chi se lo stesse chiedendo: fonti certe mi hanno riferito che il traduttore dell’insegna ora lavora per una multinazionale alimentare che produce anche gelati; erano alla ricerca di qualcuno che potesse coniare uno slogan pubblicitario famoso quanto il mitico spot “Ciu gust is mei che uan!” .

Per me l’anno trovato…

da: cocomeraio1

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Backup! Backup! Backup!

Floppy1Vent’anni fa o giù di lì – al tempo dei floppy disk* – a un certo punto mi capita per le mani una deliziosa scatolina metallica piatta e quadrata.

“Oh,” cinguetto tra me e me. “Sembra fatta apposta per metterci un singolo floppy!” E il singolo floppy che ci piazzo dentro contiente – tenetevi forte – l’unica copia della seconda stesura di un romanzo. Unica. Copia. In una scatoletta di metallo.

Quando estraggo l’arnesino dalla sua graziosa casetta nuova e lo inserisco nel portatile, il portatile fa spallucce. Ri-inserisco, e nulla accade. Riprovo ancora, ancora e ancora – alla maniera di chi spera di svegliarsi da un momento all’altro e scoprire che era tutto un brutto sogno… Ma naturalmente no. Il floppy è diventato invisibile.

È estate, e il San Tecnico è in vacanza, così rimetto il povero floppino egro nella scatoletta di metallo e mi scapicollo in città, nell’unico negozio d’informatica che conosco. Dentro c’è il titolare, che era a scuola con mia madre, e c’è qualche implume che traffica con il computer. Il titolare ascolta le mie spiegazioni sconnesse e affida il floppy a un implume, con l’istruzione di vedere cosa può farci. L’implume, che è impegnato in tutt’altro, prova a inserire, fa spallucce, estrae e restituisce al titolare.

“Smagnetizzato,” mugugna – e torna ad occuparsi degli affari suoi.

“Ma…” balbetto io, con un vago senso di caduta verticale. “Ma non si può recuperare quel che c’è dentro?”

Il titolare, forse temendo una crisi di pianto, guarda con qualche severità l’implume – il quale fa spallucce di nuovo.

“Se è smagnetizzato, è smagnetizzato,” sentenzia a mezza bocca. Con l’altra metà sta sghignazzando con il suo altrettanto acerbo compare, seduto al computer accanto. Se potessi, strangolerei volentieri entrambi.Floppy3

Il titolare mi restituisce il floppy. Se non altro, ha l’aria dispiaciuta, mentre mi spiega che non c’è niente da fare – cosa che avevo già afferrato da me. Tolgo dalla borsa la scatoletta e la apro per rimetterci il floppy…

“Ma…” il titolare fa tanto d’occhi. “Non lo tiene lì dentro, vero?”

Io annuisco mestamente. Prima era una casetta, adesso è una piccola tomba…

“Ma è di metallo!”

Io sgrano gli occhi. “Sì… di latta verniciata. Anni Cinquanta…”

Il titolare chiude gli occhi un istante, e poi mi spiega: metallo, robe magnetiche… “Ma non era l’unica copia, vero?”

Oh dear.

Ri-caduta verticale: il floppino è defunto, la tecnica non può nulla, gl’info-implumi sono un bunch di gente senza cuore, ma l’assassina… la floppicida sono io. Io con la mia dannatissima scatoletta di latta verniciata anni Cinquanta. Saluto il titolare – e vedo che è ancora preoccupatissimo. Tsk. Per chi mi prende? Sono forse una che va a pezzettini nei negozi? Io non sono così. Io torno in macchina, e solo quando sono chiusa dentro mi faccio un bel pianto sulla dipartita della mia seconda stesura. Unica copia.

E piango sul volante finché un altro automobilista non suona il clacson per farmi capire che aspira al mio parcheggio… Senza nessun riguardo per la mia tragedia in corso. I mean, per quanto ne sa lui, potrebbe essere una tragedia vera e propria – e comunque, mai sottovalutare la portata di una stesura perduta, con l’aggravante della stupidità attiva.

E questo accadeva vent’anni orsono o giù di lì, e ha l’aria della lezione che non si dimentica, vero?

Floppy2E invece no. Ancora adesso il backup resta una di quelle buone idee che non metto mai in pratica. Oggi pomeriggio, domani, quando torno, lunedì… Mai adesso. E il risultato è che ogni tanto mi perdo cose rilevanti – inghiottite dal buio nell’uno o nell’altro crash, cancellate per errore o semplicemente irreperibili per settimane quando a un computer pare bello andare in deliquio…

No, be’ – un progressetto me lo riconosco: ho imparato a conservare quello che sto scrivendo in copie multiple. Una in ogni computer, una su ciascuna chiave USB… È già qualcosa, ma non è come se lo facessi abbastanza spesso. Lo faccio una volta e poi, come per il pane tostato nel forno, mi sento a posto con la coscienza. Di solito, quando torno a ricordarmene, il pane è carbonizzato da una parte e il povero hard disk giace insensibile.

Perché vi dico tutto questo?

Per via di questo post su Karavansara, sostanzialmente. Perché l’osservazione della sventura altrui, combinata al ricordo della propria, dovrebbe funzionare da sprone verso la lungimiranza. Perché quando succede, è troppo tardi. Perché magari sono l’unica che persevera nella propria allegra e pigra imprevidenza – ma il grido di oggi si è, o Lettori: Backup! Backup! Backup!

Hurrà!

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(E v’interesserà sapere che, mentre scrivevo questo post, Firefox si è chiuso senza preavviso… E io non avevo mai salvato… Fortuna che WordPress ogni tanto lo fa da sé.)

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* Non avete idea di quanto mi senta vecchia nello scrivere questo genere di cose…

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da: acquaementa

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Cacao Criollo: la vera sorpresa

Il cioccolato lo conoscono tutti: fondente, al latte, bianco, gianduja … ma quanti lo conoscono davvero? Quanti sanno da dove viene? E quante varietà di cacao ci sono? Sì, perché

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da: cocomeraio1

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Isola del Tesoro Pop-Up

TreasureIsland2Toy Theatres, Stevenson e libri pop-up… che si può volere di più?

Ted Hawkins (notate il cognome, per favore…) favoloso esperto, costruttore e utilizzatore di teatrini, ha messo insieme e in scena questa incantevole versione di Treasure Island, che sfrutta meccanismi e aspetti visivi dei libri pop-up per raccontare la vecchia e affascinante storia di Jim Hawkins (ha!) , la storia di “bucanieri e oro nascosto” che, stando alla tradizione, Stevenson avrebbe scritto in due settimane di vacanze piovose.

E se si considera la giovanile passione di Stevenson per i teatrini (anche se non per le rappresentazioni), il gioco diventa assolutamente perfetto.

Ora, il video intero è troppo lungo e pesante per essere postato, per cui vi spedisco a vederlo qui. È in Inglese, naturalmente – ma dategli comunque un’occhiatina, anche solo a vedersi, è un’assoluta delizia.

E buona domenica.

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da: acquaementa

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Facciamo il pane con Anna Maria Pellegrino ed Emile Henry

Conoscete Anna Maria Pellegrino? No?! Se bazzicate il mondo del cibo, che sia cucinato, scritto o in altri modi raccontato, sicuramente vi sarete imbattuti nel suo nome, o in quello del

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da: cocomeraio1

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L’Uomo del Globe

Globe WanamakerSam Wanamaker era un attore americano trentenne quando nel 1949 sbarcò a Londra e, per primissima cosa, chiese al tassista di portarlo “al posto di lavoro di Shakespeare.”

“Io a Stratford-upon-Avon non ce la porto,” gli rispose il cabbie, e Sam, convinto di avere trovato il tassista più tetragono delle isole britanniche, fece un sorrisetto e spiegò che intendeva il posto di lavoro di Shakespeare a Londra.

“Shakespeare, ha presente? Il poeta e drammaturgo.”

Il cabbie alzò le spalle. Chi diamine si credeva di essere, questo transatlantico del cavolo? ” E io che ho detto? William Shakespeare, 1564-1616. Stratford-upon-Avon.”

Sam cominciava a sentire un vago sconforto, ma si fece portare a Bankside, giusto sull’altra riva del Tamigi, dove, secondo lui, dovevano esserci quanto meno le rovine del Globe Theatre…

Il tassista fece quel che gli si chiedeva: chi era lui per rifiutare denaro dagli Americani squadrellati? Era il Quarantanove, e l’Inghilterra faticava assai a riprendersi dopo la guerra… se il piccolo coloniale voleva pagare per essere portato a vedere un bel niente, erano fatti suoi, giusto?

E così Sam arrivò a Bankside e scoprì, sconcertatissimo, che il cabbie aveva ragione: non c’era… niente. Oddìo, c’era una placca commemorativa sulla parete di una birreria: In questo luogo sorgeva… eccetera eccetera. E basta. Nient’altro. Della culla del teatro inglese non restava nulla.

Sam, pieno di sacro fuoco artistico, non capiva come ciò potesse essere – ma vedeva un soluzione: perché non ricostruire un Globe al posto giusto? E in uno di quei momenti che cambiano la vita, sposò quello che sarebbe diventato il suo Sogno con la S maiuscola: un nuovo Globe. Globe_Theatre_mid

Ma il nostro transbardolatra non aveva fatto i conti con due problemi: da un lato, l’Inghilterra era, come dicevamo, stremata dalla guerra, e dall’altro… Be’, immaginatevi il mondo accademico inglese davanti a un attore americano ansioso di prendere in mano delicate questioni shakespeariane e ricostruire un teatro elisabettiano distrutto da secoli, e portarci dentro pubblico e turisti… Heavens above – giammai! E il povero Sam se ne tornò in America sospinto dal fragore delle loro esclamazioni inorridite.

Ma non per questo rinunciò. Anzi, fece qualcosa di geniale: cominciò a cercare alleati tra le file nemiche, per così dire, cominciando a corrispondere con singoli accademici su entrambe le sponde dell’Atlantico, raccogliendo le più accreditate opinioni su come dovesse/potesse essere stato un teatro elisabettiano… Perché il fatto era, vedete, che allora come adesso nessuno lo sa con certezza. Abbiamo qualche descrizione, una certa quantità di evidenza archeologica da altri posti, lo schizzo di un turista svizzero, e un contratto per la costruzione di un altro teatro che riporta con dettagliata precisione alcuni particolari da copiarsi dal Globe – ed è tutto. Ma ciò non impediva agli studiosi di intrecciare teorie su teorie, e ogni sorta di ragionevoli ipotesi…

Sam era un visionario e un uomo persistente. A dispetto di un sacco di oppositori che temevano una specie di Disneyland pseudoelisabettiana nel cuore di Londra, e con qualche appoggio dalla famiglia reale, nel 1970 fondò lo Shakespeare Globe Trust, e cominciò a raccogliere fondi in tutto il mondo. Perché il fatto è che l’interesse per il progetto era enorme, e si cominciava a vedere che l’Americano faceva le cose molto, ma molto seriamente.

globe-todayNon che i problemi fossero finiti: non era possibile costruire là dove erano sorti i due successivi Globes originali (costruiti rispettivamente nel 1599 e nel 1614), e il progetto che andava emergento era spaventosamente incompatibile con le moderne norme antincendio… Sam e i suoi scesero a ragionevoli compromessi: si spostarono nel punto utile più vicino, incorporarono modifiche antincendio, fecero qualche concessione all’idea generale di come dovesse apparire un teatro elisabettiano… E in premio ebbero un colpo di fortuna: nei tardi anni Ottanta gli archeologi trovarono, a poca distanza, le fondamenta di quello che era stato il teatro rivale: il Rose di Philip Henslowe… Henslowe aveva detestato con qualche energia i Burbage, forza motrice del Globe, e teatri e rispettive compagnie si erano fatti guerra per anni: decidete voi se sia una beffa o un poetico ricongiungimento il modo in cui il ritrovamento del Rose servì a consolidare e definire il progetto del Globe risorto, i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1991.

E alla fine la perseveranza, l’entusiasmo e l’intelligenza di Sam Wanamaker vinsero la partita – anche se lui non visse abbastanza a lungo per vederlo: quattro anni dopo la sua morte, lo Shakespeare’s Globe Theatre ha aperto i battenti nel 1997, ed è una meraviglia – a vedersi e per le meravigliose stagioni teatrali e musicali che vi si tengono. Per l’opera educativa che vi si svolge. Per la sensazione di viaggio nel tempo che offre…GlobeWan

Dall’anno scorso è affiancato da un altro, piccolo teatro al chiuso: la ricostruzione – ipotetica ma molto ragionevole – di un teatro giacobita indoor. Ed è solo giusto – non trovate? – che quest’altra meraviglia dove si recita a lume di candela, porti il nome del sognatore che ha dato inizio a tutta l’avventura: the Sam Wanamaker Playhouse.

 

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da: roversi

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Ristampa! Seconda edizione per #Soloiltempodimorire con fascetta di De Cataldo

Il regalo di compleanno è arrivato con qualche giorno d'anticipo: dopo poco più di un mese il mio romanzo Solo il tempo di morire (Marsilio) è in ristampa! E non è finita qui. A firmare la fascetta che accompagnerà questa seconda edizione nelle librerie c'è una bellissima frase di Giancarlo De Cataldo lo scrittore "padre" […]

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