1 0

da: cocomeraio1

post icon

La Dura Vita Del Lettore Sperimentale

BetaVoi – Leggeresti il secondo atto?

Lettore Sperimentale (con un lampo di terrore negli occhi) – Ah… l’hai finito, allora.

Voi – Stanotte. Leggeresti?

LS – Er… sì. Sì, certo. Sissì.

E magari c’è stato un tempo in cui il LS ha creduto ingenuamente che una conversazione del genere preludesse a una lettura prima o poi, ma ormai ha imparato che, semmai non l’aveste già stampato, il secondo atto si materializzerà nel tempo che una stampante impiega a metterlo nero su bianco… Dopodiché voi consegnate e fate del vostro meglio per non aver l’aria di mettere fretta. E magari il LS, se glielo diceste, scoppierebbe in una risatella amarognola – ma è proprio vero: state facendo del vostro meglio per non avere l’aria di calcolare quanto può volerci a leggere quelle quindici o venti paginette, per non levare un sopracciglio interrogativo e speranzoso ogni volta che incrociate il LS, e soprattutto per non chiedere niente.

E alla fine giunge il momento in cui il LS comunica di avere letto.

Voi – E…?

LS (prende fiato e raddrizza le spalle* e poi enuncia con cura) – È molto, molto bello.

Voi – Ma…?

Qui un LS inesperto proverebbe a rispondere che “Ma niente, ho detto che è bello” – ma il vostro LS vanta anni di esperienza e non ci prova nemmeno. Invece…

LS (prende la rincorsa e…) – Mamipiacedipiùilprimoatto.

Voi – Ah.

LS – Eh. Bello anche il secondo, sia chiaro. Solo che… mah. Quelle impressioni. E adesso, se non ti secca, dovrei spazzolare il gatto/infornare il soufflé/sostituire il carburatore/cominciare la lezione di filologia ugro-finnica…

Voi (piazzandovi fermamente tra il LS fuggitivo e la porta) – Solo che cosa?

LS – Te l’ho detto: sono quelle impressioni. Magari mi sbaglio. E adesso–

Voi – Ci sarà pure un motivo se il primo atto ti piaceva e questo no.

LS – Esagerata! Non ho detto che non mi piace. Mi piace un po’ meno, ecco tutto.

Voi – Ma perché? In che modo di preciso?

LS – Ma non lo so–

Voi – Come sarebbe che non lo sai? L’hai letto o no? Non ti costringo a leggere per sapere solo che ti piace o non ti piace, sai?

LS – Be’, è qualcosa.Beta2

Voi – Non abbastanza. Che cosa c’è che non va?

LS – Ma niente di preciso. È meno… È più… (fa un gesto vago)

Voi – È la trama? È la forma? È il contenuto?

LS – Er… la forma.

Voi – In che modo?

LS – Come hai detto che è il tuo indirizzo di posta elettronica? Torquemada@santainquisizione.qualcosa?

Voi – Very funny. Che cosa non va nella forma?

LS – Mah, c’è qualche battuta che non mi convince del tutto…

Voi – L’hai segnata?

LS – Ssssì… qualcuna.

Voi – Come qualcuna? Che cosa la tieni in mano a fare la matita mentre leggi, se poi non segni–

LS – Come sai che tengo una matita… Santi numi del deserto!  Mi controlli mentre leggo?

Voi – Non divagare. Che cosa hai segnato?

LS – Quasi niente, non so di preciso. Sono quelle impressioni, ti ho detto–

Voi – Ma quali impressioni? Devo saperlo! È chiaramente qualcosa che a me sfugge – come faccio a capire che cosa non va se non mi dici che cosa è?

LS – Magari mi sbaglio. È molto possibile che mi sbagli. Dovrei rileggerlo. In fondo l’ho letto una volta sola. A tarda notte. E ci sono state distrazioni. La gatta ha avuto una crisi epilettica mentre–

Voi – E allora perché mi dici che non ti è piaciuto così, senza averne la certezza? Non sai che poi gli scrittori si agitano?

LS (esplode) – Cielo misericorde e clemente, infondimi la pazienza. Non ho detto che non mi piace. È solo che non ha tutta quella… quella… quell’armonia danzante che ha il primo atto.

Voi – Armonia. Danzante.

LS – Armonia danzante.

Voi – Armonia danzante?

LS – Armonia danzante. Armonia danzante. Armonia danzante.

Voi – Ma in che sens–

LS – Oh, senti? Suonano. Alla porta. Devo scapp… er, devo proprio andare.

Voi – Sento nulla. In che senzo manca di armonia danzante?

LS – Ma magari mi sbaglio. Rileggo, eh? Promesso. Ti faccio sapere, eh? Ciao ciao ciao… (Fugge in galoppo laterale)

Voi – Ma in che senso… -enso… -enso… enso…?

La vostra voce riverbera nella stanza sideralmente vuota, e si allarga come un cerchio sull’acqua, sempre più in largo, sempre più in largo, fino a perdersi in nulla. Vi sa tanto che il LS abbia preso la fuga. Vi farà sapere.

Ha detto che vi farà sapere.

Quando vi farà sapere? Non perché vogliate mettere fretta, e di sicuro non chiederete nulla, ma in fondo, quanto può volerci a rileggere quelle quindici o venti paginette…?

The post La Dura Vita Del Lettore Sperimentale appeared first on Senza Errori di Stumpa.

da: u velto

post icon

da: acquaementa

post icon

La sardina essiccata del lago di Iseo. Un Presidio Slow Food

La sardina essiccata del lago di Iseo è un Presidio Slow Food molto particolare. In realtà non è una vera sardina (che vive nel mare), ma un Agone, un pesce

The post La sardina essiccata del lago di Iseo. Un Presidio Slow Food appeared first on Acqua e Menta.

da: Debora Troni

post icon

Così Vicino, Così Lontano – Panner Fatto in Casa or Homemade Paneer

 
Scroll Down for English Version

Adoro la cucina indiana, mi piacciono le combinazioni di spezie che vengono usate nei piatti di questa tradizione e gli accostamenti fra verdure e carni.
Ho spesso visto ricette che prevedevano il paneer, formaggio tipico indiano, ma che non ho mai avuto il piacere di assaggiare così, avendo sentito dire che si può fare anche in casa senza molti problemi, ho deciso di provare. Mentre studiavo il procedimento ho appreso che il paneer altro non è che latte fatto cagliare con l'ausilio di succo di limone, poi scolato e fatto rassodare.
Ma allora io conoscevo già questo prodotto caseario! Lo avevo già mangiato e lo avevo già fatto in passato, proprio agli albori delle mie sperimentazioni in cucina quando, prima di darmi agli abbinamenti e agli intingoli, ero affascinata dai processi chimici e dalla scienza dietro alla produzione di alcuni degli alimenti più antichi come il pane e appunto il formaggio.
Questo formaggio dal sapore delicato e burroso è adatto ad una dieta vegetariana perché per produrlo non viene utilizzato caglio animale.
Ecco come si fa.
  • 1 litro di latte fresco
  • 3 cucchiai di succo di limone
Mettete il latte in una pentola dal fondo spesso e portate a 80°, appena prima che inizi a bollire, togliete dal fuoco e aggiungete il succo di limone mescolando. Vedrete che il latte comincerà a cagliare e la parte solida si separerà dalla liquida. Lasciate raffreddare per circa 30-40 minuti. Foderate un colino con della garza o del cotone bianco e versateci sopra il contenuto della pentola. Potete conservare il liquido se volete e utilizzarlo per cucinare, in zuppe, dolci, ogni preparazione che necessita di liquidi. Stringete i lembi della garza e strizzate quanto più liquido possibile. Aprite la garza, date un a forma quadrata al vostro formaggio e richiudete la garza sopra. Mettete un piatto con un peso sopra, mettete in frigo e fare rassodare per almeno un paio d'ore prima di servire.

English Version
 
I love Indian food, I like the combinations of spices that are used in the dishes of this tradition and I love the combinations of different vegetables and meat. I’ve often read about Indian recipes with paneer, a typical Indian cheese, but I've never had the pleasure of tasting it. Having heard that you can make it at home without many problems, I decided to try. While studying the process I learned that paneer is nothing but curdled milk made by mixing hot milk and lemon juice, then strained and ​​firmed up in the fridge.
So I already knew this dairy product! I had eaten and I had already made in the past, at the very dawn of my experimenting in the kitchen when, before being hooked by pairing food and trying new sauces, I was fascinated by the chemical processes and the science behind the production of some of the oldest foods such as bread and cheese.
This cheese has a delicate and buttery flavour and is suitable for vegetarians as it’s made without using animal rennet.
Here's how you can make it.
  • 1 litre unpasteurized milk
  • 3 tablespoons lemon juice  
Put the milk in a heavy bottomed pan and bring to 80°C, just before it starts boiling, remove from the heat and add the lemon juice a little a time, stirring. You will see that the milk will begin to curdle and the solids will separate from the whey. Let cool for about 30-40 minutes. Line a strainer with cheesecloth and pour over the contents of the pot. You can save the whey if you want and use it for cooking, in soups, desserts, and every dish that requires liquids. Pinch the edges of the cheesecloth and squeeze as much liquid out as possible. Open the cheesecloth, shape to your cheese into a square and close again the cloth around it. Put a plate with a weight on top, put in the fridge and let firm up for at least a couple of hours before serving.


da: cocomeraio1

post icon

Il Libro Da Borsetta – Brevi Cenni

BgbkHo finito il mio Libro da Borsetta – e quindi me ne serve uno nuovo. O forse “nuovo” è fuorviante: in prealtà me ne serve un altro.

E che cosa è mai, un Libro da Borsetta?

Il LdB è un librino piccolo, che ci si porta dietro più spesso che no. Idealmente è di dimensioni tali da poter stare in tutto tranne le borsette da sera più estreme. All’atto pratico, va benissimo un paperback di proporzioni ragionevoli, che non sottragga proprio tutto lo spazio disponibile. Non dev’essere tanto grosso che si sia tentati di lasciarlo indietro quando si ha anche la più remota prospettiva di dover attendere. Uffici di qualsiasi natura, ambulatori medici o veterinari, viaggi in treno – al limite anche in coda alla cassa del supermercato. C’è un corollario della legge di Murphy per questo: se non si ha al seguito un LdB, si finirà con l’attendere e annoiarsi; se si ha al seguito un LdB, può capitare di dover attendere oppure no – ma se non altro, si ha di che leggere.

Riccio!

Non proprio un libro – ma di compagnia…

Tutto ciò fa sì che il LdB lo si legga inevitabilmente a bocconi e spizzichi – e per lo più non da solo. Voglio dire, nella vita quotidiana, quella che si svolge fuori dalle sale d’attesa e dagli uffici postali, si leggono libri piccoli e fermaporte impropri, secondo criteri che nulla hanno a che fare con la capacità delle borsette, giusto? E dunque, a meno di volersi mettere a caccia di qualcosa di piccolo ogni volta che si esce per andare ad attendere da qualche parte, tanto vale avere un libricino che viva nella borsetta. A parte tutto il resto, è bene che sia un libro che si è disposti a leggere a bocconi e a spizzichi, per l’appunto.

Inoltre, vivere nelle borsette non fa necessariamente bene alla salute dei libri. Il rischio di finire con copertine gualcite e orecchie nelle pagine non è del tutto da trascurarsi. Quindi potrebbe non essere una cattiva idea procurarsi uno di quei segnalibri con l’elastico: il segnalibro propriamente detto funziona come un segnalibro normale – solo che, anziché vicino alla costa, lo si mette vicino al taglio, così che l’anello di elastico possa tenere chiuso il libro ed evitare il grosso dei danni.

DeadNedDetto ciò, i miei ultimi LdB sono stati Dead Ned e il suo seguito Live and Kicking Ned, di John Masefield – due piccoli paperback Puffin anni Settanta, cinquecentoventi pagine fitte fitte fra l’uno e l’altro. Confesso che alla fine non ho resistito e, contravvenendo alle mie regole, il secondo volume l’ho finito a casa, durante le altrimenti noiosissime sessioni di aerosol antibiotico… Questo ha reso molto più piacevole l’aerosol, ma mi ha lasciata senza LdB prima del tempo.

Un tentativo con Fuori Catalogo, di Rocco Pinto… be’, diciamo che non è andato bene. Probabilmente il prossimo sarà Wild Decembers – quello di Clemence Dane – ma è teatro e, per quanto conti tre atti, non durerà a lungo. Per cui adesso sono in cerca.

Qualcosa di piccolo, qualcosa che possa vivere nella borsetta, qualcosa che si possa leggere a bocconi e spizzichi – abbastanza attraente da ingannare l’attesa, ma non così irresistibile da doversi leggere altrimenti o perdere il sonno… A ben pensarci, potrebbe essere una circostanza da riletture… perché no?

Oh well, mi metto a caccia.

E voi, o Lettori? Come vi organizzate per code, attese, anticamere e altre consimili delizie?

 

The post Il Libro Da Borsetta – Brevi Cenni appeared first on Senza Errori di Stumpa.

da: acquaementa

post icon

Conosciamo i Presidi Slow Food: il tirot di Felonica (Mn)

Tirot. Fino a qualche giorno fa non avevamo idea di cosa fosse, e sicuramente non siamo gli unici, nemmeno tra i mantovani, da oggi però per noi significa passione, sacrificio

The post Conosciamo i Presidi Slow Food: il tirot di Felonica (Mn) appeared first on Acqua e Menta.

da: paola

post icon

CORSO ALLE TAMERICI: PASTA MADRE VIVA E PANE DI RENATO BOSCO

Lo amo quest’uomo….e lo dico al mondo perché è un amore che non ha nulla da nascondere:
 è simpatia,  è ammirazione per tanta professionalità, è stima per un vulcano instancabile che passa la vita tra ricerca e sperimentazione e io adoro questo  modo di dare a chi tanto vuole e sempre di più, il non fermarsi, il non sedersi mai pur mantenendo una dose di umiltà a volte eccessiva. 


E se dico grazie a Renato, non è solo per avermi dato la possibilità di gustare le sue preparazioni alla Pizzeria Saporè di San Martino buon Albergo (se non siete ancora andati vi consiglio la sua “aria di pane": fatemi poi sapere le vostre emozioni ;-)) ma soprattutto per la passione che mi trasmette.
 

un impasto meraviglioso

per un pane divino










un maestro instancabile



E oggi non potevo mancare….non è l’ennesimo corso di pane e pasta madre, vi assicuro che  ogni volta porto a casa un valore aggiunto che incrementa la mia conoscenza ed esperienza….e poi torno con una carica enorme…quella che ogni tanto viene a mancare a causa dei tanti impegni che mi inducono a trascurare il blog e la cucina.

Oggi mi sono avvicinata al lievito in crema, quello a coltura liquida, ….ora in casa c’è anche lui, accanto all’amico di vecchia data, quello solido al quale non potrei mai rinunciare perché è parte ormai della mia vita…E quindi da questo momento in casa i bimbi sono 4…i miei 2 figli in carne ed ossa e gli altri 2 che soggiornano in frigorifero.

Ed è stato un giorno di sperimentazione, abbiamo confrontato un’ impasto preparato utilizzando l’impastatrice con uno realizzato interamente a mano…abbiamo preparato un pane con madre rinfrescata 3 ore prima e uno con il licoli del giorno precedente…..abbiamo osservato come si tratta l’ impasto quando è carico di bolle di aria…abbiamo visto come fare la pezzatura….e poi la cottura in un normalissimo forno di casa senza aver la possibilità di utilizzarne uno professionale…. Abbiamo  cotto pizze, pane….…siamo entrati in un mondo meraviglioso, tanto affascinante e che ogni volta è una scoperta….



E poi si torna a casa con una vaschetta di pasta madre viva, ora sono pronta, col supporto di Renato, per iniziare una nuova avventura da condividere con voi....

da: Simona Cremonini

post icon

Tra orsi, lupi e farabutti, il mistero rivive a Molina, in Lessinia



Primo Giornale, edizione Valpolicella, 16 ottobre 2014

da: Debora Troni

post icon

I Suggerimenti del Lunedì – W i Peperoncini!

 
A me piacciono molto i peperoncini freschi, adoro il loro sapore pungente e frizzantino. Danno calore ai piatti e rendono rotondi i sapori.
Andrea invece non ama i sapori troppo piccanti, così condisco i nostri piatti in maniera sobria e se proprio ho voglia di un sapore più deciso aggiungo del peperoncino in polvere al direttamente nel mio piatto. In questo modo i peperoncini finivano per appassire in frigo e diventare tristi e inutilizzabili. Fino a quando qualcuno, non ricordo chi ma lo ringrazio sentitamente, mi ha detto che i peperoncini si potevano conservare in congelatore. Ecco che da qualche anno ho la mia scorta di peperoncini rossi e verdi in un sacchetto in congelatore e quando ne voglio utilizzare uno non faccio altro che prenderlo dal mio sacchetto e in pochi minuti è scongelato e pronto per essere utilizzato. Ultimamente ho visto Jamie Oliver che grattugiava un peperoncino congelato direttamente su una mozzarella.
Non ho ancora provato ma mi sembra un'idea favolosa poter spolverare peperoncino fresco sui piatti!

da: cocomeraio1

post icon

Shakeloviana: Era Marlowe

WGZIt Was Marlowe - A Story Of The Secret Of Three Centuries, di Wilbur Gleason Zeigler, non è quel che si dice un bel romanzo – ma merita un post perché lo si può considerare il capostipite del marlovianesimo…

Per capirci, i Marloviani sono coloro che sostengono che Will-Shakespeare-Il-Figlio-Del-Guantaio non può, non può, ma proprio non può avere scritto le opere che gli si attribuiscono – e che sono invece farina del sacco di Christopher Marlowe.

Ma, obbietta la persona ragionevole, Marlowe è morto nel 1593: come ha scritto tutto quel che viene fra il giugno del ’93 e il 1616? Ecco, i Marloviani non credono affatto a tutta la faccenda di Deptford – e nel corso dei decenni hanno formulato una serie di teorie in tutta la gamma dall’improbabile al fantapolitico per spiegare la sopravvivenza del loro beniamino…

Ma WGZ merita un occhio di riguardo, perché è stato il primo ad avanzare l’ipotesi nel 1895, decenni prima che Leslie Hotson dissotterrasse dagli archivi dell’English Public Records Office i documenti dell’inchiesta sulla morte di Kit, o che si scoprisse la storia del rapidissimo regio perdono a benefico dell’omicida Frizer…

Ora, chiariamo un punto. Ho già detto che, da un punto di vista accademico, sono agnostica in questa controversia: non soffro di nessun furore iconoclastico ai danni del povero Will, e vi cito la domanda che Robert Brustein, in una sorta di monologo-poscritto al suo play The English Channel, mette in bocca allo spettro dell’attore elisabettiano Richard Burbage: Com’è che voi moderni vi sentite in dovere di credere che chiunque in Inghilterra abbia scritto le opere di Shakespeare – tranne Shakespeare?

Resta il fatto che, dal punto di vista narrativo, identità nascoste, cospirazioni, intrighi e autori fantasma tirano molto più di un uomo un tantino dull che prospera scrivendo meraviglie. E resta anche il fatto che l’inchiesta sulla morte di Marlowe come appare dai documenti ufficiali, è piena di buchi grandi come lo Yorkshire – persino secondo gli affascinanti standard elisabettiani…

Ma nessuno di questi due è il punto: come dicevo prima, nel 1895 Leslie Hotson non era nemmeno nato, e poi WGZ faceva sul serio – sul serissimo, e aveva dato alle sue cogitazioni la forma di un romanzo perché non si sentiva accademicamente qualificato per fare altrimenti.

All’epoca, dovete sapere, già si disquisiva ampiamente sulla scarsa attitudine di Will-Shakespeare-Il-Figlio-Del-Guantaio al ruolo di Bardo, e il nobile, coltissimo Francis Bacon era il possibile Vero Autore prediletto dagli scettici – capitanati dalla fascinosa e non equilibratissima omonima (ma non discendente, credo) Delia Bacon.

WGZ lesse, meditò e scoprì di non essere d’accordo. Come avrebbe potuto un uomo come Bacon non rivendicare il merito di queste opere immortali? In realtà questo non è il più solido degli argomenti, perché all’epoca scrivere teatro era cosa dal poco serio al vagamente disgraceful, e perché alla morte di Bacon, nel 1626, l’immortalità del canone shakespeariano, era ancora tutta da stabilire. Per quanto il First Folio fosse stato pubblicato nel 1623 (decisamente un bel colpo nel fluido ed effimero mondo teatrale del tempo) è verosimile che Bacon preferisse farsi ricordare per ben altro – ma sia come sia: WGZ non era convinto, e si mise a cercare un altro Vero Autore.

E, sulla base della sua personale passione e di un innegabile numero di parallelismi, somiglianze, echi e, diciamo così, prestiti, decise che solo un uomo poteva avere scritto le opere di Shakespeare: colui che, senza ombra di dubbio, aveva già scritto in precedenza le opere di Marlowe – ovvero Marlowe stesso. E se tradizione voleva che Marlowe fosse morto nel 1593, WGZ non aveva dubbi: la tradizione sbagliava di grosso. O almeno, poteva sbagliarsi di grosso.

In fondo, che cosa si sapeva della morte in questione? Sì, c’erano numerose fonti indipendenti a confermarla – dalla gente pia che si rallegrava per l’estinzione dell’esecrabile giovanotto, ai fellow poets che lamentavano la scomparsa del giovane genio – ma così contraddittorie! Chi parlava di una rissa da taverna, chi di un duello (il sempre pittoresco, sempre inaffidabile Aubrey voleva Kit ucciso da Ben Jonson nel 1598*), chi della peste…

Anche in quella remota e arcadica era, il 1895, era già chiaro come il sole che non c’è gioia più grande per un romanziere storico di un bel fascio di fonti lacunose&nebulose. Chi avrebbe potuto o voluto bacchettare un romanziere per avere scelto qualche dettaglio dal mucchio e combinato il tutto in una storia?

E così WGZ cucì insieme i (parzialmente inaccurati) nomi di Francis Frizer e Richard Bame**, la (parzialmente accurata) ambientazione in una taverna, una storia d’amore del tutto fittizia (e nemmeno troppo rilevante per la trama, ma bisogna pur far contente le lettrici), le infondate idee secondo cui Marlowe avrebbe recitato nelle sue stesse opere e sarebbe stato ucciso con la sua stessa spada, le sue teorie letterarie – e da tutto ciò cavò It Was MarloweItWasM

Non è una meraviglia, ad essere sinceri. A parte il fatto che Kit uccide un suo sosia invece di esserne assassinato e poi vive nascosto per cinque anni in un palazzo in rovina scrivendo come un matto, WGZ è quel genere di autore che sente la necessità di informarci almeno tre volte per pagina che gli occhi brillanti e la vasta fronte del suo eroe mostrano l’impronta del genio, e che la sua eroina è dotata di bellezza quasi trascendentale. E poi il linguaggio oscilla tra il turgido delle descrizioni e il legnosissimo pseudo-elisabettiano dei dialoghi. E poi non c’è un finale, le coincidenze e le improbabilità abbondano, la peste colpisce e uccide nel giro di un quarto d’ora, gli uomini portano parrucche incipriate, i personaggi si raccontano l’un l’altro l’uso dei tempi per capitoli interi*** e sul tutto aleggia una certa dose di Sindrome della Bambinaia Francese – quella condizione per cui i personaggi di un romanzo storico pensano come gente contemporanea all’autore, che oggidì è un peccato capitale, ma ai tempi di WGZ era solo un esantema non diagnosticato.

Yes, well… Tutt’altro che un capolavoro – e tuttavia ce ne occupiamo perché WGZ, con le sue scarse informazioni, con il suo complessivo fraintendimento della mentalità elisabettiana, e su premesse condizionate dalla bardolatria, coniò una teoria destinata a fare scuola. Praticamente il mito fondante del Marlovianesimo: un’interpretazione narrativa basata su informazioni incomplete, massicce dosi d’immaginazione e un atto di fede. 

Se mai vi pungesse vaghezza di dare un’occhiatina, lo trovate qui.

_________________________________________________

* È del tutto vero che Ben Jonson uccise un uomo in duello, ma si trattava di un attore chiamato Gabriel Spencer. D’altronde è del tutto vero che Kit aveva una certa tendenza a ritrovarsi coinvolto in risse e duelli di strada – hence probabilmente la conclusione di Aubrey. E in effetti, volete mettere? Due drammaturghi che si scannano per strada… magari sulla giusta scansione di un pentametro giambico o sulla paternità di una tragedia? Uh… sarà meglio che la pianti qui, prima che questa storia cominci a piacermi troppo.

** Il personaggio di Bame – in realtà Richard Baines, tizio equivoco, accusatore (probabilmente prezzolato) di Marlowe – compare con lo stesso nome, seppure con diversa caratterizzazione, anche in Marlowe, dramma in versi di Josephine Preston Peabody, datato 1901. Si può sempre fare affidamente sull’assoluta inaffidabilità dello spelling elisabettiano, ma JPP condivide con WGZ anche l’idea che Marlowe calcasse le scene. Mi domando se avesse letto il romanzo…

*** Ma proprio capitoli interi in almeno un caso – un lungo dialogo tra Shakespeare, Peele, un avvocato fittizio e poi anche Marlowe, che è un trionfo del metodo Come Tu Ben Sai, Phillips

 

The post Shakeloviana: Era Marlowe appeared first on Senza Errori di Stumpa.