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da: Pensacuoca e Fotomangio

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#MTC n. 56: and the winner is…

Eccoci finalmente arrivati al giorno in cui si decreta il vincitore e in cui noi passiamo lo scettro del terzo giudice a qualcun altro. Lasciatemelo dire dal profondo del cuore: evviva :D Perché per quanto regali soddisfazioni vincere un MTC, per quante belle parole e gesti di affetto ci siano arrivati da tutta la community, […]

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da: laclarina

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La Clarina e il Serpente

Dragon3065La coda, sì…

Lasciate che vi spieghi che cosa è successo.

Sapete che stavo riscrivendo, giusto?  Ecco, riscrivevo e tutto andava bene, e mi compiacevo di quanto stesse andando bene, e di come tutto promettesse rimarchevoli miglioramenti rispetto all’originale – e forse mi sono compiaciuta un po’ troppo e, per dirla in termini classici, ho provocato l’ira degli dei…  Perché il fatto si è che, all’approssimarsi del finale, il tutto ha rivelato una natura serpentin-dragonesca.

Natura e coda, alla maniera di quei draghi stilizzati e nordici come quello qui di fianco: una coda variamente e pittorescamente arrotolata. E a un certo punto, la coda si è srotolata e poi riarrotolata – ma non allo stesso modo…

Un finale diverso. Un personaggio in più. Una simmetria molto più elegante, un riproporsi ulteriore di temi, uno strato in più, una conclusione molto più significativa…

“E bravo, Serpente!” ho esclamato io. “E a dire il vero, ci avessi pensato cinque anni fa – ma never mind, ci ho pensato adesso, e tutto è bene quel che finisce bene.”

Ed è capitato che, in questo felice stato d’animo e, certa di essere a un passo dalla fine, io abbia cenato con… be’, con la gente che stava aspettando la riscrittura.

“Oh, non c’è fretta,” ha detto questa gente, ascoltando le mie notizie. “Un personaggio in più? Va bene! Cambiamenti sostanziali? Va benissimo! Un finale diverso? Va benone! E soprattutto non c’è fretta. E dì un po’: quando possiamo aspettarci di ricevere il tutto?”

“Oh, ma in settimana…” ho cinguettatio io incautamente, e me ne sono tornata a casa felice.

E l’indomani, quando mi sono rimessa al lavoro, ho scoperto che il Serpente non aveva ancora finito con me, e per prima cosa ha srotolato la coda di nuovo, e l’ha arrotolata in un altro modo ancora.

No, non un altro finale diverso – del che son grata: lo stesso finale, ma disposto in modo leggermente diverso e leggermente migliore. Con qualche luccichio in più. E allora l’ho risistemato, perché chi sono io per ignorare i luccichii di un Serpente così gentile?

E solo allora mi sono resa conto che la nuova sistemazione richiedeva aggiustamenti più in su. E quindi ho aggiustato e, nell’aggiustare, si è presentata una nuova possibilità da aggiungere al finale – una possibilità migliore, con nuovi luccichii e una conclusione pressoché perfetta.

E quando ho ri-aggiustato il finale… indovinate un po’?

Insomma, per farla breve, per tutta la settimana passata, mentre la scadenza delle mie incaute promesse si avvicinava, il Serpente non ha fatto altro che luccicare e scuotere la coda di qua e di là e, quando ho annodato fermamente la coda in posizione, ha cominciato a scuotere il resto delle spire, e ogni volta che credevo di essere a una lucidatina dalla conclusione, la storia rivelava un’altra iridescenza inaspettata, una simmetria, una possibilità…

Alla fine – ma proprio alla fine – ne siamo venuti a capo, e ho consegnato quando si poteva ragionevolmente sostenere che fosse ancora la settimana scorsa in tutto tranne che nella più letterale e pedantesca lettura dell’orario.

Insomma, adesso il Serpente è a destinazione. Ci sarà il workshop, e poi sì vedrà – ma pittikins, è stata una settimana interessante…

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da: u velto

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Mantova, la sintofobia è la nuova frontiera del razzismo

L'intervento pubblico del vice presidente della Sucar Drom, Yuri Del Bar, dopo le polemichesull'intervento del Comune di Mantova di manutenzione straordinaria nell'Area di viale Learco Guerra a Mantova.

L'odio nei confronti di noi persone appartenenti alla minoranza linguistica sinta è sempre in agguato, la sintofobia è la nuova frontiera del razzismo. E' una forma di razzismo costruita non più come in passato su una presunta inferiorità genetica ma su una presunta inferiorità culturale. Ne sono una riprova i commenti postati sulla pagina Facebook della Gazzetta di Mantova alla notizia che l'Amministrazione comunale ha stanziato 95mila euro per fare la manutenzione straordinaria degli impianti nell'Area abitata dalle famiglie povere mantovane, appartenenti alla minoranza linguistica sinta. 


Noi sinti secondo i tanti commenti siamo esseri inferiori che commettono i peggiori reati contro la collettività. Da quello che si legge siamo un'entità astratta, per alcuni “nomadi”, che non deve proprio esistere, come di fatto teorizzavano gli “scienziati della razza” in Italia e in Germania alla fine degli Anni Trenta del secolo scorso.


Il giochino razzista è sempre lo stesso: le vittime (in questo caso noi sinti) diventano nella vulgata corrente dei carnefici, invertendosi le parti. Se fossero stati stanziati 95mila ero per la manutenzione straordinaria delle case popolari nessuno avrebbe espresso discorsi d'odio, ma essendo stanziati dei soldi per le “case popolari” che hanno costruito per noi sinti, il cosiddetto “campo”, ecco che parte immediatamente la sintofobia. Qualsiasi azione dell'Amministrazione che coinvolga anche solo uno di noi, diventa nel dibattito pubblico immediatamente materia per le peggio esternazioni razziste.


Ma le forme di razzismo e discriminazione a cui siamo sottoposti continuamente non è solo la sintofobia, ci sono forme più sottili che negano il nostro esistere. Per esempio in Italia c'è un'amnesia generalizzata (Anpi e Istituti di storia in prima fila) sul contributo dato da noi sinti alla Liberazione del nostro Paese. Pochissimi in Italia conoscono la storia di Giuseppe “Tarzan” Catter, partigiano sinto, ucciso dai fascisti nell’Imperiese, il suo distaccamento ne prese il nome. Quasi nessuno conosce che i Martiri di Vicenza erano partigiani sinti, come Walter “Vampa” Catter, fucilato insieme ad altri sinti l’11 novembre 1944. Come nessuno a Mantova conosce la storia dei “Leoni di Breda Solini”, formazione partigiana costituita unicamente da sinti italiani fuggiti dal campo di concentramento di Prignano sul Secchia (MO) e che operò proprio nel mantovano.


Mentre vediamo accadere tutte questo, assistiamo all'incapacità della Magistratura nel perseguire e sanzionare queste nuove forme di razzismo e vediamo le Istituzioni depotenziare tutti gli strumenti al contrasto del razzismo.
 Yuri Del Bar, Associazione Sucar Drom

da: laclarina

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Coda…

SerpentVista la creatura? Vista la coda?

Ecco.

Vi spiegherò – portate pazienza.

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da: Fotomangio

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Cinta Senese: la passione di Barbara e il Podere l’Agave

Quando parti per un blog tour dedicato al pesce azzurro e alla palamita in particolare, di certo non immagini di trovarti circondato da uno stuolo di maiali neri cintati di rosa! Se, però, vi trovate a San Vincenzo (LI) questo può succedere. Basta spostarsi di soli quattro chilometri sulle colline dell’entroterra e raggiungere il Podere […]

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28 aprile 2016

da: laclarina

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A War By Any Other Name

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottPerché, sappiatelo, a nessuno, durante la Guerra delle Due Rose saltò mai in mente di chiamarla “Guerra delle Due Rose”. Asimov*, nella sua Guide to Shakespeare, racconta che gli yorkisti adottarono la rosa bianca a qualche punto della guerra, ma non è che la usassero poi troppo. Per dire, a Bosworth combatterono sotto le insegne personali di Riccardo III, il cinghiale bianco. Quanto ai lancastriani, non c’è nessuna prova che usassero davvero la rosa rossa, anche se è vero che, a guerra finita, Enrico VII vittorioso adottò per emblema la cosiddetta rosa Tudor: una rosa rossa che ne contiene una bianca. rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scott

E allora? E allora passiamo avanti di un secoletto: enter William Shakespeare. Il giovane Will è agli esordi – un attorucolo con un raccapricciante accento dello Warwickshire e delle ambizioni letterarie. Però, pur essendo un provincialotto ineducato, di istinto teatrale ne ha a bizzeffe, e una cosa gli è subito chiara: se c’è un genere che i Londinesi divorano con inesausto appetito, sono le tragedie a sfondo storico. E dunque guardate il nostro giovanotto che si lancia e – forse con la collaborazione di altri, tra cui il ben più celebre coetaneo Kit rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottMarlowe – scodella le due parti di Henry VI, in cui si drammatizza la guerra civile tra York e Lancaster. E nella I parte c’è questa bellissima scena ambientata in un giardino, in cui cavalieri e baroni e un avvocato fanno una curiosa dichiarazione di lealtà all’una o all’altra parte, scegliendo dai cespugli rose di diverso colore: bianche per gli yorkisti e rosse per i lancastriani. La scena è favolosa, splendidamente congegnata, efficacissima tra le mani di un buon regista – da un punto di vista tanto drammatico quanto visivo. È anche del tutto fittizia – ma per fortuna, come dice Jeffrey Sweet, “Shakespeare non era tipo da lasciare che qualche meschino fatto storico intralciasse i meccanismi del buon teatro.”**

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottE comunque di Guerra delle Due Rose nessuno fa motto – né nel giardino né più tardi – ma avanziamo ancora di due secoli e mezzo, fino a trovare un altro autore che ha modellato profondamente la concezione del Medio Evo per i suoi contemporanei e per le generazioni future fino a noi – Sir Walter Scott. Ora, Anne of Geierstein, storiellona magico-cavalleresca ambientata in Svizzera of all places, non è quel che si dice il suo romanzo migliore, ma la presa di Sir Walter sull’immaginazione pubblica è forte: quando, senz’altra base che la scena shakespeariana, i suoi protagonisti inglesi descrivono la guerra civile che li ha costretti all’esilio come Guerra delle Due Rose, l’espressione piace, mette radici tra i lettori di romanzi, poi tra gli studiosi, e infine scivola nei libri di storia, dove prospera ancora. Così come l’immagine scottiana dei Templari corrotti e crudeli. Così come il Riccardo III gobbo e malvagissimo di Shakespeare…

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottChe significa tutto ciò? Che la letteratura ha molta parte nel costruire il modo in cui si guarda alla storia. Che, in linea generale, le parole usate con cognizione di causa hanno, se non più forza dei fatti, la capacità di colorare, modificare, condizionare la percezione dei fatti stessi. Che una certezza costruita a teatro e un reputazione distrutta in un romanzo sono molto, molto difficili da riscattare, a dispetto di secoli di seri sforzi accademici. Che il Vecchio Testamento non aveva tutti i torti: saper coniare buoni nomi (e buoni slogan) è un metodo sorprendentemente efficace per plasmare la realtà***.

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottalla fin fine è sempre interessante e un po’ terrificante tenere bene in vista il fatto  che, come dice di nuovo Sweet, “tra arte e fatti, l’arte, essendo più vivida, tende a prevalere”.

 

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* Lo sapevate che Isaac dio-della-fantascienza Asimov ha scritto anche un sacco di saggistica? Io l’ho scoperto da poco. Guide to Shakespeare conta ottocento pagine più apparato – due bei tomoni. E’ poco popolare perché “i fan della fantascienza non sanno che fare di questo genere di libri-fermaporte, e gli specialisti non sono mai troppo felici di vedere un outsider in gamba che sconfina nel loro territorio”. (The Tragedy of Isaac Asimov). Qualora foste molto curiosi – e qualora foste disposti a leggervela tutta in Inglese – trovate qualcosa qui: Asimov’s Guide To Shakespeare

** E, detto tra noi, era anche ansioso d’inserirsi nella macchina della propaganda Tudor – il genere di ansia che ti porta ad essere men che scrupoloso con i fatti e le fonti. Riccardo il Gobbo, anyone?

*** O quanto meno, la percezione umana della realtà, il che, si potrebbe azzardare, non è molto distante dall’essere lo stesso, sulla lunga distanza.

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da: Pensacuoca

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Erbazzone, la torta salata di spinaci di Reggio Emilia

Il 27 aprile il Calendario del Cibo Italiano celebra l’Erbazzone, di cui io sono orgogliosa ambasciatrice. L’erbazzone è un tipico piatto di Reggio Emilia che non invecchia mai, un evergreen che è passato senza problemi dalla tavola della nonna ad accompagnare gli aperitivi in pieno stile happy hour. Trovate il mio articolo con la descrizione […]

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da: Pensacuoca

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Erbazzone, la torta salata di spinaci di Reggio Emilia

Il 27 aprile il Calendario del Cibo Italiano celebra l’Erbazzone, di cui io sono orgogliosa ambasciatrice. L’erbazzone è un tipico piatto di Reggio Emilia che non invecchia mai, un evergreen che è passato senza problemi dalla tavola della nonna ad accompagnare gli aperitivi in pieno stile happy hour. Trovate il mio articolo con la descrizione […]

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da: Sergio Marcheselli

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Sgarza ciuffetto

Non è certamente un gigante, ma alla sgarza ciuffetto non mancano i numeri per essere considerata una delle specie più eleganti della famiglia degli aironi.

Sarà per il piumaggio ocra chiaro e le ali bianche che fanno da contrasto, sarà per il capo ornato da lunghe penne filiformi che arrivano fino quasi al dorso, ma questo ardeide migratore a me piace tantissimo.

In Italia è presente soprattutto lungo il corso del Po e nelle lagune dell’alto Adriatico, è nidificante e migratrice. Si nutre principalmente di anfibi e pesci.

Sgarza ciuffetto-6

E’ naturalmente una specie protetta, anche perché la sua sopravvivenza nelle nostre zone è minacciata dalla riduzione degli ambienti adatti alla riproduzione e all’alimentazione nonché dalla contaminazione degli ambienti acquatici.

Per me è stato un incontro fotografico decisamente fortunato, perché la sgarza ha abitudini prevalentemente crepuscolari, mentre di giorno preferisce rimanere rintanata nel fitto delle vegetazione.

Sgarza ciuffetto-2

 

da: u velto

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25 aprile, i partigiani dimenticati

Sinti e rom in tutta l'Europa occupata furono martiri e partigiani. In Italia i sinti e i rom, dopo l'8 settembre del 1943, fuggirono dai campi di concentramento dove erano reclusi dal settembre 1940. Molti vennero rastrellati dai fascisti e dai nazisti ed inviati nei campi di sterminio, ma alcuni riuscirono a nascondersi e a partecipare alla lotta partigiana anche a costo della propria vita. Questo pezzo di storia italiana è misconosciuta anche per il disinteresse dimostrato in questi anni dall'ANPI e dagli Istituti di Storia.


Nel mantovano si formò il battaglione “I Leoni di Breda Solini” formato unicamente da sinti italiani, fuggiti dal campo di concentramento di Prignano sul Secchia (MO), dove erano stati rinchiusi nel settembre 1940. Lo racconta Giacomo “Gnugo” De Bar (scomparso pochi mesi fa) nel suo libro “Strada, Patria Sinta”:
“Molti sinti facevano i partigiani. Per esempio mio cugino Lucchesi Fioravante stava con la divisione Armando, ma anche molti di noi che facevano gli spettacoli durante il giorno, di notte andavano a portare via le armi ai tedeschi. Mio padre e lo zio Rus tornarono a casa nel 1945 e anche loro di notte si univano ad altri sinti per fare le azioni contro i tedeschi nella zona del mantovano fra Breda Solini e Rivarolo del Re (oggi Rivarolo Mantovano), dove giravamo con il postone che il nonno aveva attrezzato. Erano quasi una leggenda e la gente dei paesi li aveva soprannominati «I Leoni di Breda Solini», forse anche per quella volta che avevano disarmato una pattuglia dell'avanguardia tedesca.”


Racconta ancora Gnugo:
“Erano entrati nel cuore della gente come eroi, anche per il fatto che usavano la violenza il minimo necessario, perché fra noi sinti non è mai esistita la volontà della guerra, l'istinto di uccidere un uomo solo perché è un nemico. Questo lo sapeva anche un fascista di Breda Solini che durante la Liberazione si era barricato in casa con un arsenale di armi, minacciando di fare fuoco a chiunque si avvicinasse o di uccidersi a sua volta facendo saltare tutta la casa: «Io mi arrendo solo ai Leoni di Breda Salini». Così andarono i miei, ai quali si arrese, ma venne poi preso in consegna lo stesso da altri partigiani, che lo rinchiusero in una cantina e lo picchiarono.”

Quella di Gnugo De Bar è una testimonianza per stimolare le stesse Istituzioni ad attivarsi per far conoscere e offrire spazi ai sinti anche nelle cerimonie ufficiali, perchè troppo spesso viene oscurato più o meno volontariamente l'apporto dato dai sinti e dai rom alla formazione dell'Italia.

Poche le notizie storiche, ad oggi si conoscono frammenti della storia di:

Giuseppe “Tarzan” Catter, eroe partigiano sinto, ucciso dai fascisti nell’Imperiese, il suo distaccamento ne prese il nome, decorato al valore

Walter “Vampa” Catter, eroe partigiano sinto, Martire di Vicenza, fucilato l’11 novembre 1944

Lino “Ercole” Festini, eroe partigiano sinto, Martire di Vicenza, fucilato l’11 novembre 1944

Silvio Paina, eroe partigiano sinto, Martire di Vicenza, fucilato l’11 novembre 1944

Renato Mastini, eroe partigiano sinto, Martire di Vicenza, fucilato l’11 novembre 1944

Giacomo Sacco, partigiano sinto, partecipa alla liberazione di Genova

Giuseppe “Tzigari” Levakovich, partigiano sinto nella Brigata “Osoppo” in Friuli Venezia Giulia

Rubino Bonora, partigiano sinto nella Divisione “Nannetti” in Friuli Venezia Giulia

Amilcare “Corsaro” Debar, partigiano sinto, staffetta e poi partigiano combattente nella 48° Brigata Garibaldi “Dante Di Nanni”

Vittorio “Spatzo” Mayer, partigiano sinto in Val di Non

Mirko Levak, partigiano rom, scappato dal campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau si unisce ai partigiani

Fioravante Lucchesi, partigiano sinto nella Divisione Modena Armando

Battaglione “I Leoni di Breda Solini”, formato unicamente da sinti italiani, fuggiti dal campo di concentramento di Prignano sul Secchia (MO), operò nel mantovano

25 aprile 2016