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da: Pensacuoca e Fotomangio

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Gnocchi di patate: sei ricette nostre e degli chef

Cos’altro si può dire sugli gnocchi di patate dopo che sono stati oggetto di una sfida MTChallenge? Niente, per cui ci limiteremo a festeggiare la Giornata Nazionale degli Gnocchi dandovi un po’ di ricette, cinque di patate e uno di zucca. Con la loro consistenza morbida sono il perfetto comfort food e sapranno scaldarvi in […]

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18 novembre 2017

da: laclarina

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Quel Che Non C’è

OldMissMC’è questa adorabile anziana signorina, tutta dedita al ricamo, al giardinaggio e alle opere di bene. Poi, a riprova del fatto che la gente è piena di sorprese, si scopre che è anche una ferrarista sfegatata e non si perde una serie poliziesca americana, con una predilezione per i gialli procedurali. Più sono truci, più piacciono alla Signorina M.

“Sono più rassicuranti del telegiornale,” mi ha spiegato. “Nei gialli le cose orribili non restano impunite, i criminali pagano per il sangue che hanno versato, gli sforzi della polizia sono raramente inutili e i tribunali emettono sentenze giuste ed efficaci.”

E allora mi è venuta in mente questa citazione di Thomas Berger: Perché gli scrittori scrivono? Per creare qualcosa che non c’è.”

È vero, questo può significare una compulsione a raccontare una storia che non è ancora stata raccontata, ma in un altro possibile senso si applica anche alla Signorina M. e all’immemoriale significato della narrativa: i narratori offrono all’umanità modelli morali e cautionary tales, in cui la violazione delle regole di convivenza è punita, e gli errori hanno un prezzo. L’ottica di queste narrazioni ha subito variazioni notevoli nel corso dei millenni, e fiumi d’inchiostro sono stati versati per mostrare i molti modi in cui la punizione delle violazioni può mancare il bersaglio, essere trascurata, manipolata o fraintesa.

E tuttavia secoli e secoli di elucubrazioni filosofiche, sperimentazioni letterarie e occasionali bouts di nichilismo morale non impediscono alle anziane signorine – e a tutti noi, se siamo sinceri fino in fondo – di trovare un senso di appagamento nel vedere l’Assassino arrestato dal Poliziotto, trovato colpevole dalla Giuria e condannato dal Giudice alla giusta pena.

Why do writers write? Because it’s not (always) there.

da: Pensacuoca e Fotomangio

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Il ragù napoletano e la pasta di Gragnano

Insieme al Vesuvio e alla pizza, la pasta è una delle associazioni più immediate con la città di Napoli e quando si parla di pasta, a Napoli, la pasta è quella di Gragnano. I pastifici di Gragnano hanno una storia lunga qualche centinaio di anni, come ci racconta bene Massimo Montanari ne “Il riposo della […]

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da: Debora Troni

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Crema di Pastinaca e Mela or Apple and Parsnips Soup


Scroll Down for English Version
 
A-D-O-R-O la pastinaca!
E' una delle mie verdure preferite e appena la trovo la compro, spesso in quantità un po' esagerate per una famiglia di due persone di cui una non è particolarmente affezionata a questa radice.
Così questa volta, oltre ad aver arrostito la pastinaca come al solito, ho pensato di fare una crema con quella che mi rimaneva e ho cercato sul sito della BBC per ispirazione. Ho trovato una ricetta che aveva come ingredienti pastinaca e mela e il connubio mi ha subito intrigata. Mi sono messa al lavoro e questa vellutata è riuscita proprio bene, a sorpresa è stata apprezzata anche da Andrea che per non smentire le chiare origini italiane ha voluto mangiarla con degli spaghetti spezzati dentro.
Se vi piacciono i passati i verdura, questo ha il sapore unico della pastinaca che si lega alla mela e alle spezie dando un gusto rotondo e morbido al piatto. Per me il massimo è servirla con del pane integrale tostato spalmato con burro di malga. Un sogno.

Per 4 porzioni
  • 1 cucchiaio di olio extravergine d'oliva
  • 1 cipolla dorata
  • 500 g di pastinaca, pesata dopo essere stata cotta in acqua bollente salata per 15 minuti
  • 1 mela non troppo dolce
  • 800 ml di brodo vegetale
  • 150 ml di latte vaccino, usate un'alternativa vegetale per una vellutata vegana
  • un pizzico di aglio in polvere
  • sale marino fino
Per servire:
  • noce moscata
  • peperoncino chipotle in polvere, in alternativa in pizzico di paprica affumicata e dei peperoncino in polvere
  • fiori di basilico thai, in alternativa altri piccoli fiori edibili
  • qualche foglia di basilico
Scaldate l'olio in una pentola capiente, affettate la cipolla e fatela rosolare qualche minuto.
Nel frattempo tagliate la pastinaca a fette, sbucciate la mela a tagliatela a dadini.
Quando la cipolla sarà morbida aggiungete pastinaca e mela e mescolate.
Aggiungete il brodo, una presa di sale e fate cuocere per 10-15 minuti o fino a che la pastinaca e la mela saranno morbide.
Togliete dal fuoco, frullate con un frullatore a immersione, aggiungete il latte, un pizzico di aglio in polvere e aggiustate di sale.
Servite la vostra crema in una ciotola cospargendola con della noce moscata macinata al momento, un pizzico di peperoncino chipotle, qualche fiore di basilico thai e foglie di basilico.


English Version


I  ABOSUTELY love parsnips!
It's one of my favorite vegetables, and whenever I find it I buy it, I often buy it in large quantities, a bit too much for a family of two people one of whom is not particularly fond of it.
So this time, apart from having it roasted as usual, I thought I’d make a soup with the leftovers and I looked the BBC food website for inspiration. I found a recipe with parsnips and apples as main ingredients and this combination intrigued me. I rustle it up my way, and it was a great success, to my surprise it was appreciated by Andrea who wanted some broken spaghetti in it.
If you like vegetable soups, this one has the unique flavour of parsnips, the freshness of the apple and the pungent aroma of the spices, all of these elements give a round and smooth taste to the dish. For me, the best way to serve it, is with some thick slices of toasted whole-wheat bread smeared with amazing alpine butter. A dream.
For 4 servings
  • 1 tablespoon of extra virgin olive oil
  • 1 golden onion
  • 500g parsnips, weighed after being cooked in salted boiling water for 15 minutes
  • 1 apple, not too sweet
  • 800 ml vegetable stock
  • 150 ml semi-skimmed milk, use milk alternative for a vegan dish
  • a pinch of garlic powder
  • fine sea ​​salt
To serve:
  • freshly grated nutmeg
  • dry chipotle, alternatively in pinch of smoked paprika and chili powder
  • Thai basil flowers, alternatively other small edible flowers
  • some basil leaves
Heat the oil in a large pot, sliced ​​the onion and let it cook for a few minutes.
In the meantime, slice the ​​parsnips, peel the apple to dice it.
When the onion is soft add the parsnip and apple and mix.
Add the broth, a pinch of salt, and cook for 10-15 minutes or until the parsnips and apple are soft.
Remove from the fire, blend with a hand blender, add the milk, a pinch of dry garlic, and season with salt, if needed.
Serve your soup in a bowl sprinkled it with a little nutmeg, a pinch of chipotle, some Thai basil flowers and basil Leaves.


da: laclarina

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La Formula Pattison

Story formulaOgni tanto ci s’imbatte in qualche “formula per il racconto perfetto”, come questa dello scrittore e insegnante di scrittura Iain Pattison, ripresa e adattata dal sito inglese Ideas4Writers:

1) Qualcosa d’importante capita a un protagonista interessante con cui il lettore non può non simpatizzare;

2) Di qualsiasi cosa si tratti, è un problema che richiede l’immediata attenzione dell’interessante protagonista.

3) L’interessante protagonista ha qualche remora a lasciarsi coinvolgere, ciò che gli crea un dilemma. Se non bastasse, ecco che emerge qualche notevole guaio che deve essere risolto.

4) La soluzione del problema e il superamento del dilemma si prospettano estremamente difficili…

5) … Ma il protagonista si troverà in guai ancora più grossi se non risolve&supera: è, come suol dirsi, in ballo e gli tocca ballare.

6) Per risolvere il suo problema, il protagonista dovrà riconsiderare e cambiare qualche aspetto di se stesso o della sua relazione con qualcun altro.

7) Se doveste scommettere sulle sue possibilità di risolvere il problema, preferireste non giocarvi granché…

8) … Ma naturalmente il protagonista risolve il problema, con una soluzione tanto ingegnosa quanto inaspettata, che evolve logicamente dal personaggio e dagli eventi della storia.*

ThreeActIn realtà, nessuna sorpresa trascendentale: una variazione sul tema perenne di tutta la narrativa (il Protagonista deve Risolvere un Problema), combinato con un duplice conflitto – interiore ed esterno. E se vogliamo, è di nuovo la buona vecchia struttura in tre atti: I. il Protagonista vive felice finché non sbatte contro un Problema; II. il Protagonista affronta il Problema (e i connessi rovelli); III. il Protagonista risolve il problema e tutti vivono felici e contenti. Siamo sinceri: è dalla notte dei tempi che l’umanità si racconta storie di questo genere. Il dilemma aggiunto (o conflitto di II grado) è un’aggiunta un po’ più recente – ma nemmeno troppo. Segno che funziona – se non altro perché è quel che il nostro cervello occidental-aristotelico è fatto per riconoscere come Una Storia. Detto ciò, la Formula Pattison, come tutte queste cose, non è affatto una formula, ma contiene una serie di utili consigli che, più che con la costruzione della trama, hanno a che fare con la complessità e logica della storia:

a) il protagonista deve essere interessante e attraente;

b) il dilemma (scaturito dalla morale, dalle circostanze o dal passato del protagonista) deve intralciare la soluzione del problema – sennò è troppo facile;

c) il protagonista deve imparare qualcosa** per risolvere i suoi guai;

d) la soluzione deve essere inaspettata ma logica: mai imbrogliare il lettore!

Siamo alle solite: non ci sono ricette, non ci sono istruzioni per il montaggio – però ci sono sensati e pragmatici consigli per dare una forma (più o meno efficace) alle idee.  Nessuno pretende davvero che siano universali, o infallibili, o esclusivi: queste faccende esistono come traccia di base, pronti per ogni genere di esperimento, variazione e gioco… E davvero, dite la verità: non vi punge l’uzzolo di provare a giocarci?

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* Yes, well – oppure (e questo lo aggiungo io) deve fallire in una maniera che evolve logicamente dal personaggio e dagli eventi della storia. Anche se, allora, potremmo voler modificare di conseguenza il punto 7 migliorando considerevolmente gli odds del nostro protagonista…

** Oppure deve pagare il prezzo per non aver saputo imparare o cambiare – ma questa è un’altra storia.

 

da: Pensacuoca e Fotomangio

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Il Lambrusco Mantovano: un mondo in un bicchiere

Sapevo di condividere il compleanno con Marina, quest’anno ho imparato che a noi si aggiunge il Lambrusco Mantovano DOP. Tutti e tre rossi, frizzanti e amanti della compagnia. Mantova Golosa, in Fiera Millenaria, ha festeggiato i trent’anni del Lambrusco Mantovano DOP con una cena che lo ha visto protagonista nei bicchieri, nei piatti e nelle […]

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13 novembre 2017

da: laclarina

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Mito e Psiche: Elettra

elettraStasera è la volta di Elettra – la figlia vendicatrice, sacerdotessa terribile delle conseguenze che gli Achei si portano a casa da Troia…

Il mito, Omero, i tragici… la Grecia sapeva bene che la guerra getta ombre lunghe sui vincitori non meno che sui vinti. E così Agamennone, portandosi a casa la povera Cassandra, sigilla la sua sorte, ad opera di Clitennestra furibonda e dell’amante di lei, il cugino Egisto.

Ma ormai lo sappiamo: c’è poco che passi invendicato in queste storie. Agamennone lascia un figlio – mandato lontano mentre Clitennestra ed Egisto si abituavano fin troppo bene all’assenza del re guerriero. Oreste è cresciuto lontano, ma a casa, vestita a lutto e incapace di dimenticare, c’è la figlia, Elettra.

Elettra “non fa nulla, non dice nulla, ma c’è”, presenza risentita e ostile. Non minaccia, pensano Egisto e Clitennestra: che minaccia può mai offrire una ragazza? Se pensano a lei è per maritarla al di sotto del suo rango, toglierle la possibilità di generare un vendicatore di sangue reale, e neutralizzare così il suo odio silenzioso. Perché in realtà madre e patrigno sentono la presenza di Elettra, e non li rende tranquilli.

Leighton_-_Electra_at_the_Tomb_of_AgamemnonQuel che non hanno considerato, è che le ragazze forse non impugnano la spada, ma possono avere memoria lunga, lunga pazienza, e potere di persuasione. E infatti sarà Elettra a infiammare e dirigere la vendetta di Oreste ritornato, come una musa oscura e fiammeggiante alle spalle del fratello e del cugino Pilade*…

Diego Fusari illustra questa tragedia – sangue a fiumi, le Erinni e più di un tocco di follia – attraverso il prisma di tre opere – tre Elettre: Sofocle, Euripide e il moderno Girardoux.

E dopo, come di consueto, gli amici di Freudiana Libera Associazione ci condurranno in una riflessione/conversazione sul destino antico dell’implacabile principessa antica e i riflessi che questa storia getta ancora attraverso i secoli.

L’ingresso è gratuito e s’inizia alle 21 – ma mi raccomando: arrivate in buon anticipo per essere certi di trovare posto a sedere!

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* Che poi Elettra sposerà. E sì, son tutti cugini, qui… Vedere l’albero genealogico disegnato dal dottor Romitti per credere.

da: Sergio Marcheselli

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Nikon F3

Era settembre del 1971 quando Nikon presentò la F2; questo modello di fotocamera fu subito molto apprezzato ma non mancarono anche le critiche, soprattutto da parte di chi lo considerava un modello “conservativo” che migliorava solo alcune caratteristiche del precedente modello F. Inoltre, come detto, era dal ’71 che Nikon non proponeva una nuova fotocamera professionale. Tenendo conto di queste osservazioni, la sezione sviluppo di Nikon decise di studiare un nuovo modello di macchina fotografica che introducesse dei miglioramenti significativi e così venne ideata la Nikon F3. Nel progetto vennero individuati due punti fondamentali da studiare: l’esposizione automatica e la capacità di gestire accuratamente i tempi lunghi di esposizione; fino ad allora non vi era state richieste di introdurre la funzione di esposizione automatica ma, nonostante ciò, i tecnici della Nikon Corporation (allora Nippon Kogaku K. K.) decisero di integrare la funzione AE con la funzione dell’otturatore a controllo elettronico. Erano consapevoli che, all’inizio, questa funzione sarebbe stata accolta con freddezza ma erano comunque convinti che in futuro essa sarebbe diventata una caratteristica importante, anche sulle fotocamere professionali. Già nel progetto della F2, seppure con modalità differenti, si era cercato di introdurre sia la funzione di esposizione automatica che l’utilizzo dei tempi lunghi e così queste due idee furono riprese nel progetto della F3. Nel 1973, completato il progetto base, iniziò l’effettivo sviluppo della Nikon F3: fu mantenuto il mirino intercambiabile già utilizzato sulla F2; furono adottate nuove tecnologie come il controllo elettronico del piano focale dell’otturatore; così come con la Nikon F2 furono incorporati nel mirino Photomic il TTL ed il circuito AE; venne sviluppano il sistema elettromagnetico di scatto e così via. Insomma, molte problematiche erano state risolte ed era pronta una Nikon F3 Photomic AE, solida, ben concepita, degna di succedere alla fortunatissima F2, ma… non fu mai messa in produzione! Vennero riscontrati problemi con la misurazione TTL che falliva con alcuni tipi di mirini, quali il Waist-level finder e l’Action finder ed i tecnici Nikon non erano in grado di risolvere il problema. Fu deciso allora di orientarsi verso una nuova tecnologia: la misurazione TTL non dal mirino da dal corpo macchina. Questa soluzione era già stata studiata in passato, ma gli effetti collaterali ( oscuramento del mirino, zona d’ombra, ecc.) non ne avevano permesso la realizzazione. Occorreva una nuova soluzione e si pensò allo specchio pin-hole. Dopo anni di studi i tecnici giapponesi avevano messo a punto uno specchio con dei piccoli buchi che non disturbavano la riflessione; la luce che passava attraverso questi piccoli fori veniva deviata da uno specchio inferiore verso il fondo del mirror-box e da lì, attraverso una lente, concentrata sul sensore TTL. L’introduzione di questo sistema di misurazione TTL pin-hole permise la riduzione delle dimensioni del mirino, un alleggerimento globale e quindi una maggiore compattezza rispetto alla precedente Nikon F2 con conseguente… complicarsi del progetto stesso, che fu interamente rivisto e ripartì con decisione nel 1976. Nel frattempo erano state studiate, indipendentemente dal progetto F3, nuove tecnologie (controllo elettromagnetico dell’otturatore, display LCD, eccetera) e così il capo progetto F3 fu costretto a prendere una difficile decisione: ricominciare tutto da capo per includere queste nuove tecnologie. A spingere verso questa decisione fu anche l’arrivo presso la Nikon di un designer di fama come Giorgetto Giugiaro che si adoperò per dare alla F3 uno stile “internazionale”, appetibile in tutti i mercati mondiali. Giugiaro introdusse l’holding grip frontale, l’integrazione del design del blocco motore con il corpo della fotocamera e altre soluzioni stilistiche notevoli. Alla fine del 1977 il progetto arrivò all’ultima revisione, quella definitiva e, finalmente, nel 1980 la Nikon F3 venne messa in commercio, ottenendo un immediato riscontro positivo e divenne estremamente popolare, tanto è vero che, 18 anni dopo la sua uscita, essa era ancora presente nel listino Nikon. Anche se, è bene dirlo, non mancarono i soliti incontentabili che contestarono le dimensioni troppo ridotte della F3 rispetto alla F2, e paventarono fragilità e inaffidabilità della nuova uscita; inoltre, il funzionamento dell’otturatore elettronico condizionato dalla presenza di una batteria, fece storcere il naso ai professionisti, che temevano di rimanere in panne una volta esaurita, non ritenendo sufficiente il comunque presente tempo di scatto meccanico. Anche l’automatismo a priorità di diaframmi diede origine a malumori, ma credo che tutte queste rimostranze fossero giustificate da abitudini radicate e poca lungimiranza.

Riassumendo le sue caratteristiche principali sono: esposizione automatica a priorità di diaframmi, visualizzazione dei dati nel mirino a mezzo di LCD illuminabile, sistema di misurazione con lettura semi-spot a prevalenza centrale (80/20), tempo meccanico di 1/60 di secondo, blocco della memoria di esposizione, otturatore del mirino, autoscatto con spia di progressione a LED, meccanismo di blocco dello specchio, mirino con visione del 100%, scala di compensazione dell’esposizione, leva per esposizioni multiple, eccetera. L’unica differenza con il modello F3 HP è il mirino: infatti quest’ultima (quella che ho avuto la fortuna di trovare io) monta un pentaprisma High Eyepoint dotato di un oculare maggiorato che consente di vedere inquadratura e dati esposimetrici anche tenendo l’occhio ad una distanza di 25 mm, funzione decisamente utile per chi come me deve portare gli occhiali.

Le prime impressioni d’uso sono positive: la macchina è piccola e leggera, soprattutto se la si confronta con una full frame odierna ma, malgrado ciò, restituisce una sensazione (giustificatissima) di solidità e robustezza. Forse chi è abituato con i corpi delle moderne fotocamere, sia amatoriali che pro, rimarrà un poco spiazzato dalla poca profondità del grip laterale introdotto da Giugiaro, ma già il fatto che precedenti modelli addirittura non ne erano provvisti, risultando assolutamente piatti, è un notevole passo in avanti se si considera l’epoca di uscita della F3. Dal punto di vista puramente estetico, forse è più piacevole il modello F3 con pentaprisma normale, perché il pentaprisma imponente della F3 HP è abbastanza “importante”, ma si tratta di particolari. Il mirino è luminoso e può essere facilmente sostituito con uno di proprio gradimento/necessità: esistono ben cinque pentaprismi differenti, tre oculari e una ventina di schermi di messa a fuoco; di questi ultimi ho acquistato il tipo L che ha un telemetro graduato ad immagine spezzata angolato di 45°, utile soprattutto per la messa a fuoco delle linee orizzontali (qualcuno ha detto “paesaggio”?). Il pulsante di scatto non è particolarmente dolce, e serve per attivare l’otturatore che opera su due tendine al titanio che scorrono orizzontalmente; da segnalare un secondo pulsante di scatto meccanico a 1/60 di secondo, utilizzabile in emergenza di alimentazione delle batterie (due pile a bottone da 1,5V all’ossido di argento). Ho anche ritrovato sulla ghiera delle pose, una funzione dimenticata: la posa T, che è una sorta di posa B per lunghe esposizioni ma funziona senza utilizzare lo scatto flessibile (il Nikon AR-3): si preme il pulsante di scatto e, ad esposizione terminata, si gira la ghiera dei tempi su una posizione diversa da T, pratica un pochino macchinosa e, soprattutto, pericolosa per il mosso. L’esposimetro devo ancora valutarlo del tutto: ho scattato un solo rullino a colori da 36 pose, esponendo alcune foto con la valutazione dell’esposimetro integrato ed altre con l’ausilio di un esposimetro esterno. Sto ansiosamente aspettando i negativi sviluppati (vecchia abitudine dal sapore ineguagliabile) per vedere cosa ho combinato.

Un’ultima cosa: perché mi sono preso la briga di scrivere questo? Perchè, per come la vedo io, stiamo parlando di magia. La magia di una macchina fotografica messa in commercio trentasette (!) anni fa ma che ha caratteristiche che troviamo ancora nelle macchine moderne, che permette di scattare comunque belle foto e che ha un fascino incredibile, raramente riprodotto nelle fotocamere presentate negli anni successivi.

 

I cenni storici sono liberamente tratti ed adattati dal sito ufficiale Nikon, sezione History, Camera Chronicle.

12 novembre 2017

da: u velto

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Roma, basta fake news su Camping River

Vogliamo denunciare la circolazione di notizie false animate dall’aperta volontà di strumentalizzare i rom e quanti si preoccupano che ne vengano rispettati i diritti umani per la verità così spesso violati.

Si tratta di una vera e propria fake news diffusa via internet e Facebook e tesa unicamente ad alzare un polverone a vantaggio del narcisismo mediatico di un ben noto personaggio che ai rom causa solo danni.


Ci riferiamo alla falsa notizia concernente la asserita espulsione di due famiglie e della conseguente distruzione dei loro container (n.24 e 72). Assumendo notizie direttamente alla fonte (l’ufficio di scopo e le due famiglie occupanti) risulta quanto segue.

Uno di questi due container era abitato dalla famiglia di S. H. Il container era vuoto in quanto la suddetta famiglia col suo consenso è stata trasferita in un centro di accoglienza. L’altro container era anch’esso vuoto perché la famiglia occupante, di M.A., era stata trasferita in altro container dello stesso camping.

Basta con la diffusione di fake news il cui di svelamento è necessario per isolare chi mesta nel torbido per puri interessi personali e che in nome di un falso impegno umanitario scredita le doverose azioni di difesa e tutela delle persistenti fragilità sociali.

12 novembre 2017

da: laclarina

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Novembron Novembroni

DaydrNovembron novembroni si va verso la fine d’anno – e, prima di ciò, verso il mese in cui si finisce per non scrivere mai una parola. A meno che non salti su l’ispirazioncella randagia per qualche storia natalizia. O play… but never mind. Novembron novembroni si va, dicevamo, e la Clarina è determinata a finire il play nuovo – o almeno la prima stesura – entro la fine del mese, prima di smarrirsi in natalizietà miste assortite.

Determinata. Molto determinata. Determinatissima.

“Ma se sei così determinata, o Clarina, perché non scrivi affatto, e fissi invece accigliata lo schermo e pensi a tutt’altro?”

(La Clarina sobbalza alto un miglio, si morde la lingua e si sloga la spina dorsale nel voltarsi di scatto. Dietro di lei, of course, appoggiato allo spigolo della scrivania con fare negligente, c’è lo Spirito di Kit.)

C. – Non penso affatto a tutt’altro! E tu sei un delinquente che si diverte a spaventarmi.

SdK – Ma se ho persino aspettato che appoggiassi la tazza di tè! E stai pensando a tutt’altro. Chiaro come il giorno.

C. – Sciocchezze. Sto cercando di capire in che anno si è sposato Perrée.

SdK – E speri che ti giunga un’epifania in proposito, se fissi abbastanza ferocemente le ultime tre battute che hai scritto?

C. – Non sto fissando le battute. Sto cercando di pensare dove posso disseppellire l’informazione – o se posso barare un pochino.

SdK – Da dieci minuti?

C. (digrigna i denti) – Stavo pensando a tutte queste utili cose. Poi mi sono distratta con una rappresentazioncella impromptu delle ultime battute nel Teatro Immaginario.

SdK – Tillyvally. Ci sono passato un momento fa, e il Teatro Immaginario è vuoto, buio e triste.

C. (contemplando i costi e benefici dello scaraventare quel che resta del tè addosso allo Spirito di Kit) – Oh, piantala. Stavo… Stavo…

Lo Spirito di Kit inclina la testa di lato, leva un sopracciglio e guarda la Clarina annaspare.

C. – Stavo–

SdK – Pensando al Romanzo?

C. (arrossisce furiosamente) – No! Nono. Nonono. Come ti salta in mente? Il romanzo è finito. Finitissimo, perbacco. Devo solo mandare i primi due capitoli a Ms. Darwin ai primi di dicembre… Well, forse dovrò rivedere la sinossi, almeno un pochino, visto com’è andata a Oxford. Ma a parte quello, il Romanzo è finitissimissimo, e nulla potrebbe essere più lontano dai miei pensieri e dalle mie intenzioni…

SdK (si osserva le unghie) – Ah, certo, certo.

C. – Davvero!

SdK – I’m sure.

C. – Ma sì! Davverissimo. Figurati!

SdK – Mi figuro.

C. – Ti dico di sì… Cioè, no: ti dico di no!

SdK – Ma sì, ma no. Non ti salterebbe mai in mente di riprenderlo in mano. Non stai affatto prendendo appunti di nascosto…

(La Clarina non riesce ad evitare uno sguardo colpevole al taccuino.)

SdK – E già che ci sei, non rileggeresti mai i vecchi appunti, tu. Nemmeno morta considereresti la possibilità di risistemare i primi due capitoli prima di mandarli a Ms. Darwin. E magari, visto che hai riaperto la porta, dare un’altra occhiatina alla faccenda del non-proprio-Dottor-Lopez…

C. (scrolla le spalle con finta noncuranza e si produce in una risatella nervosa) – Ma ti pare?

SdK – Oh no, giammai. Non tu, vero? E il finale, il leone… nulla ti indurrebbe a riprenderli in mano, lo so. Lo dicevamo proprio ieri sera con lo Spirito di Ned…

C. (drizza le orecchie) – Lo Spirito di Ned? Nel senso di Ned Ned? È qui anche lui?

SdK (apre la trappola…) – Oh, no! È un bravo ragazzo, lui. Non si sognerebbe mai di venire a infrangere gli involucri mentre tu sei così evidentemente occupata con tutt’altro.

C. (entra a passo di danza nella trappola aperta) – Oh, ma no! Nessunissimo involucro infranto – anzi! Sarei così lieta… – (Chiama in nessuna direzione in particolare) – Mastro Alleyn? – (A Kit, semisottovoce) – Perché in effetti quella teoria dei colori come buccia mi piace davvero tanto, e si potrebbe applicare… e il leone, sì. E in realtà anche l’esecuzione… o meglio, le motivazioni precise dopo l’esecuzione? Ho quattro pagine di appunti e domande in proposito, e vorrei davvero…

(Lo Spirito di Kit inclina la testa dall’altra parte e sogghigna a mo’ di Gatto del Kentshire. )

C. – Oh. Ops.

SdK – Eh…

C. – Ma… No, è che… È che…

SdK (cominciando a svanire) – Tranquilla, lo so benissimo. Non stai ripensando al romanzo. Non hai nessunissima voglia di riprenderlo in mano un’altra volta. Non hai nemmeno la più lontana ombra di nostalgia di noi. Tu, nostalgia? Figurarsi!

(Ciò che resta dello Spirito scompare con un “puf!”)

C. – Aspetta, sciagurato. Torna qui! Kit? Mastro Alleyn… Ned? Siete qui?

(Una risatella echeggia da direzione indistinta)

C. – Kit!

Voce Fuori Campo con Riverbero – Torna a scrivere il tuo play nuovo, o Clarina, che novembre passa e dicembre arriva. Non vorremmo mai e poi mai che Monsieur Maquet e compagnia cantante si rodessero il fegato…

(La Clarina lancerebbe volentieri qualcosa di pesante)

SIPARIO