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da: Debora Troni

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Alla Scoperta della Tradizione – Salsa Italiana or Italian Sauce

 
 
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Eccomi di ritorno dalle vacanze, questo mese di agosto sta passando velocemente e ancora ho negli occhi i bei panorami del Kent e del Sussex. Campagna, mare, castelli e paesini, tutto punteggiato da pranzi e cene meravigliosi, per non parlare delle favolose colazioni inglesi, la vera carica di energia per affrontare le escursioni su magnifiche scogliere.
Naturalmente ho comprato libri e riviste di cucina e appena tornata a casa ho cominciato a sperimentare prendendo spunto da quello che ho letto. Pensavo che sarei tornata a casa e avrei acceso il forno per produrre pagnotte profumate invece il caldo assurdo di questi giorni mi ha fatto desistere, così visto che dovevo cucinare della carne e non sapevo come servirla ho trovato una "Salsa italiana" nel libro "The Downstairs Cookbook" di Margaret Powell e mi sono messa all'opera. L'autrice di questo libro è stata ispirazione, con altri suoi scritti, per la realizzazione di alcune serie televisive fra le quali la famosa "Downton Abbey" che io ho molto amato.
La scelta di questa salsa è stata dettata dal fatto che gli ingredienti richiesti fossero pochi e che li avessi tutti a disposizione. Il risultato è stato delizioso e naturalmente la salsa è stata usata per condire sia carne che verdure, alla maniera inglese e così, chiudendo gli occhi, abbiamo pensato per un attimo di essere ancora in vacanza...
 
 
Ecco come si fa questa gustosa salsa per 4 persone.
  • 1 piccola cipolla dorata, tritata
  • 2 funghi grandi tipo Portobello o una manciata di porcini secchi fatti rinvenire in un po' di acqua calda e tritati
  • 30 g di burro
  • 30 g di farina
  • 500 ml di brodo vegetale
  • qualche rametto di timo
  • 1 foglia di alloro
  • 3 grani di pepe nero
  • 120 ml di sherry
  • sale
  • pepe
Sciogliete il burro e fate dorare la cipolla, poi aggiungete la farina e mescolate fino a che questa assumerà un colore appena brunito.
Aggiungete i funghi, l'alloro, il timo, i grani di pepe, il brodo e lo sherry. Portate a ebollizione poi abbassate la fiamma e fate sobbollire per circa 20 minuti.
Assaggiate, regolate di sale e pepe, passate la salsa in un colino, riscaldate e servite.

English Version

I'm back from the summer holidays, this August is passing by very quickly and I still have in the eyes of the beautiful landscapes of Kent and Sussex. The Countryside, the sea, the castles and villages, all punctuated by wonderful lunches and dinners, not to mention the fabulous English breakfasts, real boosters to face the hikes on the magnificent southern England cliffs.
I bought several books and cooking magazines while I was over there, and as soon as I got home I began to experiment following the inspiration given by what I read. I thought that once at home and I’d turned on the oven to produce fragrant loaves but the incredible heat wave of the last few days has stopped me. One night I had some pork chops to make for dinner but I didn’t know how to serve them until I found an "Italian Sauce" in the book "The Downstairs Cookbook "by Margaret Powell and I decided to give it a try. The author of this book has inspired, with her other writings, several TV series including the famous "Downton Abbey" that I loved so much.
The choice of this sauce was dictated by the fact that it required just a few ingredients and that all of them were ready available. The result was delicious and of course the sauce has been used to flavour both meat and vegetables, the English way and so, closing our eyes, we thought for a moment to be still on holiday ...
Here's how this tasty sauce is made.
For 4 servings
  • 1 small golden onion, chopped
  • 2 large Portobello mushroom or a handful of dried porcini rehydrated in a little hot water and then chopped
  • 30 g of butter
  • 30 g flour
  • 500 ml of vegetable stock
  • a few sprigs of thyme
  • 1 bay leaf
  • 3 black peppercorns
  • 120 ml of sherry
  • salt
  • pepper
Melt the butter and fry the onion until golden brown, then add the flour and stir until brown.
Add the mushrooms, bay leaf, thyme, peppercorns, stock and sherry. Bring to a boil then reduce the heat and simmer for about 20 minutes.
Taste, season with salt and pepper, pass the sauce through a sieve, re-heat and serve.

da: Pensacuoca e Fotomangio

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Orecchiette con ceci, cozze e pomodorini

Un primo piatto estivo che sa di Puglia, perfetto anche come piatto unico freddo, che noi abbiamo preparato per Territori.COOP. Le orecchiette sono una pasta fresca di forma tondeggiante che ricorda un piccolo orecchio. Molto diffuse tra Puglia e Basilicata, assumono nomi diversi a seconda della zona: “chiancarelle” o “orecchjetedd” nel tarantino e in Valle […]

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24 agosto 2016

da: laclarina

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Non saprei da dove iniziare…

“Non saprei da dove iniziare,” disse Alice.

“Sciocchezze!,” disse la Regina di Cuori. “Non c’è nulla di più semplice: inizia dal principio e, quando sei arrivata alla fine, fermati.”

AliceandtheQueenQuesto è tratto (molto a memoria e, probabilmente, con scarsa precisione) dalle Avventure di Alice, di Lewis Carrol, ed è uno dei più solidi consigli che si possano dare o ricevere in fatto di narrazione. O lo sarebbe, se fosse sempre evidentemente qual è il principio di una storia. Il principio giusto. Invece, il mondo essendo quel che è, iniziare una storia è davvero un patema. Anche ad avere (o credere di avere) ben chiaro il punto preciso da cui si vuole iniziare, avete presente quello schermo bianco, quel cursorino che lampeggia…?

E la consapevolezza che l’inizio è fondamentale non è certo d’aiuto. E sì, sappiamo tutti che poi tanto l’inizio è l’ultima cosa che si scrive, che potremo sempre sistemarlo più avanti, che in tutta probabilità lo decapiteremo anyway… Tutti lo sappiamo, tranne la nostra Cinciallegra Interiore, che per tutto il tempo ci saltella su e giù nella testa, cinguettando nervosamente: Avanti, forza: scrivi la parola, la frase, il paragrafo da cui dipenderà il fato di tutto il racconto/saggio/romanzo! E che ci vorrà mai, in fondo?

Ebbene, parlando di solidi consigli, Lazette Gilford, in quel favoloso workshop permanente che è Forward Motion, suggerisce questa tecnica:

DOVE? CHE COSA? CHI? DIALOGO!

Prima di tutto, atmosfera

La luce della piena estate filtrava obliqua e dorata tra le fronde, e l’aria vibrava del brusio delle cicale.

Poi, qualcosa – qualcosa*:

L’ombra non era molto grande, e sarebbe parsa un capriccio della luce pomeridiana, se solo fosse stata ferma. Invece scivolava dietro i cespugli, si allungava dietro i tronchi caduti, sussurrava tra i rampicanti, pareva svanire nel folto degli alberi, e un istante dopo rieccola, agile e scura e liscia, appena giù dal sentiero.

E adesso è davvero ora che compaia qualcuno:

Cappuccetto Rosso ebbe l’istinto di stringersi nella mantellina scarlatta, nonostante il caldo, ma si fermò e scrollò le spalle. Che sciocchezza avere paura del bosco in una giornata così bella, si disse. Strinse più forte il manico del cestino con le frittelle, e riprese il cammino con l’aria più baldanzosa del suo repertorio. Tutt’a un tratto, l’ombra uscì da un cespuglio di nocciolo, dieci passi avanti a lei, e si sedette accanto al sentiero, fissandola con occhi gialli e scintillanti. A Cappuccetto Rosso il cuore balzò fra i denti.little-red-riding-hood-tehrani-anthropology_73840_600x450

Infine, sentiamo qualche voce:

Che diamine, Messer Lupo!” sbottò la bambina. “È la maniera di arrivare addosso alla gente?” Il Lupo si passò la lingua sui denti affilati come rasoi. “Ti ho fatto paura, bambina?” domandò. “Manco un po’!” brontolò Cappuccetto Rosso. Il Lupo fece una smorfia, come se gli fosse andato qualcosa di traverso. “Ah, immagino che solo le bambine coraggiose se ne vadano in giro per il bosco da sole,” disse. Cappuccetto Rosso aprì la bocca per rispondere, e poi la richiuse. Si era appena ricordata che Mamma le aveva raccomandato di non parlare con nessuno. Il Lupo non ebbe l’aria di prendersela, e dondolò pigramente la coda un paio di volte, come per scacciare le mosche. “E chissà dove va di bello, questa bambina coraggiosa?” mormorò, alla maniera di chi rivolge a sé stesso una domanda oziosa. Capuccetto Rosso serrò la bocca ancora più forte, fece una piccola riverenza, perché aveva buone maniere con tutti, e riprese la sua strada.

Ad essere sinceri, mi sono sempre chiesta che bisogno avesse il Lupo di fare conversazione con CR, lasciarla andare, correre dalla Nonna e montare la sciarada che si sa… Ma sorvoliamo su questa spinosa questione e notiamo invece che, senza parere, abbiamo iniziato una storia. Se volessimo fare le cose per bene, finiremmo la scena con qualche abile domanda del Lupo, e con CR che, pur credendo di mantenere la sua consegna del silenzio, si lascia sfuggire la sua destinazione… ma fa lo stesso, credo che il principio sia chiaro, a questo punto: se proprio non si sa da dove iniziare, un posto, un qualcosa**, un personaggio e una chiacchieratina possono servire al caso.

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* Come qualcuno (mi pare che sia il Sergente, ma potrebbe essere anche un soldato) dice al Capitano nordista in The Gray Sleeve di Stephen Crane.

** Forse vale la pena di specificare che questo qualcosa, in definitiva, corrisponde all’introduzione del conflitto…

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da: laclarina

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La Maschera di Rame (Atto II)

Untitled 3Ci eravamo lasciati sulla bocciatura della povera maschera veneziana, ricordate? Con G. che vuole una maschera greca e la Clarina che non è per niente d’accordo…

“Il pubblico deve capire che sei un coro greco!”

“Ma è proprio questo, il punto! Non sono affatto…”

Eccetera, eccetera, eccetera.

E, se la prima fiammeggiante reazione è “e allora niente maschera”, poi mi metto a strologarci su. Perché in realtà G. ha ragione, e l’idea della maschera mi piace più di quanto sia disposta ad ammettere. Ma non greca. Semmai voglio una maschera enigmatica, tra l’atemporale e il vagamente elisabettiano… Come si fa in questi casi, mi metto a caccia su e giù per la Rete, e trovo un’infinità di cose bellissime e niente di straordinariamente pratico. Tre conclusioni però le raggiungo: voglio che sia color rame, voglio che copra solo parte del viso (à la Phantom of the Opera) e voglio che sia montata su una bacchetta.

Ed è a questo punto che entra in scena Alchemilla.Untitled 16

Alchemilla, come R., come F., come tutto il mio immediato circolo di amici e famigliari, è una santa. Tutti costoro hanno sopportato con allegra pazienza i mesi di avvicinamento a SiW, gli alti e bassi, le mie crisi di terrore, le prove, i litigi e tutto il resto. Per cui, quando over tea le racconto dei miei guai con la maschera, Alchemilla sa da dove arriviamo. E, meraviglia delle meraviglie, ha le idee più chiare di me su dove andare.

“Una maschera si fa,” mi rassicura. E comincia a meditare di forme, di carte speciali, di colori acrilici… Io annuisco e intanto penso che non ce la farò mai, perché – con la misteriosa eccezione di dicembre – ho la manualità di un paguro. Alchemilla osserva, sorride e viene in soccorso degli afflitti.

Untitled 1“Tu procurati il materiale e cerca qualche immagine,” dice. “Quando torno dalla montagna ti aiuto io.”

E mentre lei sgambetta su e giù pei declivi erbosi, io metto insieme una mascheruolina provvisoria – carta colorata in doppio spessore e una cannuccia ricoperta di nastrino – e comincio a portarmela alle prove, e… Ora, non so se ve l’avessi detto, ma questo per me era un ritorno alle scene dopo molti, molti anni. Fino a qualche anno fa mi capitava ogni tanto di coprire qualche ruolettino minorissimo in caso di necessità, ma poi avevo smesso anche quello – e comunque, ridendo e scherzando, erano vent’anni che non recitavo una parte vera e propria. Per cui ero terrorizzata, malcerta e rigida come un rastrello, e niente affatto certa di non bloccarmi… Ma, nel momento in cui ho cominciato a usare la mascheruola provvisoria, ecco il miracoletto: il Coro trova se stesso, e io comincio a sentirmi più sicura.

Evviva – e nel frattempo  continuo a cercare immagini a diritta e a mancina – nell’idea di accogliere 2-trifaccia-dipinta-maskAlchemilla, al suo ritorno, con delle idee ragionevolmente chiare.  Solo che poi… sappiamo tutti com’è la rete, vero? Quando Alchemilla ridiscende a valle, la mia collezione  comprende una dozzina abbondante di possibilità che più diverse tra loro non potrebbero essere – dalla maschera trifronte alla colombina classica, passando per il Fantasma dell’Opera  e le filigrane… e alla prima manca meno di una settimana.

E… fine dell’atto secondo.

Riuscirà Alchemilla a venire a capo delle incertezze della Clarina? A tradurre i suoi voli pindarici in qualcosa di umanamente realizzabile – mentre il tempo scorre e la prima si avvicina? Non perdete il terzo e ultimo atto de… La Maschera di Rame!

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da: Sergio Marcheselli

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Sciopero dei trasporti

Ho voluto provare. Non ero convintissimo dei sistemi mirrorless (almeno per il tipo di fotografia che prediligo) ma mi sembrava stupido non provarli.

Ho colto la palla al balzo (alcuni giorni in montagna durante le ferie estive) e sono partito con una Olympus OM-D E-M10 Mark II (Micro 4/3) e un solo obiettivo l’Olympus M. Zuiko 17mm f/2.8 Pancake (Micro 4/3) che, rapportato al sistema 35mm corrisponde grosso modo ad un 34mm di focale. L’intenzione era quella di arrampicarmi sui sentieri senza la zavorra di una fotocamera da oltre un chilo e l’uno o più obiettivi (di peso equivalente) che porto solitamente con me con la speranza di riuscire ugualmente a portare a casa qualche scatto passabile.

Sugli scatti passabili lasciamo perdere, tanto è solo colpa mia. Ma sul sistema mirrorless le sensazioni sono positive. Tenuto conto della mia totale inesperienza sull’utilizzo di questo sistema, mi sono piaciute sicuramente alcune prerogative: prima di tutto – anche se è scontato – il peso; non mi è sembrato vero arrivare ai rifugi senza pestare sulla lingua, è veramente esaltante sapere di avere nello zaino una macchina fotografica ad obiettivi intercambiabili senza che questo significhi portarsi a spasso qualche chilogrammo di elettronica. Altro aspetto interessate è, a mio giudizio, la buona profondità di campo ottenibile anche a diaframmi relativamente “aperti”, tipo f/5.6 o f/8; per contro trovo interessante lo sfocato ottenibile a tutta apertura (pur con i limiti dell’obiettivo utilizzato), ma qui ci devo lavorare bene perché è molto particolare, secondo me. La qualità dei files grezzi (i .raw della Olympus si chiamano .orf) credo sia molto buona anche se temo che sia necessario usare il software proprietario Olympus di sviluppo dei .raw (al momento Olympus Viewer 3)  per una prima lavorazione e poi esportare un file .tiff per le successive elaborazioni in Lightroom o Photoshop; ma anche qui invoco il beneficio del dubbio e i giudizi di chi ne sa enormemente più di me.

Insomma, alla fine ho ceduto. Ne sono felice, e mi riprometto di “fare le pulci” seriamente a questo sistema fotografico. Se non altro, sempre in riferimento al peso, al momento sono felicissimo di poter portare sempre con me una fotocamera di buona qualità, per far fronte alle “emergenze” fotografiche.

In futuro cambierò l’attuale attrezzatura DSLR? Non credo proprio (volevo scrivere “manco morto” ma era decisamente fuori luogo), almeno nell’immediato. Piuttosto mi accomoderò sulla riva del fiume (c’è una ressa, qui…) ed aspetterò sviluppi da mamma Nikon, un po’ per partito preso ed un po’ perché, malgrado il sistema micro 4:3 sia molto evoluto, la disponibilità e la varietà (mi sparate se dico anche la qualità?) di obiettivi del sistema 35mm è tutt’ora ineguagliata. Senza contare che passare da un sistema fotografico ad un altro, comporta indubbiamente un “bagno di sangue” che la mia qualifica di amatore non giustifica.

 

da: laclarina

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L’Ora del Tè

 

Oggi sono in una disposizione d’animo particolarmente nonsense – e non ho avuto nemmeno la metà di una ragionevole quantità di tè…

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“Vuoi ancora del tè, mia cara?”

“Come posso volerne ancora, se non ne ho avuto affatto?” chiese Alice.

Ecco, non è che non ne abbia avuto proprio affatto – ma rende l’idea.  E quanto mi piacciono le illustrazioni di Arthur Rackham

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da: Anna F

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work in progress 1/8

centro tavola del diametro di circa 90 cm.
il primo pezzo di 8.....la vedo dura e lunga


da: laclarina

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La Maschera di Rame (Atto I)

Red-Masquerade-Eye-MaskParlando di cappelli, avevo accennato alla maschera, nevvero?

Ebbene, eccoci qui: oggi maschera.

Dunque, dovete sapere che il Coro è una sorta di voce narrante. Una. “Non un coro: il Coro,” mi sono divertita a rispondere a più di un perplesso nel corso degli ultimi mesi.  “Come un Coro Greco ma non un Coro Greco. Un Coro Elisabettiano. Una persona sola.”

È una soluzione  antica e blasonata per la necessità di cucire insieme eventi, tempi o faccende diverse, riassumere e spiegare senza averne troppo l’aria, er caetera similia. E SiW, mescolando fette di almeno tre drammi storici e due sonetti, di un legante aveva proprio bisogno. Non dico che non si sarebbe potuto fare diversamente – ma ho fatto così: un Coro.

E del Coro non sono troppo insoddisfatta. Come poi sia finita a recitarlo io è un’altra faccenda – ma tant’è. E presto, prestissimo, è stato chiaro che volevamo una messa in scena sobria e minimale: tutti in costume rigorosamente nero, con un elemento di colore a distinguere il Coro. Perché il Coro non è un personaggio in senso stretto e, come si diceva, non è qualcuno: è qualcosa. Qualcosa di onnisciente, atemporale e più che un po’ crudele, che osserva, racconta e talvolta muove i personaggi. Quindi andava distinto in qualche modo. p187983_1

Il mio primo pensiero era stato una stola. Una stola color rame, molto lunga, da potersi indossare e usare in molti modi diversi a seconda che il Coro attraversava le sue varie funzioni… E per un po’ abbiamo provato così, ed è parso che andasse ragionevolmente bene – finché, una sera, G. la Regista mi guarda per bene, aggrotta la fronte e mi chiede che cosa intendo usare come elemento speciale del Coro.

Io alzo una stola e un sopracciglio, e G. storce il naso.

“Quella roba lì da mezza sera? Hmf.”

58f928516d69d368489c0fd4796121b4Ora, tra una cosa e l’altra sono quasi venticinque anni che faccio teatro con G. e ho imparato a non dire quasi mai cose come “Ma se ancora ieri hai detto che andava bene!” Tuttavia mi sono affezionata alla mia stola, e potrei dar voce all’Obiezione Che Non Si Fa, se G. me ne lasciasse il temo.

Ma non me lo lascia. “No, sai che cosa ti ci vuole? Una maschera. Una di quelle maschere greche meravigliose. Non sei un coro, tu?”

Spiego che no, non sono un coro – sono il Coro. E comunque sono il Coro Elisabettiano, e non un Coro Greco… G. dice “sciocchezze”; io dico “niente affatto”; G. dice “procurati una maschera greca”; io dico “nemmeno per idea”; G. dice che sono sempre stata troppo cerebrale per il mio bene e piena di resistenze (o qualcos’altro allo stesso effetto) e che comunque lei vuole una maschera greca – e le prove non finiscono proprio nello spirito migliore, e me ne vengo a casa di umor ribelle. Una maschera greca – figuriamoci…! Untitled 5

O quanto meno, parto di umor ribelle. Epperò, più guido e sbollisco il nervosismo, più l’idea della maschera mi pare degna di considerazione. Di certo è più significativa di una stola. Rimuginon-rimuginoni me ne arrivo a casa, e dissotterro una bautta comprata a Venezia, mezza bianca e mezza nera. “Ecco il Coro!” penso tra me – e l’indomani ne metto a parte G. telefono.

“Banale,” è il verdetto. Cercati una maschera greca.” Fuoco e fiamme: sono forse un Coro Greco, io? E qui potete immaginare una ripetizione pressoché verbatim della discussione di due paragrafi più sopra. Una maschera greca, forsooth!

E… Sipario! Fine dell’Atto Primo. Luci di sala, intervallo, brusio, calicetti di vin bianco nel foyer.

Come andrà a finire? G. e la Clarina troveranno un accordo? Coro Greco o Coro Elisabettiano? Ci sarà una maschera affatto? Non perdete il prossimo appassionate episodio di La Maschera di Rame.

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da: laclarina

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(Tardivamente) Acchiappa una Perseide

CAFSAllora, no – non ero sparita, e nemmeno in vacanza. Almeno non in senso stretto: il fatto si è che, come a volte accade, sono rimasta chiusa fuori dalla Rete per qualche giorno – hence l’assenza.

“Un segno! Un segno!” ha decretato R., e non negherò di averne approfittato per recuperare un po’ di sonno e leggere (gasp!) di giorno… Ma adesso sono tornata e, per prima cosa, onoriamo le buone vecchie tradizioni, perché S. Lorenzo è passato mentre io vagolavo senza rete, giusto?

E allora, quest’anno Catch a Falling Star nella versione molto, molto, molto Sixty-ish di Françoise Hardy:

Che poi, voi le avete viste le Perseidi? Io sì, e tante, nonostante le temperature notturne assai men che stagionali e tanta umidità da nuotarci. Al che probabilmente devo l’incantevole mal di gola in corso. Ah well, passerà.

Intanto buon Ferragosto, o Lettori.

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da: laclarina

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Vita, Letteratura, Letteratura, Vita

Ed ecco un’altra osservazione interessante: rispetto alla letteratura, la vita è molto più irregolare, incoerente, variabile, piena di tediosi dettagli. E adesso un pensiero bizzarro: magari la  vera vita – vale a dire il suo modello di costruzione, l’insieme delle sue unità di misura – è la letteratura, mentre la cosiddetta vita è soltanto un abbozzo, una via d’approccio, uno schema generale e, nella migliore delle ipotesi, una prima stesura. Parola d’onore: a volte la letteratura sembra la bella copia, e la vita una brutta copia – e nemmeno la più utile che si possa immaginare.
Vyacheslav Pyetsukh, The New Moscow Philosophy.

nmp_cover_v10E questa, abbiate pazienza, era la mia traduzione impromptu di una traduzione inglese, perché non mi risulta che VP sia stato tradotto in Italia.

Specificato ciò, il concetto è intrigante, seppure non nuovissimo. Ricordo di avere letto molti anni fa un racconto di Karen Blixen (mi piacerebbe ricordarmi quale, ma è passato davvero tanto tempo e il libro era in prestito) in cui un personaggio sosteneva che l’umanità non è l’oggetto della creazione divina, ma solo un mezzo. Essa esiste perché al suo interno nascano, facciano esperienza, e lavorino poeti e scrittori – il cui mestiere è quello di distillare tutta quella materia informe e caotica in personaggi letterari, prodotto finale della creazione.

letteratura, vyacheslav pyetsukh, karen blixen, balzac, tolkien, tennessee williamsE qui si potrebbero citare in ordine sparso Tolkien, secondo cui gli scrittori sono gente con il complesso della subcreazione; e Balzac con la sua convinzione che la letteratura dovendo essere non vera, ma verosimile, non possa permettersi le bizzarrie, le incoerenze e le coincidenze che abbondano nella vita; e Randy Ingermanson, che definisce il dialogo letterario come pesce già sfilettato – senza parti inappetibili; e Sweet, secondo cui la vividezza dell’arte sbaraglia sempre la realtà; e tutti gli innumerevoli scrittori che ripetono all’infinito come in letteratura non trovino posto la casualità, mancanza di senso e generale insipidezza di quella che Pyetsukh chiama “la cosiddetta vita”.

Lvyascheslav pyetsukh,karen blixen,tolkien,balzac,tennessee williamseggevo di recente di un’autrice alle prese con un dilemma: un personaggio storico di cui le piacevano nome, personalità e occupazione: prese individualmente, le tre cose erano perfette per il suo romanzo – ma non stavano bene combinate insieme. Così ha diviso il signore in questione in due: da un lato nome e occupazione per il protagonista, dall’altra personalità e intolleranza religiosa per un altro personaggio. È un piccolo caso da manuale, perché a differenza della vita, la letteratura non spreca un nome da romanzo per un puritano di mezza età senza la stoffa del protagonista. Il fatto che il nome in realtà appartenesse al puritano? Fa nulla.

Fa nulla, perché per tutti gli scrittori – in maggiore o minor misura, più o meno consciamente – vale quello che Tennessee Williams fa dire a Blanche in A Streetcar Named Desire:

Non cerco il realismo, cerco la magia. Sì, sì, ecco che cosa cerco di dare alla gente: la magia. E sì, deformo i fatti, ma io non dico la verità – dico quel che dovrebbe essere la verità.

E d’altra parte, persino il realismo più estremo interviene sulla realtà – non foss’altro che fissandone una visione specifica, in un dato StreetCar Blanchemomento, in date condizioni, attraverso un dato punto di vista. Il che, probabilmente, non vale soltanto per la letteratura, ma per tutte le forme d’arte. Vera vita? Non lo so. Creazione divina indiretta? Poetico e un po’ stiracchiato. Necessità profonda? Absolutely.

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