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da: laclarina

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Cinque Romanzi Storici

historical-fiction-shelf1M. mi segnala questo articolo che elenca “i cinque romanzi storici che è un sacrilegio non leggere” – e mi chiede che ne penso…

Quel che ne penso è che, in realtà, ciascuno ha una personale piccolo pantheon di questo tipo, e come questi elenchi siano popolati dipende da un sacco di cose – dal gusto personale alla percezione del genere.

Per dire, l’elenco di Parole a Colori mi lascia freddina, e concordo su due titoli su cinque – in parte.

Sgombriamo il campo dicendo che con La Papessa mi sono annoiata, che Manfredi non mi piace tout court, e che La Cattedrale (gasp!) non l’ho letto – quindi in realtà non so: magari è meraviglioso. Gli altri due… Medicus e i Pilastri mi sono decisamente piaciuti. Li ho trovati avvincenti, ben scritti e ben documentati, e li ho divorati entrambi. Li considero irrinunciabili per il genere? Forse sì. Sono tra i miei Cinque? Probabilmente no.

E quali sono i miei Cinque?

Ebbene, non è facilissimo rispondere – ma diciamo di provarci. Ora, la lista di Parole a Colori contiene titoli relativamente recenti, dalla metà degli anni Ottanta in qua. Un criterio simile, va da sé, per me esclude un sacco di prediletti – ma, per amor di comparabilità, cercherò di attenermici. Per la stessa ragione vedrò di lasciar fuori titoli di natura metastorica in favore di romanzi propriamente detti. E allora, in nessun ordine particolare:

5UnsworthBarry Unsworth, Morality Play (1995) – tradotto in Italiano, mi pare, come “La Commedia della Vita”. La storia segue una troupe di attori girovaghi nell’Inghilterra medievale, in una favolosa metafora dell’arte come mezzo di conoscenza. Più attenta a suggerire la mentalità dell’epoca che ad ammassare dettagli storici, la narrazione è asciutta e vivida. 5Burgess

Anthony Burgess, A Dead Man in Deptford (1993) – tradotto come “Un Cadavere a Deptford”. Una voce narrante che è una meraviglia, un perfetto colore elisabettiano, un ritratto di un Kit Marlowe complicato e affascinante, ribaldo e assetato d’arte e conoscenza.

5BlytheRonald Blythe, The Assassin (2004) – non tradotto, per quanto ne so. John Felton, imprigionato alla Torre e condannato a morte (ma osannato dalla folla) per avere assassinato il corrotto duca di Buckingham, racconta la sua vicenda – da topo di biblioteca bennato a vendicatore. Stile denso e lucente, voce superlativa, e un mondo evocato con efficacia raffinata. 5Burton

Jessie Burton, The Miniaturist (2014) Il Miniaturista in Italiano. L’Amsterdam secentesca è riportata in vita con la minuta vividezza di un quadro fiammingo – di sfondo alle vicissitudini matrimoniali della giovane e ingenua Petronella – che, tra case di bambola e zucchero transoceanico, scopre come nulla sia mai come sembra.

5BryherBryher, The Player’s Boy (1953) – e sì, qui sto barando, perché torniamo indietro di parecchie decadi – ma trovo di non riuscire a lasciar fuori la malinconica storia di James Sands, mancato attore post-elisabettiano. Il modo in cui Bryher riesce a ricreare il tramonto di un’età dell’oro senza mai idealizzarla – se non negli occhi del suo protagonista – non è nulla men che struggente. Il fatto che ci riesca lasciando che tutti i suoi personaggi pensino come gente della loro epoca e rendendo il tutto rilevante per la sua (e la nostra), è cosa bella e ammirevolissima.

E… oh, che sorpresa! Cinque autori inglesi su cinque… Però soltanto due sono storie elisabettiane, avete notato? E in realtà mi accorgo che la scelta è provvisoria, e soprattutto i romanzi storici irrinunciabili sarebbero tanti di più… ma questo, dopo tutto, è un gioco.

E adesso tocca a voi, o Lettori – giochiamo: quali sono i vostri Cinque Romanzi Storici?

 

 

 

da: u velto

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I rom bulgari in Italia

Vi proponiamo il video in cui l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani, professore emerito di antropologia all'Università La Sapienza di Roma, parla della ricerca sui rom bulgari dal titolo Una migrazione silenziosa, di Maria Rosaria Chirico, pubblicata dalla Fondazione Migrantes.


L'opera, " ponte tra silenzio e comunicazione" , è frutto di un dialogo intenso ed appassionato con donne e uomini di cultura romanì, protagonisti di una migrazione silenziosa i quali affrontano con coraggio e creatività le sfide della vita.

Punto focale dell'indagine non è il fenomeno, quanto le persone con particolare attenzione alle loro storie ed al loro vissuto, alle emozioni e alla loro voglia di farcela a tutti i costi. Un vero e proprio reportage nell'universo romanì nel quale si affrontano temi quali la cittadinanza, lo sfruttamento lavorativo, l'amicizia, la solidarietà, la religiosità, legati tutti dalla speranza.
15 gennaio 2018

da: laclarina

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Noi

Jensen.jpgPer varie ragioni – tutte piuttosto contorte – nel corso del finesettimana mi è capitato di riprendere in mano La Leggenda degli Annegati, di Carsten Jensen (Rizzoli, 2007), che è un libro singolare e affascinante.

La storia è epica, crudele e un po’ cupa, e segue le vicende di una cittadina danese e dei suoi abitanti, tutti pescatori e marinai, dal 1848 (con tutto quel che la data comporta) fino alla Seconda Guerra Mondiale. A Marstal le generazioni si susseguono, la gente nasce, muore, va in guerra e qualche volta ne torna, le navi vengono costruite, fendono il mare, fanno naufragio o vengono messe malinconicamente alla fonda. Il romanzo ha un passo e un respiro imponenti, quasi à la Conrad, ma non è questo il punto.

Le descrizioni sono nitide, taglienti e luminose, come se fossero incise nel vetro. Cose come “Holger Jepsen era piccolo, Era nerboruto come se lo scheletro fosse stato avvolto di canapi, ma era gracile a vedersi.” Oppure “Il mare era gelato, come se la piatta isola crescesse e cercasse di fondersi con tutte le isole circostanti”. Molto uso di similitudini, molta asciuttezza, molte sfumature di bianco, grigio, azzurro e nero, molta luce nordica, chiara e impietosa. Molto bello, ma nemmeno questo è il punto.

Dialoghi e personaggi suonano fuori dal tempo, ma non perché siano anacronistici: hanno la rigidità deliberata del ghiaccio, dei panneggi di stoffa pesante, o del linguaggio dei miti. Il risultato è efficace e vivido, ma neppure questo è ancora il punto.

Il punto… well, se volete conservarvi la sopresa forse vi conviene fermarvi qui, e tornare a discuterne con me dopo che avrete letto il libro.

Siete ancora qui?Sailors

Well, then, se non tenete particolarmente alla sorpresa – o se volete sapere che cosa aspettarvi, allora diciamo che il punto è quella prima persona plurale, quel “noi” che fino a pagina 501 funge da voce narrante. Chiunque sia il personaggio al centro della narrazione, nella scuola del villaggio come sulla tolda di un mercantile, il narratore è sempre Noi. Gli uomini di Marstal, l’equipaggio di una nave, il reggimento… Noi. È come se fosse sempre Marstal a raccontare, non tanto con i suoi vivi quanto i suoi morti: eccoli, gli annegati, perduti in mare mentre la città fioriva e decadeva, che ancora fanno causa comune con i vivi per raccontare le loro leggende. Ma quando il senso della comunità sparisce, quando la città perde le sue tradizioni, quando le navi a vapore scacciano dal mare i velieri, allora il coro narrante svanisce, sostituito da una narrazione in terza persona limitata. Allora, tra pagina 501 e 502, in qualche modo, il colore e il tono della storia cambiano. Non davvero, perché lo stile rimane lo stesso, ma la voce – ah, la voce è un’altra. O meglio: è una sola, dove prima era un coro  di sussurri. Se anche non ce n’eravamo accorti in precedenza, sentiamo immediatamente il cambiamento – del racconto e di tutto un mondo – nelle prime righe di pagina 502.

Tecnica, meravigliosa tecnica. Non avevo mai visto nulla del genere prima di leggere La Leggenda degli Annegati. Sembra una scelta stilistica da nulla, ma è di una potenza sconvolgente: oh, che cosa non si può fare con le parole, a patto di saperle usare!

da: Fotomangio

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Spaghetti senza glutine ai sapori d’inverno

“Facciamo due spaghi?”, è un’espressione che abbiamo sentito o pronunciato almeno una volta, agli orari più strani. La spaghettata notturna è un grande classico, i cui ingredienti imprescindibili sono due: buona compagnia e un sugo veloce e saporito, come quello che trovate qui. Spaghetti senza glutine ai sapori d’inverno Per 4 persone 320 g di […]

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12 gennaio 2018

da: laclarina

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L’Autore e il suo Personaggio

CharactersIn linea teorica, non è strettamente necessario che all’autore piaccia il proprio protagonista. A volte, anzi, troppo entusiasmo autoriale nuoce alla causa dell’eroe/eroina, e quindi è sano mantenere un briciolo di distacco. Però la teoria è teoria e i cavoli son cavoli, come diceva gente più saggia di me, e i lettori hanno bisogno di identificarsi con qualcuno all’interno di un libro. Ancora una volta, non è detto che questo qualcuno debba essere il protagonista, ma siamo sinceri: abbiamo veramente voglia di leggere tutto un libro su qualcuno di veramente sgradevole? Non sto parlando degli spettacolari malvagi a grandezza più che naturale, tipo Riccardo III, Tamerlano il Grande o il Re Filippo di Alfieri, e nemmeno degli antagonisti irriducibili (o quasi) come l’Ispettore Javert, il nano Quilp o Scarpia nella Tosca.

Parlo proprio di protagonisti, le figure centrali di un romanzo – solo che l’autore non riesce a simpatizzare con loro. Oppure non ne ha la minima intenzione, e la faccenda finisce fuoribordo, perché in realtà, gli atteggiamenti degli autori verso i loro eroi sono estremamente vari, così com’è vario il grado di obnubilamento che gli atteggiamenti in questione producono.

Little NellNon vi è mai capitato di detestare un protagonista perché il suo malguidato autore era troppo ansioso di farvelo piacere? È uno dei miei seri problemi con il Piccolo Principe, Jonathan Livingstone, la Piccola Nell, Frodo Baggins e altra gente troppo buona per vivere – oppure troppo perfetta, tipo il Crichton di W.H. Ainsworth… Sono sempre tentata di attribuire questo genere di reazione alla cattiva caratterizzazione, ma ho difficoltà a cavarmela così con Dickens. Diciamo che all’epoca di The Old Curiosity Shop Dickens stesse corteggiando (con notevole successo) un certo mercato, scrivendo in fretta e divertendosi molto di più con Quilp, Dick Swiveller, la Marchesa e il resto della compagnia. Otherwise, quando l’autore passa più tempo a magnificarmi le doti del protagonista che a mostrarmelo all’opera, oppure quando lo caratterizza senza il minimo difetto, è più forte di me: detesto. Potrei anche rilevare che questo genere di magagna si riscontra più facilmente nei romanzi per fanciulli (chi non ha mai desiderato affogare il Piccolo Lord Fauntleroy nella vasca dei pesci rossi alzi la mano; e non iniziamo nemmeno a parlare di Sophie, Madame Céline e, in generale, tutti i buoni de La Bambinaia Francese della Pitzorno) e nelle biografie con propensioni agiografiche. Le fanciulle dei romanzi ottocenteschi à la Ginevra di Monreale e Lucy Davenne – così insipide e perfette – non contano, perché non sono nemmeno personaggi propriamente detti.

IsabelEppure si può adorare il proprio protagonista senza renderlo insopportabile, e Ritratto di Signora ne è la prova. Che Henry James abbia una speciale simpatia e tenerezza per Isabel Archer è evidente fin dal momento in cui l’Americanina appare per la prima volta, nel parco di una grande magione inglese, nella luce dorata e radente dell’ora del tè… Isabel è immediatamente adorabile, con la sua sete di bellezza, le sue ingenuità, la sua testardaggine, la sua franchezza americana e le sue maniere leggermente eccentriche. Dopodiché James ci renderà conto di ogni moto della sua mente e del suo animo con una finezza crudele, tutta luce e niente zucchero. Di Isabel vediamo tutto, slanci ed errori, difetti e maturazione, delusioni e sogni, e simpatizziamo con lei anche quando fa sciocchezze colossali – proprio perché le fa e poi ne affronta le conseguenze.

Stendhal è meno tenero con i suoi eroi. Oh, non che Henry James risparmi particolarmente la povera Isabel, ma quando leggiamo tra le pieghe dell’animo di Julien Sorel e di Fabrizio del Dongo sentiamo molta meno indulgenza da parte dell’autore. Stendhal simpatizza con i suoi giovanotti, in parte ne condivide o ricorda ambizioni, vanità, irrequietezze e aspirazioni, ma c’è una freddezza clinica nel modo in cui li offre allo sguardo del lettore che Henry James (pur facendo sostanzialmente la stessa cosa) non saprebbe mai riservare a Isabel.

Un distacco ancora maggiore è quello che Melville assume nei confronti del Capitano Ahab. Ahab è il protagonista del romanzo, e la sua ossessione ne è l’argomento, ma non è un caso che la storia sia narrata da Ishmael. È attraverso lo sguardo di Ishmael che il lettore e Melville osservano Achab e ne esplorano le azioni e la follia. A Melville non piace Ahab – gli piace la sua storia, cosa molto diversa. E noi ci identifichiamo con Ishmael, e guardiamo in rapito orrore mentre storia e personaggio si combinano in una faccenda di tragica, irragionevole grandiosità.

CookE poi invece ci sono cose come The Slicing Edge of Death, di Judith Cook – uno degli innumerevoli romanzi su Marlowe usciti nel 1993, a quattrocento anni dalla fatale rissa di Deptford… Cook, giornalista investigativa inglese, aveva una passione per il teatro elisabettiano, e ad anniversario incombente combinò (o, sospetto io, qualcuno le suggerì di combinare) le due cose in questo romanzo, il cui sottotitolo è, significativamente, Who killed Kit Marlowe? Ora, non so che cosa vi aspettiate voi da un romanzo intitolato con una citazione da un autore, (con tanto di sottotitolo esplicativo, metti mai che sfugga il riferimento) e con il supposto ritratto dell’autore stesso in copertina… Well, yes – ammetto che il modo in cui il ritratto in questione è riprodotto potrebbe dar da pensare – ma nel complesso io mi aspetto che l’autore stesso sia il protagonista. Ebbene, nel caso di TSEOD è difficile a dirsi. Il Marlowe di Cook è un uomo sgradevole, insensibile fino alla crudeltà, preoccupato soltanto dei suoi piaceri e della sua fama, livoroso, avido, meschino, vendicativo e sempre ubriaco. In tutto il libro,non mostra mai un singolo tratto che lo riscatti, le sue opinioni sembrano più tasso alcolico che coraggio intellettuale, e della sua vena poetica tutti gli altri personaggi hanno l’aria di non pensare granché. E non è nemmeno un villain, non foss’altro che per mancanza della più pallida ombra di grandezza.

È chiaro che alla Cook Marlowe non piace nemmeno un po’, nemmeno abbastanza da renderlo davvero malvagio, o notevole in qualche modo. Qualcun altro accenna sporadicamente alla sua intelligenza, ma dobbiamo fidarci sulla parola, perché non lo si vede comportarsi mai altro che stupidamente. Se leggessi questo libro senza sapere nient’altro di Christopher Marlowe, sarei disposta ad applaudire l’assassino promesso dal sottotitolo. A parte questo, tuttavia, con chi si suppone che m’identifichi in questo romanzo? Tutti (con l’eccezione di Robin Greene, che però si redime parzialmente prima di morire, e Lord Cecil, che ha l’attenuante della ragion di stato) vengono descritti come brave persone, ma gente di contorno. C’è un giovane attore fittizio che sembrerebbe dovere o poter essere il protagonista osservatore ma, quand’anche non fosse così sbiadito e bidimensionale com’è, i tre quarti della storia si svolgono fuori dal suo punto di vista…

Insomma, la signora Cook ha scritto un romanzo, ma si ha l’impressione che si sia dimenticata di equipaggiarlo di vari elementi fondamentali, come un punto di vista preciso, un personaggio con cui il lettore possa identificarsi e qualche redeeming quality per il protagonista nominale. Chiaramente, lei per prima non può soffrire il suo odioso Marlowe, e non sono davvero in grado di biasimarla, ma allora non posso fare a meno di domandarmi: perché disturbarsi* a scrivere un libro su un personaggio del quale si ha una pessima opinione che rasenta il disprezzo – e senza l’ombra di un meccanismo che consenta al lettore di digerire la storia?

Ironicamente, quasi tutti i protagonisti di Marlowe – Tamerlano il Grande, Faust, Barabas, il Duca di Guisa – sono mostri di ambizione, crudeltà e arroganza, ma sono ritratti con caratteri di grandezza che, se non li giustificano, ce li fanno tuttavia ammirare per pura sovrabbondanza vitale. Direi che il Marlowe della Cook è una specie di negazione di questo meccanismo, se non sospettassi piuttosto un’attitudine men che brillante* per la narrazione romanzesca, quarto centenario o meno – il cui risultato è, alas, una lettura sgradevole senza particolari redenzioni oblique o dirette.

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* Yes, well: “Judy, c’è il quarto centenario, e tu sai tutto in materia. Perché non scrivi un romanzo?”

** E sia ben chiaro: ottima saggista – ma…

 

da: Sergio Marcheselli

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Sabbioneta (frammenti in 35mm)

E’ decisamente vero che la fotografia analogica è sinonimo di lentezza, nel senso più positivo del termine. E’ passato più di un anno da quando ho accompagnato un gruppo di amici a visitare e fotografare Sabbioneta, la Piccola Atene della Bassa, ma solo in questi giorni ho dato un’occhiata con calma a quei negativi ed ho effettuato la scansione di quelli che mi interessavano.

Quel pomeriggio ho deciso di fare lo strano e anziché portarmi tutto l’armamentario digitale, mi sono limitato ad una sola fotocamera analogica, la Nikon F6, ed un rullino 35 mm, un Kodak Portra 400. Non è stata una gran scelta, quella del rullino dico, perché 400 iso quel grigio pomeriggio d’autunno erano decisamente pochi, soprattutto nelle penombra delle strade, ma mi sono arrangiato cercando di fare meno danni e meno mosso possibile. Ed ho anche cercato di concentrarmi sui particolari invece di dedicarmi alle ampie vedute (anche perché, quando serve, il decentrabile per l’architettura lo lasci sempre a casa).

Ho salvato sei fotogrammi di quel pomeriggio; se non avessi lavorato parecchio per fare le scansioni dei negativi, probabilmente ne avrei salvato solo un paio. Ma tant’è.

 

 

da: Sergio Marcheselli

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Sabbioneta (frammenti in 35mm)

E’ decisamente vero che la fotografia analogica è sinonimo di lentezza, nel senso più positivo del termine. E’ passato più di un anno da quando ho accompagnato un gruppo di amici a visitare e fotografare Sabbioneta, la Piccola Atene della Bassa, ma solo in questi giorni ho dato un’occhiata con calma a quei negativi ed ho effettuato la scansione di quelli che mi interessavano.

Quel pomeriggio ho deciso di fare lo strano e anziché portarmi tutto l’armamentario digitale, mi sono limitato ad una sola fotocamera analogica, la Nikon F6, ed un rullino 35 mm, un Kodak Portra 400. Non è stata una gran scelta, quella del rullino dico, perché 400 iso quel grigio pomeriggio d’autunno erano decisamente pochi, soprattutto nelle penombra delle strade, ma mi sono arrangiato cercando di fare meno danni e meno mosso possibile. Ed ho anche cercato di concentrarmi sui particolari invece di dedicarmi alle ampie vedute (anche perché, quando serve, il decentrabile per l’architettura lo lasci sempre a casa).

Ho salvato sei fotogrammi di quel pomeriggio; se non avessi lavorato parecchio per fare le scansioni dei negativi, probabilmente ne avrei salvato solo un paio. Ma tant’è.

 

 

da: laclarina

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Hodges nella Calza

HodgeShE bisogna dire che sia stata una brava bambina, perché nella calza della Befana (sort of) ho trovato una vecchia copia del bellissimo Shakespeare’s Theatre, di C.W. Hodges. E sarà anche un libro illustrato per fanciulli (vinse la Kate Greenaway Medal nel 1964), ma le meravigliose illustrazioni di Hodges non hanno età, trovo, e rimangono profondamente soddisfacenti. Sono proprio come ci immaginiamo l’epoca d’oro del teatro elisabettiano, o immaginiamo l’epoca d’oro del teatro elisabettiano così come facciamo per via di Hodges?

Vedute a volo d’uccello di città (Londra più di tutto, of course), teatri, cortili di locanda e piazze affollate, ricostruzioni di palcoscenici, folle stipate a guardare la scena, attori in prova, in viaggio o all’opera… Si comincia con una succinta storia del teatro dal Medio Evo al Seicento, e poi ci si concentra sull’epoca di Shakespeare: una meraviglia.

Hodges2La mia copia, venduta originariamente da French’s Theatre Bookshop quando era ancora a Covent Garden*, è stata stampata in Austria (chissà perché) per conto della Oxford University Press all’inizio degli anni Settanta. La sovraccoperta ha visto giorni migliori, qualche pagina ha delle pieghe in strane posizioni, e qualcuno ha sottolineato a matita due frasi: una ha a che fare con il carattere essenzialmente religioso all’origine del teatro, l’altra afferma una certa ineluttabile necessità del teatro fra le attività umane, in tutte le epoche e a tutte le latitudini – al di là di tutti i tentativi di soppressione o censura.

Una a pagina otto e una nell’ultima pagina, potrebbero essere due sottolineature fatte più o meno a caso e a titolo dimostrativo da un lettore non terribilmente attento – ma, prese insieme e alla luce di ciò che Hodges dice altrove sul teatro come laboratorio della coscienza umana, fanno quasi un ragionamento logico, nevvero?

Ah well, che devo dire? Sono molto, moto lieta di avere trovato Hodges nella calza.

____________________________________

* Sadly, French’s non solo non è più a Covent Garden, ma non esiste proprio più, se non online. La primavera scorsa gli affitti troppo alti hanno fatto chiudere i battenti a quella che era LA libreria teatrale di Londra fin da metà Ottocento.

da: laclarina

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Hodges nella Calza

HodgeShE bisogna dire che sia stata una brava bambina, perché nella calza della Befana (sort of) ho trovato una vecchia copia del bellissimo Shakespeare’s Theatre, di C.W. Hodges. E sarà anche un libro illustrato per fanciulli (vinse la Kate Greenaway Medal nel 1964), ma le meravigliose illustrazioni di Hodges non hanno età, trovo, e rimangono profondamente soddisfacenti. Sono proprio come ci immaginiamo l’epoca d’oro del teatro elisabettiano, o immaginiamo l’epoca d’oro del teatro elisabettiano così come facciamo per via di Hodges?

Vedute a volo d’uccello di città (Londra più di tutto, of course), teatri, cortili di locanda e piazze affollate, ricostruzioni di palcoscenici, folle stipate a guardare la scena, attori in prova, in viaggio o all’opera… Si comincia con una succinta storia del teatro dal Medio Evo al Seicento, e poi ci si concentra sull’epoca di Shakespeare: una meraviglia.

Hodges2La mia copia, venduta originariamente da French’s Theatre Bookshop quando era ancora a Covent Garden*, è stata stampata in Austria (chissà perché) per conto della Oxford University Press all’inizio degli anni Settanta. La sovraccoperta ha visto giorni migliori, qualche pagina ha delle pieghe in strane posizioni, e qualcuno ha sottolineato a matita due frasi: una ha a che fare con il carattere essenzialmente religioso all’origine del teatro, l’altra afferma una certa ineluttabile necessità del teatro fra le attività umane, in tutte le epoche e a tutte le latitudini – al di là di tutti i tentativi di soppressione o censura.

Una a pagina otto e una nell’ultima pagina, potrebbero essere due sottolineature fatte più o meno a caso e a titolo dimostrativo da un lettore non terribilmente attento – ma, prese insieme e alla luce di ciò che Hodges dice altrove sul teatro come laboratorio della coscienza umana, fanno quasi un ragionamento logico, nevvero?

Ah well, che devo dire? Sono molto, moto lieta di avere trovato Hodges nella calza.

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* Sadly, French’s non solo non è più a Covent Garden, ma non esiste proprio più, se non online. La primavera scorsa gli affitti troppo alti hanno fatto chiudere i battenti a quella che era LA libreria teatrale di Londra fin da metà Ottocento.

da: Maria Luisa Boninelli

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Metodo Feuerstein, Sicilia Corsi di Formazione con ECM e Accreditamento Miur

Gentili Lettori,
ho il piacere di comunicarvi una serie di iniziative di formazione sul Metodo Feuerstein che verranno attivate in Sicilia a partire da Gennaio: 

1.Corso Pas Basic Primo Livello: Siracusa Date: 19-20-21 Gennaio; 9-10-11 FebbraioOrario: Venerdì 14.30-19.00 Sabato e Domenica 9.00-19.00Questa formazione è accreditata al Miur  è possibile utilizzare la carta del docente ed è possibile essere esonerati dal servizio. 


2. Corso Pas Basic Primo Livello: Terme Vigliatore (ME)Date: 23-24-25 Febbraio e 16-17-19 MarzoOrario: Venerdì 14.30-19.00 Sabato e Domenica 9.00-19.00Per questo corso sono stati attribuiti 50 Crediti ECM per tutte le professioni sanitarie

Corso Pas Basic Primo Livello Palermo Date: 2-3-4 Febbraio e 16-17-18 Febbraio Orario: Venerdì 14.30-19.00 Sabato e Domenica 9.00-19.00Per questo corso sono stati attribuiti 50 Crediti ECM per tutte le professioni sanitarie

Tutti i corsi sono professionalizzanti e sono riconosciuti e accreditati dal Feuerstein Institute di Gerusalemme. 

Per ulteriori informazioni sulle modalità di iscrizione, costi e riferimenti potete inviarmi una mail a mluisa.boninelli@gmail.com

10 gennaio 2018