Anche quest’anno gli studenti delle classi quarte dei licei di Trieste e Gorizia hanno preso parte al Laboratorio di giornalismo “il Piccolo in classe”, organizzato in collaborazione con la Provincia di Trieste, la fondazione Ca. Ri. Go e gli iistituti superiori delle due città. Ben 728 studenti hanno seguito i corsi (504 a Trieste, 224 a Gorizia), divisi fra dieci istituti (sette a Trieste, tre a Gorizia), per un totale di 36 classi coinvolte (25 a Trieste, 11 a Gorizia). le lezioni e i laboratori sonostati tenuti, oltre che dagli insegnanti, dai giornalisti Fulvio Gon (Gorizia), Pierluigi Sabatti e Leopoldo Petto (Trieste), più Roberto Altieri che ha parlato delle nuove tecnologie e i fotografi del giornale che invece hanno parlato del ruolo sempre più importante dell’immagine nella carta stampata. Alla fine dei corsi il “battaglione” di studenti ha prodotto la bellezza di 728 articoli (400 nelle scuole triestine, 133 in quelle goriziane), che adesso si possono leggere nel sito del nostro quotidiano. I ragazzi hanno scelto di occuparsi soprattutto di temi sociali quali il lavoro, gli stereotipi da combattere come razzismo, xenofobia e omofobia, il volontariato e la solidarietà. Ma hanno toccato anche temi storici a noi vicini come l’esodo dall’Istria, la seconda guerra mondiale e vari aspetti della vita triestina e goriziana di ieri e di oggi. Non sono mancati gli articoli dedicati a sport, spettacoli, teatro, musica, arte, scienza e ovviamente alle nuove tecnologie.
da: ilpiccoloredazione
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Sfilare per benefcenza
Stefania Martano
classe IV A
Liceo artistico Nordio
Si è tenuto a Trieste, al Circolo Ufficiali dell’esercito, il “Gran galà di moda e musica”. Protagoniste dell’evento le studentesse del liceo artistico Nordico. Le ragazze, che sono iscritte alla classe dell’indirizzo moda e costume hanno realizzato gli abiti e hanno poi sfilato davanti al pubblico che affollava il Circolo.
La manifestazione è stata organizzata per raccogliere fondi a favre dell’Agmen (Associazione genitori malati emopatici e neoplastici Friuli Venezia Giulia) che si occupa appunto di prestare assistenza ai familiari dei bambini ricoverati all’ospedale Burlo Garofolo e di favorire la ricerca per combattere queste malattie. Oltre ad avere un scopo benefico, questo evento ha avuto anche il grande compito di far conoscere alle ragazze dell’istituto (prossime stiliste) quello che le aspetterà in futuro.
La serata è cominciata con la presentazione dell’associazione Agmen e dell’attività di lotta al cancro, con un video introduttivo per spiegare le dure condizioni che i bambini affetti da queste tremende malattie devono subire ogni giorno. Poi, come è giusto che sia, è cambiato lo scenario: il sipario si è chiuso, e in platea si sentivano le ragazze strepitare all’idea che fra pochi minuti tutti avrebbero visto il loro duro lavoro. Il sipario si è riaperto ed i primi abiti a sfilare sono state creazioni degli anni passati indossati dalle ragazze che adesso frequentano l’istituto.
E poi è arrivata la grande collezione che tutti aspettavano con ansia, creata dalle future stiliste che per mesi hanno lavorato duramente con l’aiuto della sartoria Barnobi. L’esperienza della titolare Erminia è servita moltissimo ad aiutare e sostenere le partecipanti che hanno battezzato leveto “Il compleanno“, perché la sfilata è coincisa proprio con i compleanni della professoressa Cerebuck (insegnante di laboratorio ) e della proprietaria della sartoria Barnobi.
La fantasia non è mancata alle stiliste che hanno proposto, sia abiti dalle linee più bizzarre, sia abiti di taglio assolutamente classico. L’emozione per chi ha sfilato e per chi ha guardato i propri abiti sul palcoscenico è stata tanta. Ma tutte le protagoniste si sono dette soddisfatte del risultato finale. Applausi convinti anche dalle compagni di scuola e dagli insegnanti che hanno apprezzato il sacrificio fatto dalle allieve e hanno augurato loro di poter intraprendere con successo questa difficile ma affascinante carriera nel luccicante mondo della moda.
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Tradizioni serbe
Marko Petkovic classe IV B liceo artistico Nordio
A Trieste, città multietnica ci sono Natali “diversi”, come quello serbo, che si festeggia due settimane dopo quello cattolico e precisamente il 7 gennaio. La festività prevede usanze antiche della tradizione serba. Il Natale è una festa per tutta la famiglia e quindi si sta tutti insieme. Le celebrazione iniziano il 6 gennaio con la vigilia . Quel giorno si torna a casa presto per poi recarsi nel bosco e tagliare il ceppo natalizio (badnjak), che di solito è una quercia, quindi lo si porta a casa e si dà così iniziò le celebrazioni. Da quel momento la famiglia rimane unita fino al giorno di Natale. Per tutta la giornata non si mangia carne, non si discute ed è vietato litigare e prendere in prestito le cose altrui. Il menu per la vigilia è ogni anno lo stesso. Mentre il padrone di casa va nei boschi a cercare il ceppo natalizio, il banjak, la moglie impasta il badnja?ki kolac, torta di pane senza lievito, che verrà servita durante la cena e accompagnerà i piatti a base di pesce, crauti, pasta con le ci, insalata, miele, vino e fagioli. Ogni piatto ha un suo significato religioso. In seguito si preparano i regali per i bambini, che tradizionalmente sono noci, monete e fichi secchi. Si va infine alla funzione religiosa dove viene realizzato un falò enorme, in cui si brucia il ramo di quercia dell’anno prima. All’uscita della chiesa, viene offerta la rakija calda zuccherata, un tipo di grappa. Ecco i simboli del Natale ortodosso. Il citato badnjak, che, di solito, è un piccolo albero di rovere o cerro che si taglia di buon mattino e si mette davanti all’uscio. La sera della vigilia del Natale il badnjak si taglia in due parti e si porta in casa insieme con la paglia e l’arrosto. Esso rappresenta simbolicamente l’albero che fu portato dai pastori e che fu messo nel fuoco da san Giuseppe per scaldare Gesù. Un altro significato è quello della croce sulla quale fu crocefisso Gesù. Il badnjak viene tagliato in parti uguali secondo quante sono le teste dei maschi della famiglia, e i rami vengono poi appoggiati al muro della casa. Il secondo simbolo è la paglia che viene sparsa in casa per accogliere Gesù che nacque in una culla di paglia. Il terzo è il pellegrino: la mattina di Natale (Bozic) la prima persona che entra in casa è il “polzajnik“ (il pellegrino). Questi augura un buon Natale, salute e prosperità alla famiglia e benedice la casa. Gli si offre dello “zito“ (grano bollito con noci e zucchero, una specialità di Natale) e del vino rosso. Per colazione spesso si prepara la “cicvara“ (una specie di polenta fatta di farina, uova, burro e formaggio) servita con biscottini secchi, fichi secchi e rakija. Accendendo una candela si inizia la “mirobozenje“ (pace e rinconciliazione) e ci si augura “Mir Bozic“ ovvero un Natale in pace. Il polozajnik rappresenta i saggi che hanno seguito la stella e che vennero da oriente per portare doni a Gesù bambino. La “cesnica”. La mattina di Natale le donne impastano la cesnica, un tipo di pane nel quale è inserita una moneta di metallo. Tutti coloro che sono a tavola devono prendere un pezzo di pane con le mani. Si crede che colui che trova la moneta avrà molta fortuna nell’anno che deve arrivare. Il pranzo è il momento più solenne del Natale. Quel giorno la famiglia rimane unita, godendo dei cibi e di una calda atmosfera. Il pranzo di Natale è il primo pasto abbondante dopo un lungo digiuno, ed è sempre ricco e vario. Infine il tavolo di Natale, dev’essere pieno di cibi perchè quel giorno tutte le persone buone devono mangiare e bere in abbondanza.
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Titanic, 100 anni dalla sua scomparsa
Sara Zamparo classe IV B liceo artistico Nordio
E’ passato un secolo dall’affondamento del Titanic, la cui storia è stata immortalata da almeno 16 tra film e film tv, il più famoso dei quali è quello di James Cameron, secondo di tutti i tempi per incassi al botteghino; fu nominato a 14 premi Oscar, vincendone 11. Adesso il film verrà ridistribuito nei cinema in 3D, il 6 aprile 2012, in occasione appunto del centesimo anniversario della partenza per il viaggio inaugurale del transatlantico della Olympic Class, scomparso nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 dopo una forte collisione con un iceberg nelle gelide acque dell’Atlantico. Il Titanic partì dal porto di Southampton diretta a New York; il biglietto di sola andata, in prima classe, costava 3.100 dollari, circa 70.000 dollari odierni; quello di terza classe “solo” 32 dollari ovvero 700 dollari odierni. Era considerata una delle navi più moderne dell’epoca e per questo fu battezzata Titanic. Impiegò 2 ore e 40 minuti per colare a picco sul fondo dell’oceano, portando con se 1523 dei 2223 passeggeri imbarcati, compresi gli 800 uomini dell’equipaggio. Fu la più grande tragedia di tutti i tempi. L’evento suscitò un’enorme impressione nell’opinione pubblica e portò alla convocazione della prima conferenza sulla sicurezza della vita umana in mare. La nave si trovava già al largo di Terranova, in anticipo sulla tabella di marcia, a due giorni di navigazione da New York. Nel pomeriggio erano arrivati alcuni messaggi di allerta da altre imbarcazioni che avvertivano della presenza di ghiaccio sulla rotta del Titanic. Tuttavia le condizioni del mare, eccezionalmente calmo, permettevano di viaggiare a tutta velocità ovvero a 23 nodi circa 43 km/h. Alle 23.40 due vedette avvistarono un iceberg proprio di fronte la nave, di conseguenza venne dato subito l’allarme. Il primo ufficiale compì una manovra disperata nel tentativo di evitare la collisione, ma fu troppo tardi; l’iceberg colpì la nave di striscio sulla prua e sulla fiancata destra, ne piegò le lamiere e provocò diverse falle nello scafo. A quell’epoca infatti, lo scafo delle navi era “incernierato”, ovvero composto di singoli pannelli d’acciaio tenuti insieme da chiodature. Nel 1997 fu scoperto che gli squarci sulla fiancata del relitto sono almeno sei e di piccole dimensioni circa 1,6 metri quadrati. La collisione fu pressoché inavvertita dai passeggeri, e solo chi si trovava al momento sul ponte si accorse della presenza dell’iceberg, pur senza rendersi conto della gravità dell’evento. E’ documentato infatti che diversi passeggeri di terza classe raccolsero frammenti di ghiaccio utilizzandoli per giocare a pallone, mentre alcuni passeggeri di prima classe utilizzarono cubetti di ghiaccio dell’iceberg nei loro drink. Il Titanic era stato progettato per rimanere a galla anche con 4 compartimenti allagati, ma in poco tempo l’acqua ne inondò 5; la prua cominciò ad affondare quando la maggior parte dei passeggeri non si era ancora resa conto di cosa stesse accadendo. Le operazioni per l’evacuazione furono frenetiche ma disordinate, la prima scialuppa fu calata alla una meno un quarto con soli 28 passeggeri su 65 posti disponibili, e molte altre delle imbarcazioni di emergenza restarono mezze vuote; in realtà anche se fossero state riempite fino al limite, le 20 scialuppe di salvataggio avrebbero potuto imbarcare soltanto la metà dei passeggeri a bordo. Il capitano Smith diede l’ordine di mettere in salvo anzitutto donne e bambini, e così cominciò una notte di terrore. Verso l’una l’acqua cominciò ad allagare tutti i compartimenti, e la nave iniziò a colare a picco. Alle due l’acqua raggiunse il ponte superiore, e lo scafo del Titanic si ruppe in due, mentre la poppa affondava definitivamente. Alle 2.20 partì l’ultimo segnale radio, Smith disse al suo equipaggio: ”Ogni uomo pensi a se stesso”. E così fecero, e il transatlantico fu completamente inghiottito dall’oceano.
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Pena di morte
Giulia Zonch classe IV B liceo artstico Nordio
Come possiamo decidere se un individuo, anche se colpevole di un reato grave, meriti la vita o la morte? Come possiamo decidere le sorti di un nostro simile? E come possiamo non renderci conto che applicando la pena di morte ci abbasseremmo solo che al livello del criminale? In epoche passate l’uso della pena di morte nel mondo era quasi universale. Ma ancor oggi la pena capitale è molto diffusa. Amnesty International riporta che 58 stati continuano ad applicarla nei loro ordinamenti, mentre 139 non la applicano, di diritto o in pratica. Tra questi ultimi, 95 l’hanno abolita per tutti i tipi di reati, 9 l’hanno abolita per reati comuni e 35, pur mantenendo la norma giuridica, non la applicano da oltre dieci anni. Il 15 novembre 2007, la Terza commissione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti una risoluzione fortemente sostenuta dall’Italia, che chiedeva l’abolizione universale della pena di morte. La maggior parte di coloro che sostengono e difendono la pena capitale, ammettono che si tratta di una pratica orribile e incivile ma che è nonostante tutto necessaria per proteggere la società eliminando gli individui dannosi, dando piena giustizia ai parenti delle vittime. Sostengono le condanne, anche per evitare il sovraffollamento delle carceri, e quindi le ingenti spese per il mantenimento dei detenuti. Molti di questi sostenitori sono però consci della natura arbitraria e discriminatoria della pena di morte come pure dei pericoli connessi alla sua applicazione, come, ad esempio, il rischio di mettere a morte un innocente. Infatti è risaputo che tale pena non colpisce solo i colpevoli, ma, più spesso di quanto si immagini, persone innocenti. Tuttavia i sostenitori rimangono favorevoli perché la considerano un deterrente necessario senza il quale ci sarebbero più omicidi. Tale affermazione, se fosse vera, costituirebbe un potente argomento a favore del mantenimento della pena capitale. Già nel 1764, si analizzò l’improduttività di questa condanna con Cesare Beccaria, che pubblicò il trattato “Dei Delitti e delle Pene”, nel quale esaminò e combatté la crudeltà delle condanne. Affermava infatti che la pena capitale non fosse un valido deterrente, perché ciò che un uomo teme non è la morte, ma la prigionia a vita. Nel caso in cui un uomo compia un reato grave, e venga incarcerato, vede la morte come una liberazione, invece di passare il resto della sua vita rinchiuso in una cella. Beccaria trovò assurda anche la legge che per punire un omicidio, se ne commetta un’altro. Appoggiando infatti la pena di morte lo stato si comporterebbe in modo criminale come il criminale stesso. Coloro che disapprovano la pena di morte sostengono inoltre che le condanne vengono erogate in modo disumano, e che la condanna impedisce di dare una seconda possibilità all’individuo ritenuto colpevole. Infine un rapporto di Amnesty International chierisce che la pena capitale non sembra possedere alcun potere di ridurre criminalità. Allora è di questo che abbiamo bisogno? Una pena ingiusta e inumana che non porta alcun risultato? Uccidere è sempre sbagliato, anche quando a uccidere è lo Stato. “La pena di morte non è altro che la guerra della nazione contro un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere” (Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene).
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Il libro
Roberta Ventin classe IV B liceo artistico Nordio
“Da suicidio, è vivere una vita senza libri”: ribatté un giorno lontano un professore ad un alunno. Non c’è al mondo verità più assoluta. Vivere una vita senza libri è vivere una vita a metà, senza conoscenza, senza cultura, il cui unico frutto è una mente ottusa, chiusa alle tante sfumature degli altrettanti variegati colori del mondo. È inutile negarlo: un libro, qualunque esso sia, indipendentemente dal tema trattato, apre la mente, permette all’uomo di affacciarsi alle tante finestre che si spalancano su un mondo di conoscenza, di cultura, di informazione e riflessione. L’uomo, sin dall’antichità, ha sempre dato grande valore alla sapienza, ma anche alla passione, allo svago dell’animo: tutto questo lo possiamo trovare in un libro. Anche se oggi, questi valori li si sono un po’ persi; ormai si guarda alla lettura come ad un passatempo, qualcosa di unicamente piacevole e rilassante. Non si pensa più che sia fonte di cultura, che poi la mente si faccia più ricettiva: un bambino che legge sin dalla tenera età, sarà più agevolato nello studio delle materie scolastiche, grazie alla conoscenza continua di nuovi vocaboli, espressioni e informazioni. Oggi un libro è più che altro un romanzo, un racconto: narra storie incredibili di personaggi fantastici o realmente esistiti, ha il coraggio di parlare dei nostri sogni più stravaganti. I libri ora sono una specie di evoluzione delle ballate medievali, delle grandi epopee cavalleresche, dei miti dell’antichità. Cos’erano questi ultimi, se non storie di personaggi fantasiosi? L’unica differenza, è che queste venivano narrate a voce. I libri, però, non sono solo l’evoluzione di antiche ballate: s’incrociano con il cammino di testi ben più remoti, fonte di massima conoscenza, fonte di domande e risposte. Migliaia di anni fa, l’uomo scoprì il modo di tramandare ai posteri le proprie conoscenze, le domande senza risposta poste sull’essenza delle cose e sui grandi perché della natura, sulle risposte date mai abbastanza sufficienti. Questo modo era la scrittura. Con lo scorrere del tempo, avanzando di secolo in secolo, il modo di vedere il libro unicamente come fonte di informazioni e conoscenza mutò: la società iniziò a preferire storie a trattati, romanzi e poesie a opere di sapere. Non mancarono libri di conoscenza, di nuove scoperte, come il “Mysterium Cosmographicum” di Keplero, come i “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” di Newton, o le numerose opere di Galileo Galilei, le opere filosofiche di Voltaire e via discorrendo. Testi che rivoluzionarono il mondo, portando l’uomo più avanti di qualsiasi altra creatura, che cambiarono per sempre le condizioni della società umana. Ma chi restò nel cuore dell’uomo, chi lo condusse a riflessioni, furono i grandi poeti, i grandi romanzieri quali Shakespeare, Goldoni, Manzoni e Leopardi, Lev Tolstoj e Foscolo, e via fino ad arrivare a gradi scrittrici come Jane Austen e Mary Shelley, che con il suo “Frankenstein” superò alcuni schemi del primo periodo del romanzo gotico irrazionale sulla paura per le incognite, per cedere il passo a una visione scientifica in chiave fantascientifica, seguita dal rivoluzionario Bram Stoker. Oggi possiamo trovare libri di ogni genere, ma ciò che preferiamo sono sempre i romanzi, storie fantastiche o di personaggi un tempo vissuti. Esercitano ancora su di noi un grande fascino opere intramontabili come “Romeo e Giulietta”, L’”Iliade”, “Orgoglio e Pregiudizio”, “Robin Hood”, il cosiddetto “Ciclo Arturiano” e via, spaziando nel tempo di secoli. Un libro è per noi un luogo in cui fuggire, e ciò che vi cerchiamo è il nostro sogno proibito di vivere una vita diversa da quella che viviamo. Amiamo i romanzi e non le grandi opere di sapere perché ci permettono di essere qualcun altro, ci permettono di vivere la vita che vorremmo attraverso mondi di carta e inchiostro. Amiamo l’idea della conoscenza, del sapere, ma ancor di più amiamo la certezza che, non appena si farà sera, potremo scivolare via, in un altro mondo, in un’altra realtà. Nel mondo di un libro.
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L’abuso dell’eroina tra i giovani
Michela Bossi Clara Viel classe IV B liceo artistico Nordio
Il consumo di droghe nei giovani, sta diventando un fenomeno allarmante, soprattutto per quanto riguarda il passaggio da quelle leggere a quelle pesanti. Dopo il boom degli anni 70, ha cominciato a diffondersi in maniera massiccia l’eroina. Le richieste di prestazioni sempre più alte da parte della scuola, la disoccupazione e i conflitti familiari sono un espressione concreta delle condizioni della vita, ingabbiata in uno stato di costrizione insolubile. L’impegno di dover dare sempre una maggiore forza vitale per le varie attività senza ricevere in cambio vero benessere e felicità, costringe gli uomini in un meccanismo al quale è difficile sfuggire se non per mezzo dell’alienamento, del “trip”: la felicità chimica, l’unica che credono di poter trovare in questo mondo. La più facile, la più veloce. Paradossalmente, gli sforzi intrapresi per convincere i ragazzi della pericolosità dell’uso delle sostanze stupefacenti, spesso hanno sortito l’effetto opposto. Agli occhi di molti ragazzi, privi di valori e di veri punti di riferimento, in un certo senso vittime del caos e della confusione di valori di questa società i cui componenti sono diventati prodotti, senza la possibilità di trovare veramente una propria individualità, la figura del drogato è spesso un mito. Perché scissa dalla realtà, dal degrado, dalla perdita della dignità, dalle malattie, dalla morte, ma disegnata su un ideale di vita “libera”, proprio quando la droga, è la negazione massima della libertà. Secondo l’ultimo rapporto dell’osservatorio di Prevo. Lab istituito dalla Asl di Milano, il numero dei giovani consumatori in Italia di eroina è aumentato tra il 10 e il 20 per cento tra il 2007 ed il 2010. Giunto ad un certo punto della propria dipendenza, ogni tossicodipendente vuole liberarsi dalle coercizioni dell’eroina che vanno dalla prostituzione alle azioni criminali e allora si rivolge ai centri di recupero. Lo scopo principale di queste strutture è fornire i mezzi per liberarsi della droga. Il processo di disintossicazione consiste nell’eliminazione graduale dall’organismo della sostanza da cui si è dipendenti e nel superamento della sintomatologia da astinenza. Le prime Comunità Terapeutiche nacquero nella prima metà dell’800 come luogo e momento di socializzazione per i pazienti delle strutture di ricovero psichiatrico. Nel secolo successivo Maxwell Jones avviò un’esperienza di Comunità Terapeutica per rimediare alle conseguenze dell’istituzionalizzazione dei malati di mente: l’obiettivo era quello di trasformare in senso democratico ed umano l’ospedale psichiatrico. La vita di comunità, l’atmosfera terapeutica, l’intercambiabilità dei ruoli fra operatori e ospiti, il confronto quotidiano con gli altri, erano già allora le condizioni alla base della funzione educativa e terapeutica della comunità. Il costituirsi delle comunità trovava in ambito medico un’accoglienza positiva, sebbene sempre come soluzione accessoria e alternativa rispetto a quella medica. Un alto numero di coloro che si sottopongono volontariamente ad una terapia hanno una ricaduta perchè dopo la disintossicazione si ritrovano nello stesso contesto che aveva portato loro alla tossico dipendenza. Poiché si tratta di una malattia recidivante,il mantenimento dei risultati dipende dalla prosecuzione delle cure e dalla loro applicazione secondo le regole. Per simbolizzare la separazione dal “giro” della droga, il “bucomane” deve per esempio farsi tagliare i capelli corti, smettere di abbigliarsi nel modo tipico del “giro” e rinunciare alla musica che fino ad oggi lo ha stimolato. Deve essere sviluppata una concezione terapeutica che si adatti particolarmente alla situazione dei giovanissimi e dei limiti. Se ciò accadrà, presto le vittime dell’eroina in età adolescenziale in Italia equipareranno a quelle degli Stati Uniti, dove chi si inietta o sniffa eroina è al di sotto dei 26 anni. L’eroina fumata è la droga più consumata. Una tendenza che si sta sempre più affermando: il 78% dei tossicodipendenti ne fa uso. A seguire, cannabis (10,4%) e cocaina (9,8%). L’effetto è graduale, meno intenso rispetto all’iniezione, ma coloro che fumano eroina finiscono rapidamente assuefatti dalla sostanza. :
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Il cinema Indipendente.
Joanna Pellizer classe IV B liceo artistico Nordio.
Molto spesso in Italia, e soprattutto nelle città non molto grandi, molti film, di cui alcuni vincitori di premi cinematografici meno conosciuti degli Oscar, dei Golden Globe o del Festival di Venezia, restano anonimi e di conseguenza spariscono dalle sale cinematografiche dopo poche settimane, per lasciare posto a film come i “cinepanettoni” tanto amati dal pubblico italiano. Questo fenomeno accade specialmente per il cinema indipendente, ossia quel cinema sperimentale auto prodotto, cioè finanziato dallo stesso autore. Questa categoria di cinema inizia a farsi strada all’incirca negli anni sessanta, quando si è iniziato a voler dar voce al cinema diretto, al cinema femminista e ai documentari politici, quindi si andava alla ricerca di un cinema che andasse oltre i soliti ideali cinematografici. Poi, negli anni ottanta il cinema indipendente inizia ad avere grandi affluenze grazie all’invenzione delle prime videocamere, che permettevano agli autori il risparmio dei costi di noleggio delle attrezzature e dello sviluppo delle pellicole. Una delle caratteristiche del cinema indipendente è il basso costo di produzione. Ma il basso costo non è la costante di questo genere di cinema, ed esso non può essere considerato come l’elemento significativo del cinema indipendente. Infatti, molti film considerati come produzione indipendente sono effettivamente dei blockbuster Hollywoodiani, come Terminator 2, oppure vantano un cast di alto livello, come Eternal Sunshine of the Spotless Mind, noto come Se mi lasci ti cancello. O possiamo anche citare svariati film americani conosciuti, come Donnie Darko e The Blair Witch Progect, Memento, El Mariachi, Cube, Lost in Translation.. Film conosciuti sì, ma sempre meno “popolari” di molti altri. E, anche se non sembra, il cinema indipendente in Italia esiste, e viene pure premiato da diversi Festival. Tra i film più recenti possiamo ricordare Falene, Colour from the Dark, Quell’Estate e Bloodline. Titoli anonimi per la maggior parte delle persone. Quindi, il cinema indipendente nasce principalmente come lotta. Lotta contro le grandi case produttrici americane, dove l’unica costante che possiamo notare è la totale libertà espressiva del regista. Espressività tanto allontanata dalle grandi case produttrici, che si tengono alla larga da film sperimentali che hanno un futuro al botteghino alquanto incerto. Ed è proprio questo incontro/scontro con il botteghino che distrugge completamente il cinema indipendente in Italia. La distribuzione italiana è affidata a quei pochi soggetti che preferiscono affidarsi ai soliti attori che assieme alle solite sceneggiature banali con battute rozze e scontante piuttosto che rischiare un flop al botteghino. Un vero peccato, essendo i film indipendenti narratori di storie più vicine alla realtà, e non come sempre romanzate o viste attraverso un paio di lenti rosa. Ma finché il pubblico italiano preferirà andare a vedere i soliti “cinepanettoni”, lasciando in disparte questi film un po’ più seri e più impegnativi, la case di produzione non la smetteranno di distribuire questi lunghi metraggi, che nonostante tutto non possono nemmeno venire definiti commedie.
da: ilpiccoloredazione
Abitare in Carso
Greta Valente classe IV B liceo artistico Nordio
Che l’altipiano carsico si stia pian piano spopolando non è certo una novità, lo si legge da tempo, magari tra le righe, sui quotidiani locali e su giornali come il “Primorski dnevnik”, l’organo di stampa della minoranza slovena in Friuli Venezia Giulia. E non bisogna credere che la questioni interessi solo a pochi carsolini, basti vedere come se ne discute anche su portali web, forum e siti internet dedicati alla zona di Trieste. Scrivendo del Carso triestino, e nello specifico dei suoi problemi, ci si puo’ arrischiare a dividere in due settori le principali cause del suo progressivo abbandono. Il primo problema è legato alla mancanza di mezzi di trasporto pubblici. In paesi come Santa Croce, oppure Aurisina, solo il servizio notturno è carente, ma a Patriciano o Malchina nei giorni festivi il passaggio di un bus è un evento da festeggiare. Lo stesso tram di Opicina, sebbene venga considerato solamente un inutile spreco di denaro, avrebbe le sue potenzialità, sia come mezzo di trasporto che come “attrattiva turistica”. L’altro problema che affligge i vari paesi dell’altopiano è la mancanza di servizi, anche di primaria importanza quali le farmacie, specie se si considera che l’età media degli abitanti è piuttosto alta. Tuttavia, quello che salta subito all’occhio del visitatore intento a passeggiare per le viuzze di Santa Croce o Ceroglie, è il gran numero di case disabitate ed abbandonate. Case che spesso non hanno resistito al trascorrere del tempo e alle intemperie, ed in mancanza di una regolare manutenzione le travi dei solai cedono, l’intonaco si sgretola, i giardini e gli orti vengono progressivamente invasi dalle erbacce. Le prime abitazioni a crollare sono le più antiche ovviamente, proprio quelle che spesso rappresentano la bellezza architettonica e la tradizione culturale dei borghi carsici; muri a secco, architravi scolpite ed altre caratteristiche costruzioni spesso realizzate in masegno, pietra proveniente dall’Istria ed in passato ampiamente utilizzata in tutta la provincia, che un tempo si poteva ammirare proprio nella pavimentazione delle rive di Trieste. Il carso triestino, oltre alla sua importanza per la conservazione del bilinguismo e della cultura slovena, ha un patrimonio culturale ed architettonico che andrebbe preservato e mantenuto con grande cura. Se i borghi iniziano a crollare e nessuno interverrà, saranno semplicemente perduti, e con essi tutta la loro storia e la loro cultura. Anche nell’eventualità che venissero ricostruiti, non sarebbe più la stessa cosa. Basti pensare come è stata “gestita” la questione edilizia negli ultimi anni; sono spuntate una serie di casette private, a volte addirittura piccoli condomini, che ben poco centrano con il contesto in cui sono collocate. Non resta che mantenere quello che già c’è, prima che ne resti soltanto il ricordo.
da: ilpiccoloredazione
Seconda guerra mondiale: episodi sconosciuti
Tommaso Cucinella
classe IV A
liceo artistico Nordio
“Mio padre non era un semplice ingegnere navale” iniziò così il racconto di Mikhail Rymszewicz, un uomo che ha custodito importanti segreti sulla seconda guerra mondiale, che rivela in questa intervista, rilasciata poco prima di morire a 88 anni. Rymszewicz sbarcò a Calais, combattè in Normandia e in Corea. Si naturalizzò cittadino americano e divenne Michael Landers, spia della guerra fredda.
“Avevo 16 anni quando mio padre andò a rappresentare gli interessi della marina polacca a Londra in una spedizione al comando del generale Rayski dell’aereonautica, i primi giorni di giugno 1939 (Hitler attacca la Polonia il 26 agosto n.d.r.)”.
“Quando il generale venne richiamato al suo dovere in patria mio padre prese il suo posto e venne messo a comando della missione.”
In cosa consisteva la missione?
“Deve sapere che se la missione di mio padre fosse andata in porto la guerra avrebbe quasi sicuramente avuto una battuta d’arresto e forse sarebbe finita subito”.
E continuò: “La missione consisteva nel predisporre ritirata dell’esercito polacco sulla testa di ponte creata a Galati in Romania che avrebbe attirato in trappola quasi l’intero esercito tedesco (a Berlino rimasero solo 23 divisioni n.d.r) tutto ciò si svolse in 15 giorni dando il tempo alla marina inglese che era coinvolta nella missione di trasportare attraverso Gibilterra, nel Mar Nero e poi sul Danubio gli armamenti che sarebbero serviti per resistere fino all’arrivo dei francesi che il 16 agosto dovevano attaccare Berlino”.
Un piano ben architettato, cos’è che andò storto?
Rymszewicz si incupì: “Il 16 agosto 115 divisioni francesi, appena mobilitate e pronte alla battaglia, non attaccarono Berlino in cui erano stanziate solo 23 divisioni di cui solo 8 pronte a combattere (il generale Jodel dopo la guerra afferma a Norimberga che la guerra non finì solo per colpa di 115 divisioni francesi senza nessun compito n.d.r.)”
Quali furono le conseguenze?
Continuò cupo: ”La mattina del 17 agosto il piano di guerra di cui mio padre era a capo fu completamente disatteso, Galati cadde sotto l’offensiva dell’Unione Sovietica (che si era spartita la Polonia con la Germania con il famoso patto Molotov-Ribbentrop, n.d.r.) e la guerra continuò”.
Una guerra alla quale lei ha partecipato, ha mai avuto paura?
Sorridendo confessò: ”Tutti lì abbiamo rischiato di morire soprattutto prima e durante lo sbarco in Normandia anche perché si diceva che chi non era morto in Normandia non avesse più motivo di morire. Comunque sì, la guerra in sé fa paura ma ci sono cose della guerra che mi hanno cambiato veramente e francamente quando mi trovai sotto al mio primo bombardamento pensai solo a quando sarei morto. Così parlando con la mia compagnia finalmente capii che chi ha preso la medaglia al valore aveva paura esattamente come tutti gli altri, ma seppe controllarsi meglio (la compagnia di Rymszewicz. attraversò la Francia al fianco della 51^compagnia Easy n.d.r)”.
Mikhail Rimszewicz ebbero un ruolo anche nella più grande battaglia aerea mai combattuta sui cieli di Londra e quindi di tutta la guerra.
”Subito dopo la disfatta di Galati mi trovavo con mio padre a Bucarest dove egli ricevette da Londra una valigetta con dentro una somma enorme, più di un milione di dollari ed una lista di soldati polacchi in ordine di priorità: piloti, carristi, tecnici e soldati, circa un centinaio, che erano stati internati in alcuni campi di concentramento romeni.
Così con il milione di dollari mio padre corruppe alcuni soldati tedeschi ed io la notte entrai nei campi e feci fuggire quanta più gente mi era concesso attraverso le reti che foravamo, così anche grazie ad un ebreo di nome Obler che ci forniva passaporti falsi riuscimmo a portare a termine la missione.
E come andò a finire?
”Rividi mio padre a Londra due ore prima dello sbarco in Normandia ma ebbe il tempo di dirmi che sei squadroni della Royal Air Force erano completamente composti dai piloti che noi avevamo salvato, ed in fin dei conti è questo che preferisco ricordare di tutta questa guerra: persone che io ho contribuito a salvare sono riuscite a diventare eroi ed a salvare a loro volta altre vite umane.
Michael Landers è morto il 5 novembre 2010 a Trieste, le sue spoglie sono trasferite in un cimitero di soldati polacchi sul suolo americano.
da: ilpiccoloredazione
Bosnia quindici anni dopo
Agozzino Gaia
Marisol Mongiovì
classe IV B liceo artistico Nordio
Sono passati ormai quasi 15 anni dalla fine della guerra in Bosnia, un conflitto spaventoso che ha visto lo scontro tra popolazioni che precedentemente vivevano in pace e armonia tra di loro. Una guerra tra vicini di casa.
Oggi a distanza di anni le città sono di nuovo vive, le persone sono andate avanti, o cercano di farlo, ma le cicatrici sono ancora ben visibili.
I palazzi segnati dai proiettili, come se fossero mobili di legno mangiato dai tarli, nelle strade i venditori ambulati propongono souvenir della guerra, tanti boschi e terreni agricoli sono impraticabili per la presenza di mine ancora inesplose.
Le cicatrici più profonde di questa guerra però, non si trovano nell’architettura delle città o nelle campagne abbandonate, ma nella popolazione, persone che se ne sono andate abbandonando tutto, persone che sono rimaste e hanno visto giorno dopo giorno la loro vita distruggersi, persone che sono tornate senza ritrovare i luoghi e coloro che avevano lasciato.
A Mostar non è bastato ricostruire il ponte che collegava le due parti della città per riunire gli abitanti, nelle scuole l’istruzione è tutt’ora diversificata a seconda dell’etnia di appartenenza, ma non solo, all’interno di uno stesso edificio i ragazzi hanno entrate separate, praticano lo sport separati come gran parte delle altre attività.
Ma è a Srebrenica che la memoria della guerra è più crudele. La città è il luogo dov’è stato compiuto il più grande massacro avvenuto durante il conflitto. Furono oltre ottomila le vittime, tutti uomini musulmani tra i 12 e i 77 anni, imprigionati da Ratko Mladic, capo di stato maggiore dell’esercito della Repubblica Serba, che li fece massacrare dai suoi miliziani e li fece seppellire all’interno di grandi fosse. Il modo in cui vennero sepolti, senza rispetto dell’integrità dei corpi, ha causato un altro oltraggio alla popolazione musulmana: non tutte le vittime infatti hanno potuto avere una degna sepoltura all’interno del memoriale, che è stato successivamente costruito sul luogo del massacro, poiché secondo la religione musulmana, non vi può esser sepoltura senza la presenza di almeno il 70% del corpo.
Le donne bosniache chiedono giustizia, attendendo in molte l’identificazione dei corpi dei loro mariti e figli, vivendo in parte con la piccola speranza di ritrovarli ed essere ritrovate.
Questa guerra non vive solo in chi era abbastanza grande per ricordarla chiaramente, ma soprattutto in quelli che potremmo chiamare i “figli della guerra”.
Bambini dispersi, figli di stupri, bambini abbandonati o che hanno visto morire i loro genitori e parenti, costretti così a crescere soli o comunque, se più fortunati di altri, dovendo affrontare l’infanzia nel cuore di una guerra. Questi ragazzi cresciuti in gran parte negli orfanotrofi, possono però contare su l’appoggio di associazioni nate con lo scopo di supportali una volta grandi, fornendo loro nel caso volessero continuare gli studi o lavorare, una casa e un’aiuto economico e insegnando loro come gestire la propria vita all’esterno dell’orfanotrofio. Una di queste è “Tuzlanska amika associazione volontaria che ha sede a Tuzla, fondata da Irfanka Pasagic, questa struttura oltre a collaborare con l’orfanotrofio si occupa dei bambini e dei ragazzi del quartiere, fornendo loro uno spazio nel quale incontrarsi e delle attività da svolgere.
Non è possibile spiegare com’è la Bosnia e cosa si lascia dietro una guerra, o le incredibili persone che hanno affrontato tutto ciò e che ti accolgono comunque con un sorriso, non si possono trasmettere le storie, i volti o i loro occhi e le emozioni che ti restano dentro. Bisogna andare a vedere.





