Giulia Zonch
classe IV B
liceo artstico Nordio
Come possiamo decidere se un individuo, anche se colpevole di un reato grave, meriti la vita o la morte? Come possiamo decidere le sorti di un nostro simile? E come possiamo non renderci conto che applicando la pena di morte ci abbasseremmo solo che al livello del criminale?
In epoche passate l’uso della pena di morte nel mondo era quasi universale. Ma ancor oggi la pena capitale è molto diffusa. Amnesty International riporta che 58 stati continuano ad applicarla nei loro ordinamenti, mentre 139 non la applicano, di diritto o in pratica. Tra questi ultimi, 95 l’hanno abolita per tutti i tipi di reati, 9 l’hanno abolita per reati comuni e 35, pur mantenendo la norma giuridica, non la applicano da oltre dieci anni. Il 15 novembre 2007, la Terza commissione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti una risoluzione fortemente sostenuta dall’Italia, che chiedeva l’abolizione universale della pena di morte.
La maggior parte di coloro che sostengono e difendono la pena capitale, ammettono che si tratta di una pratica orribile e incivile ma che è nonostante tutto necessaria per proteggere la società eliminando gli individui dannosi, dando piena giustizia ai parenti delle vittime. Sostengono le condanne, anche per evitare il sovraffollamento delle carceri, e quindi le ingenti spese per il mantenimento dei detenuti.
Molti di questi sostenitori sono però consci della natura arbitraria e discriminatoria della pena di morte come pure dei pericoli connessi alla sua applicazione, come, ad esempio, il rischio di mettere a morte un innocente. Infatti è risaputo che tale pena non colpisce solo i colpevoli, ma, più spesso di quanto si immagini, persone innocenti. Tuttavia i sostenitori rimangono favorevoli perché la considerano un deterrente necessario senza il quale ci sarebbero più omicidi. Tale affermazione, se fosse vera, costituirebbe un potente argomento a favore del mantenimento della pena capitale.
Già nel 1764, si analizzò l’improduttività di questa condanna con Cesare Beccaria, che pubblicò il trattato “Dei Delitti e delle Pene”, nel quale esaminò e combatté la crudeltà delle condanne. Affermava infatti che la pena capitale non fosse un valido deterrente, perché ciò che un uomo teme non è la morte, ma la prigionia a vita. Nel caso in cui un uomo compia un reato grave, e venga incarcerato, vede la morte come una liberazione, invece di passare il resto della sua vita rinchiuso in una cella. Beccaria trovò assurda anche la legge che per punire un omicidio, se ne commetta un’altro. Appoggiando infatti la pena di morte lo stato si comporterebbe in modo criminale come il criminale stesso. Coloro che disapprovano la pena di morte sostengono inoltre che le condanne vengono erogate in modo disumano, e che la condanna impedisce di dare una seconda possibilità all’individuo ritenuto colpevole. Infine un rapporto di Amnesty International chierisce che la pena capitale non sembra possedere alcun potere di ridurre criminalità. Allora è di questo che abbiamo bisogno? Una pena ingiusta e inumana che non porta alcun risultato?
Uccidere è sempre sbagliato, anche quando a uccidere è lo Stato.
“La pena di morte non è altro che la guerra della nazione contro un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere” (Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene).





