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Pena di morte

Giulia Zonch
classe IV B
liceo artstico Nordio

Come possiamo decidere se un individuo, anche se colpevole di un reato grave, meriti la vita o la morte? Come possiamo decidere le sorti di un nostro simile? E come possiamo non renderci conto che applicando la pena di morte ci abbasseremmo solo che al livello del criminale?
In epoche passate l’uso della pena di morte nel mondo era quasi universale. Ma ancor oggi la pena capitale è molto diffusa. Amnesty International riporta che 58 stati continuano ad applicarla nei loro ordinamenti, mentre 139 non la applicano, di diritto o in pratica. Tra questi ultimi, 95 l’hanno abolita per tutti i tipi di reati, 9 l’hanno abolita per reati comuni e 35, pur mantenendo la norma giuridica, non la applicano da oltre dieci anni. Il 15 novembre 2007, la Terza commissione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti una risoluzione fortemente sostenuta dall’Italia, che chiedeva l’abolizione universale della pena di morte.
La maggior parte di coloro che sostengono e difendono la pena capitale, ammettono che si tratta di una pratica orribile e incivile ma che è nonostante tutto necessaria per proteggere la società eliminando gli individui dannosi, dando piena giustizia ai parenti delle vittime. Sostengono le condanne, anche per evitare il sovraffollamento delle carceri, e quindi le ingenti spese per il mantenimento dei detenuti.
Molti di questi sostenitori sono però consci della natura arbitraria e discriminatoria della pena di morte come pure dei pericoli connessi alla sua applicazione, come, ad esempio, il rischio di mettere a morte un innocente. Infatti è risaputo che tale pena non colpisce solo i colpevoli, ma, più spesso di quanto si immagini, persone innocenti. Tuttavia i sostenitori rimangono favorevoli perché la considerano un deterrente necessario senza il quale ci sarebbero più omicidi. Tale affermazione, se fosse vera, costituirebbe un potente argomento a favore del mantenimento della pena capitale.
Già nel 1764, si analizzò l’improduttività di questa condanna con Cesare Beccaria, che pubblicò il trattato “Dei Delitti e delle Pene”, nel quale esaminò e combatté la crudeltà delle condanne. Affermava infatti che la pena capitale non fosse un valido deterrente, perché ciò che un uomo teme non è la morte, ma la prigionia a vita. Nel caso in cui un uomo compia un reato grave, e venga incarcerato, vede la morte come una liberazione, invece di passare il resto della sua vita rinchiuso in una cella. Beccaria trovò assurda anche la legge che per punire un omicidio, se ne commetta un’altro. Appoggiando infatti la pena di morte lo stato si comporterebbe in modo criminale come il criminale stesso. Coloro che disapprovano la pena di morte sostengono inoltre che le condanne vengono erogate in modo disumano, e che la condanna impedisce di dare una seconda possibilità all’individuo ritenuto colpevole. Infine un rapporto di Amnesty International chierisce che la pena capitale non sembra possedere alcun potere di ridurre criminalità. Allora è di questo che abbiamo bisogno? Una pena ingiusta e inumana che non porta alcun risultato?
Uccidere è sempre sbagliato, anche quando a uccidere è lo Stato.  
“La pena di morte non è altro che la guerra della nazione contro un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere” (Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene).

 

 

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Paradossi

Maria Grazia Nicolosi
classe IV A
liceo artistico Nordio

Tutti ricorderete cosa è successo a Roma il 15 Ottobre 2011 quando la manifestazione degli “indignati” contro la crisi economica si trasformò in un incubo per la Capitale.  Un argomento molto discusso fu proprio quello della guerriglia scatenata dai black block. Siamo tutti stanchi della situazione economica italiana, ma loro sono quelli che si sono fatti sentire maggiormente; anche se nel peggior modo.
I protagonisti della crisi siamo noi. Noi cittadini che ci sentiamo in gabbia, che diciamo di volerci bene, ma continuiamo a farci del male. Noi che ci contraddiciamo continuamente. Non ce ne rendiamo conto, ma spesso entriamo in conflitto con noi stessi. Sentiamo il peso dei problemi economici, però comperiamo cose di cui potremmo fare a meno. Ci sono troppi sprechi. In vendita un nuovo lettore DVD e corriamo a comprarlo, lo stesso vale per i compuer, i cellulari, i televisori, le varie macchine e i costosi capi d’abbigliamento. La vita è cara e il denaro non basta mai, però dovremo accusare di meno i politici e fare una maggiore autocritica. Indubbiamente la politica oggi non prende sempre decisioni giuste, ma sta a noi cambiare nel nostro piccolo, la nostra situazione economica-sociale.
Sinceramente scrivo queste righe per provocare la società. Solo con un attacco diretto si riescono ad analizzare problemi e situazioni che in precedenza si erano ignorati.
Ci si difende accusando qualcun altro, quando i meri colpevoli siamo noi. Se veniamo aggrediti dobbiamo cercare delle motivazioni valide per dimostrare le nostre ragioni; se abbiamo torto ci accorgeremo che non ci sono scuse che reggono.
L’ etimologia della parola paradosso deriva dal greco e significa “para” (contro) “doxa” (opinione).
I paradossi sono sempre qualcosa di contradditorio e illogico. Un paradosso diventa pericoloso quando l’opinione comune accetta per logico ciò che è inesistente. Nella nostra società stiamo costruendo autostrade più larghe, ma i nostri orizzonti sono limitati. Comperiamo di più e utilizziìamo di meno. Abitiamo in case sempre piu grandi, ma le famiglie sono meno numerose. Ci sono sempre più esperti e sempre più problemi. Pur essendoci una gran quantità di medicinali, regna in noi il malessere. Abbiamo moltiplicato i nostri averi, ma ridotto i nostri valori. Siamo sommersi da pillole che risolvono tutto, ma in fin dei conti non risolvono niente. La nostra esistenza si regge sui paradossi. Se questa crisi, che stiamo vivendo in Italia in questo periodo, fosse il padre di tutti i paradossi?

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Intervista a Francesca Ruzic, calciatrice “nata” 

Sara Galimberti Vittoria Lizzi Liceo Petrarca Classe 2 G Prof.ssa Capizzi

 

Di solito la scelta delle bambine ricade su sport tendenzialmente femminili, ma quella di Francesca no. Quando in prima elementare la maestra le chiese che sport avrebbe voluto praticare nel tempo libero, lei rispose “calcio” con una risolutezza rara per una bambina di soli sei anni. A questo punto sembrerebbe naturale una reazione perlomeno perplessa e dubbiosa da parte di amici e famigliari nell’apprendere la sua ispirazione. Ma non fu così per Francesca, la quale poté contare fin da subito sul loro appoggio. Ora ha trentun anni e la passione calcistica non si è ancora spenta, ma al contrario, continua a incrementare giorno dopo giorno. La piccola Francesca ne ha fatta tanta di strada da quando iniziò a giocare in una squadra tutta la maschile! Non fu affatto facile trovare a Trieste una squadra femminile composta da sue coetanee ma, con costanza e perseveranza che la caratterizzano, ce la fece. Dovette aspettare i quattordici anni per poter giocare in categoria e una volta compiuti, entrò nella prima squadra che militava nel campionato femminile di serie C. Per raggiungere questa meta tanto agognata, Francesca dovette allenarsi duramente tre volte alla settimana, senza contare le partite nei weekend. C’è da dire però che tutti questi sacrifici, la ripagarono appieno. Parte del merito va riconosciuto anche ai suoi allenatori, i quali la spronarono con tenacia a perfezionare i particolari tecnici, che sono proprio quelli a fare la differenza. “Per migliorarmi mi ispiro a me stessa, cercando di tirare fuori sempre il meglio di me” ci svela infatti Francesca con un sorriso. Nonostante la sua grinta e ferrea forza di volontà, il cammino non fu privo di ostacoli, anzi. Per esempio, dovette lottare contro il giudizio altrui basato su degli stereotipi e alla fine ne uscì vincitrice, non lasciandosi influenzare ma continuando imperterrita per la sua strada. Francesca sperimentò diversi ruoli  prima di trovare quello che più la contrassegnava: il centrocampista centrale. Sfatando diverse “credenze”, occorre dire che il calcio non è uno sport meramente fisico: dietro c’è un forte legame di squadra, che li unisce in cattiva e buona sorte. “Il calcio insegna disciplina, costanza nel lottare per un obbiettivo comune, condivisione della gioia e della tristezza, credere che dopo una sconfitta non tutto è perduto ma che ci si può rialzare più forti di prima” così controbatte Francesca, alla richiesta di racchiudere l’essenza del calcio in un’unica frase.

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Palio degli Asinelli

Alessia Scialla
Carolina De Santi
classe IV A
liceo artistico Nordio

Si alza il sipario. Partono gli applausi.
Sono le 20.30 del 5 maggio 2011 e siamo al teatro Rossetti, dove i ragazzi del liceo artistico Nordio mettono in scena “Fuga d’arte” nell’ambito del Palio degli Asinelli, kermesse teatrale che coinvolge ogni anno le scuole superiori triestine.
Dietro le quinte c’è un grandissimo fermento. La tensione è alle stelle.
Il presentatore sale sul palco e chiama in scena il Nordio che debutta, dopo molti anni, con uno spettacolo originale tra surrealismo e realtà.
Come in un film, e invece è la cronaca di quanto accaduto a dei ragazzi con la grande passione per il palcoscenico.
Ecco che compaiono i primi personaggi.
La scena si apre in un museo dove sono esposte alcune opere conosciute che, scartate in favore del nuovo artista contemporaneo Fausilèe, decidono di ribellarsi.
Ha inizio, così, una vicenda divertente, ricca di battute e di grandi significati, dove, alla fine, i personaggi delle opere riescono a scappare assaporando, finalmente, la vera libertà.
Il sipario si chiude e i ragazzi possono tirare un sospiro di sollievo.
All’uscita del teatro alcuni giovani si fermano a parlare.
Alex Jerman, lo sceneggatore, infatti racconta: “Lo spettacolo è andato più che bene. Non potevo chiedere di più. E’ incredibile il risultato ottenuto in così poco tempo”.
Poi sentiamo le scenografe: “Siamo contentissime. C’era tutto il teatro lì ad applaudirci…E’ stata dura, è vero. Avevamo poco tempo ma siamo sempre stati un gruppo molto affiatato…Pensi, alcune volte è capitato che gli attori ci venissero ad aiutare con la scenografia perchè eravamo indietro con il programma”.
Infine sentiamo Margherita Moro, che interpretava uno dei personaggi principali: “Come mi sento? Basta vedere la mia pelle d’oca! E’ stato incredibile esibirsi su un grande palco come quello del Rossetti, ma ancora più incredibile è stato vedere il pubblico sorridere: bambini, ragazzi, adulti, anziani…nessuno escluso!”.
Si è conclusa così una grande serata suggellata dalla vittoria di questi ragazzi che si sono aggiudicati il premio per la migliore sceneggiatura, un premio che ha segnato la salita alla ribalta del Nordio che sembava, ormai, destinato ad essere dimenticato nell’ambito del Palio.

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Fotografia

Nicole Brusatin Classe 2 G liceo Petrarca prof.ssa Capizzi

 

Un’arte che continua ma una professione che sta lentamente scomparendo: quello della fotografia, infatti, è un mondo che, con l’inevitabile avanzamento della tecnologia, ha fatto dei grandi progressi che però hanno portato ad una svalutazione della cultura fotografica. “Oggi sembra che, siccome fotografando in digitale non hai costi, quello che chiedi per la tua prestazione come fotografo è troppo e illecito” dice Paolo Giovannini, fotografo sportivo appassionato fin da piccolo, che ha fatto della passione la sua professione. E poi c’è Internet, un mezzo sicuramente molto utile, ma che riduce la quantità di foto che vengono stampate; inoltre è la molteplicità di programmi di ritocco, anche gratuiti, che girano sul web, a rendere possibile anche a delle foto tutt’altro che perfette di risultare di buona qualità. La figura del fotografo rischia dunque di perdere il suo significato: ognuno di noi si sente “fotografo”… sembra basti una macchina fotografica in mano! ” Ci sono sempre stati amatori che giocavano a fare i fotografi ” afferma Giovannini, “ma almeno, una volta, le foto dovevano saperle fare, e anche bene! C’era la concorrenza!. “I fotografi della mia generazione” dice, “hanno dovuto imparare a sviluppare e a stampare i negativi da soli, a capire che carta, che stampa, che ingranditore e che pellicola usare, si sapeva come utilizzare la luce e molti di noi avevano la camera oscura nel bagno di casa… adesso basta saper usare Photoshop e non è neanche necessario sapere che sensibilità usare”. Già, una volta c’erano i rullini! E sviluppare il rullino costava! …Qualcuno lo sviluppava in casa, per risparmiare! E tutto questo ha a che fare con l’arte della fotografia? Prima di scattare una foto si studiava l’immagine, il dettaglio era importante e ci voleva impegno per scattare una bella foto, era un modo per far uscire ciò che si provava, pensava, solo dopo tempo e sacrifici si diventava professionisti: “bisognava sacrificare il tempo libero, aver costanza, professionalità e passione”.?E oggi? È giusto parlare della fotografia, come un’arte e una professione, al passato? Paolo Giovannini ci spiega che anche oggi ciò che conta è la passione e il tempo: spendersi con professionalità senza risparmiarsi, per sopravvivere e continuare ad esprimersi perché chi ama la fotografia continuerà a farlo senza farsi zittire dalla tecnologia, ma gustando le soddisfazioni, fossero anche quelle di “essere stato autodidatta”, o di poter raccontare un giorno ai propri figli e nipoti come si lavorava in pellicola(“perché lo sviluppo e la stampa in camera oscura è una cosa molto creativa e sviluppare una foto da soli è un’emozione senza eguali!”) e soprattutto gustando la soddisfazione di vedere la stampa delle proprio foto: ognuna è il racconto di un pezzo di storia. Infatti è proprio grazie ad immagini fotografiche che possiamo immortalare momenti di vita piacevole, fermare i ricordi e le emozioni. Trascorsi alcuni anni poi le rivedremo e ricorderemo quei momenti…una giornata di sole, un campo immenso di girasoli, gli uccelli che cinguettano!…e sarà la fotografia a dover parlare da sola perché ormai la memoria non sarà più d’aiuto. Un modo per poter comunicare, rappresentare ciò che il fotografo vede, dare un’interpretazione personale delle proprio immagini e far conoscere realtà ignorate o mai conosciute. E’ questo ciò che ci attrae della fotografia, il poter fermare il tempo in un istante, cogliendo ciò che spesso sfugge all’occhio umano ed immortalarlo in un’immagine che è sinonimo di spettacolo ed emozione.

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Aiuti all’Africa

Irina Obersnel
classe IV A
liceo artistico Nordio

Come ogni anno, a partire dal 2006, l’insegnante di religione del liceo artistico Enrico e Umberto Nordio di Trieste, e parroco della chiesa di Altura, don Giuseppe Colombo, organizza un viaggio in Africa per alcuni alunni. E’ solito recarsi nella regione del Ciad, in cui è stato missionario per diversi anni. Ma l’azione di solidarietà comincia già da prima: durante l’estate don Giuseppe ha spedito nel Ciad oggetti, destinati alle persone più bisognose, tra questi un telaio appartenente alla scuola, poco utilizzato negli ultimi anni che, grazie al suo buono stato di conservazione, è stato rimesso al lavoro; dei lettini per l’ospedale, delle biciclette, un trattore e simili.
Al viaggio hanno partecipato tre studentesse e un accompagnatore oltre a don Giuseppe che sono stati alloggiati nella parrocchia di N’djamena, ospitati da don Benjamen. Da lì ha avuto inizio la loro avventura.
Alcune mattinate sono state destinate alla visita di un «capannone», nel quale c’erano una ventina di ragazze che ricamavano fazzoletti, tovaglie, tovaglioli, magliette, collane di pezza, e via dicendo. Le alunne di Trieste, con un piccolo aiuto da parte delle ragazze africane, si sono cimentate nel ricamo dei fazzoletti, con buoni risultati.
Con l’aiuto delle ragazza ciadiane sono riuscite inoltre a montare il telaio che era stato  spedito l’estate prima. Il macchinario di dimensioni più piccole rispetto al precedente in loro dotazione ha permesso di lavorare più velcemente molta più stoffa.
Successivamente le studentesse hanno visitato il Nord del Paese, sulle rive del lago Ciad, più precisamente a Baga Sola, dopo otto ore ininterrotte di tragitto con la jeep nel deserto. Poi il gruppo si è diretto al villaggio cui era stato destinato il trattore. Dopo averne verificato lo stato e constatato il funzionamento, l’hanno condotto nei campi adibiti alla coltura delle fave.
Hanno poi proseguito ancora per due ore verso Nord-Ovest, diretti a Bol. Con loro trasportavano un macchinario comperato qualche giorno prima a N’djamena, per pompare l’acqua dal sottosuolo. Giunti a destinazione, si sono recati nei campi di raccolto dov’era neccessario effettuare la manutenzione del vecchio macchinario di pompaggio. Alcuni abitanti del villaggio, assieme a due militari, un elettricista e un idraulico, sono riusciti a riparare il guasto, senza usufruire del nuovo macchinario comprato appositamente.
Al rientro in Italia, le studentesse hanno fatto un’ulteriore scoperta: gli aiuti degli stati all’Africa sono insufficienti, uno dei pochi contributi dei governi  è indirizzato all’esercito. Gli unici aiuti reali sono quelli delle organizzazioni non governative, come quella rappresentata da don Giuseppe Colombo.

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Diciamo no alla violenza

Monika Novakovic Liceo Petrarca Classe 2 G

 

Violenza, cos’è la violenza se lo chiedi ad uno psicologo viene definita in caso di violenza domestica,un atto semplicemente dato da una follia momentane e\o prolungata determinata da caso in caso.Se lo chiedi ad un bambino la violenza per lui sara dolore, incomprensione come spieghi ad un bambino perchè il suo papà fa del male alla mamma,non puoi perchè fa male,perchè non lo vivi, è facile parlare quando non si vive la violenza in prima persona.Io lo so,avevo solo 10 anni,cosa ne potevo sapere,della violenza domestica non ne sapevo neanche l’esistenza ma esiste e va fermata;era notte saranno state all’incirca le 3 del mattino,era primavera me lo ricordo ancora pioveva forte,non riuscivo a dormire mia mamma era appena tornata dal turno di notte alla fabbrica,saranno passati una decina di minuti quando sentì delle urla e qualcuno che batteva incessantemente alla porta.Mia mamma si era appena addormentata,stordita si alzo e aprì la porta,io mi affacciai appena all’uscio, ero incuriosita ma allo stesso tempo impaurita.Quando mia madre aprì la porta tra le braccia le cadde una donna,quando la girò io rimasi inpietrita,il volto era tumefatto,totalmente insanguinato non volevo credere che qualcuno avesse potuto farle questo,il dolore più grande fu quando mamma le spostò i capelli dal viso,non era una donna qualunque:era mia zia.Mia madre è molto legata a mia zia essendo gemelle,mi ricordo ancora il volto di mia madre e il pianto strazziante quando la vide così.Ancora oggi mia zia ringrazia mia madre per il suo coraggio,e per il coraggio che seppe darle nel denunciare suo marito ormai ex-marito.Non tutte le donne sono forti,o magari non hanno qualcuno che le sostenga,sono fragili hanno paura e rischiano di vivere la vita nel terrore,questo non deve succedere infatti per questo in italia come anche in altri paesi europei sono nate fondazioni contro lo stolking e le violenze sulle donne,sostenendo queste fondazioni daremmo aiuto e supporto a queste donne per vivere vite migliori.

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L’indimenticabile esperienza del Treno della memoria

Giulia Buzzotta Liceo Petrarca Classe 2 G Prof.ssa Capizzi

 

Ad Auschwitz c’era la neve, il freddo oltrepassava i nostri grassi corpi ed il vento ci gelava le lacrime sul volto. L’unica cosa che mi dava forza era pensare alle migliaia di persone che resistevano al duro freddo indossando solo un pigiama e degli zoccoli. Resistevano solo per rivedere i loro cari, resistevano perché sapevano di non aver commesso nessun crimine, resistevano contro le ingiustizie inflittegli dai nazisti e dai fascisti. Il Treno della Memoria mi ha dato l’immensa possibilità di rivivere una storia non così lontana, quella dei nostri nonni. Leggere della guerra non è mai facile, leggere delle vittime lo è ancor meno, ma andare a visitare campi come quelli di Auschwitz e Birkenau ti affligge. Quando entri nei vari Blok e inizi a vedere qualche lettera, qualche foto, ti chiedi come sia potuto realmente accadere. Poi senti la guida che, mostrandoti un’urna piena di ceneri umane, ti racconta che venivano usate per farne saponette o per asciugare la neve e ti domandi come possa venir calpestata così la dignità dell’uomo. Prosegui con la mente piena di pensieri e ti ritrovi davanti ad un vetro che racchiude un’infinità di capelli, raccolti in soli pochi mesi. Li vedi lì, tutti diversi, ammassati assieme e cerchi d’immaginarle le diverse persone a cui dovevano appartenere. Ne immagini tantissime, ma sai che non saranno mai abbastanza, perché un milione di persone è un numero troppo grande da immaginare. Prosegui ancora con la tristezza nel cuore e la rabbia nella mente, vedi i loro oggetti personali, vedi una infinità di nomi, vedi i segni dei graffi sulle porte, vedi dove li portavano a morire e avverti una sensazione di disperazione nell’aria, senti l’odore del fumo denso che usciva dalle ciminiere.T’immagini, perché solo questo puoi fare, il dolore della gente. A Birkenau poi vedi la vastità, non vedi granché, ma ti consigliano di vedere ciò che manca e li ti appare un mondo intero. T’appaiono baracche, recinzioni, camini, fili spinati, persone e paura. Paura di poter restare chiuso la,intrappolato insieme ai tuoi compagni in quelle baracche così fredde;paura di non rivedere il mondo che c’è al di fuori del filo spinato, paura di perdere i propri cari. Cammini oltre i binari dove arrivavano i treni, li immagini arrivare, immagini la gente cadere dai vagoni troppo alti e ti sembra possibile sentire l’odore acre di chiuso, sporco e morto. Immagini le persone impaurite, che non capiscono cosa i soldati stanno dicendo loro, che non vogliono separarsi dalla famiglia e il treno che riparte a prenderne altri. Prosegui poi verso i forni, ma ti sembrano surreali, come tutto d’altronde. T’incammini verso il monumento di commemorazione, pensando alla persona che più ti ha colpita tra le foto di Auschwitz, leggi il suo nome ad alta voce ed accendi una candela lungo quegli interminabili binari della morte. Andando via ti resta una strana sensazione addosso: un misto tra rabbia e dolore. Capisci allora quanto sia bella la vita e quanto siano importanti le proprie azioni. Porterò sempre con me quest’esperienza: i legami che si sono creati, la gran sensibilità mostrata da ragazzi di tutte le età e la gran fortuna di parlare con dei superstiti, mi ricorderanno sempre quant’è importante tramandare ciò che ho visto e sentito. E’ accaduto e può accadere di nuovo, ma farò di tutto affinché una crudeltà simile non accada mai più.

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Il desiderio di aiutare il prossimo

Gioia Semez Liceo Petrarca Classe 2 G Prof.ssa Capizzi

 

Il desiderio di aiutare il prossimo in difficoltà è stato lo stimolo per una decina di volontari triestini di recarsi in Romania. Né il tempo, non certo clemente dei giorni di metà febbraio, né le venticinque ore di viaggio ininterrotto su strade sconnesse hanno scoraggiato il gruppo, che a bordo di due Land Rover ha portato aiuti materiali in questo lontano paese. A parlarci di questo progetto di solidarietà è il signor Adriano, che da tre anni si partecipa attivamente a questa iniziativa. Un triestino che, oltre all’impegno famigliare e lavorativo, dà un importante contributo, sia tecnico che umano, come volontario. Cosa l’ha portata in Romania? L’offerta fattami dall’amico S.R. di partecipare ad un progetto di solidarietà è stata la molla che mi ha spinto per ben quattro volte in Romania. In cosa consiste questo progetto di solidarietà? I viaggi sono sempre organizzati in modo da portare aiuti materiali ed economici direttamente agli operatori di riferimento sul territorio, i quali conoscono molto bene la situazione di povertà che la maggior parte delle famiglie vive quotidianamente. Di recente i nostri sforzi si sono concentrati a sostegno di padre Tanase, che gestisce un orfanotrofio a Valea Skrezii, creando un servizio di odontoiatria e di protesi dentale a disposizione dei bisognosi E qual è stato il suo ruolo? La mia formazione professionale odontotecnico mi ha permesso, assieme al medico dentista P.R. e al collega S.D., di realizzare delle protesi mobili dando ad alcune persone la possibilità di ritornare a sorridere. Ha qualche episodio di questa sua esperienza che l’ha toccata in modo particolare? Si, una bambina di dodici anni, che si trova ad affrontare col sorriso la vita tra difficoltà fisiche, scarsa istruzione ed emarginazione dovuta alla sieropositività. Purtroppo una storia come tante nel mondo, ma che mi ha reso ancor più consapevole della drammatica realtà, che queste persone devono quotidianamente combattere per poter vivere. È molto difficile trasmettere, attraverso questa breve intervista, tutte le sensazioni ed emozioni provate ascoltando Adriano. Mi sono resa conto che dietro un articolo di giornale, che molte volte si legge di sfuggita, con poca attenzione, in realtà si celano contenuti davvero profondi.

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Milos-Effetto serra

Nicola Milos
casse IV A
liceo artistico Nordio

Fino a quando il mondo continuerà a vivere? Sino a poco tempo fa l’argomento era trattato ampiamente da giornali e televisioni.Tutti se ne preoccupavano, era argomento di discussione fra la gente comune. Ora non se ne parla più.
E’ stato risolto il problema?
No, l’effetto serra affligge ancora il nostro pianeta.
L’effetto serra è quel fenomeno climatico che indica la capacità della terra a trattenere all’interno della sua atmosfera il calore irradito dal sole.
Questa capacità negli ultimi decenni è aumentata notevolmente a causa della crescente quantità di gas ed anidride carbonica emessi sulla terra. Questi gas dannosi stazionano nella zona alta dell’atmosfera e non permettono al calore di disperdersi, con conseguente aumento della temperatura.
Ciò non sarebbe male (un inverno tiepido soleggiato non disturba nessuno), ma a livello planetario le conseguenze sono enormi: i ghiacciai, anche quelli delle montagne più alte, si ritraggono, ai poli le calotte si restringono ogni anno di più con il conseguente innalzamento del livello del mare. La possibilità di vedere sparire lentamente ma inesorabilmente ampi tratti di costa è reale.
Sarebbe strano fra qualche anno guardare le cartine geografiche e non trovare traccia di città famose come Venezia o mete turistiche ambite come le isole Mauritius o le Seichelles.
Ma che fare per evitare tutto ciò? Semplice: emettiamo meno gas!
Periodicamente gli Stati si riuniscono per discutere il problema. Vengono presi accordi per il futuro, si formano protocolli ma di concreto nessuno fa niente.
Difficile investire sull’ ambiente se non si ha un ritorno economico.
Si aspetta che sia l’ altro a cominciare. Intanto il tempo passa, e la questione si aggrava. Se ne parla da decenni: ora siamo già nel 2012! Ops, 2012? Non avranno avuto forse ragione i sacerdoti Maya?