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Il WPP 2013 accende il dibattito tra fotogiornalismo, post produzione e informazione

Lo scatto del fotograf svedese Paul Hansen che si ? aggiudicato il premio Word Press Photo 2013

 

La foto che si ? aggiudicata il ?premio pi? importante per la fotografia giornalistica tra critiche.

Sotto accusa soprattutto l’uso di Photoshop, e con la giuria lo giustifica, l’autore che decide di non commentare, e i colleghi perlopi? lo criticano il dibattito ? pi? che mai acceso.

Anche se come spiega Michele Margiassi su Repubblica “Per la giuria del World Press Photo Award, l’Oscar olandese del fotogiornalismo, il caso non esiste. Qualunque ritocco lo svedese Paul Hansen, che venerd? ha ricevuto il primo premio per il 2012, abbia praticato sulla sua immagine vincitrice, rientra nelle pratiche accettabili della professione, hanno stabilito i guru di Amsterdam. Ne sono meno convinti centinaia di fotografi, o semplici appassionati, che da venerd? intasano i forum di Internet con proteste contro la “teatralizzazione del dolore”, e la “foto trasformata in un Caravaggio”. Eppure si tratta di un’immagine che non avrebbe bisogno di ulteriori?drammatizzazioni. Lo scatto realizzato lo scorso novembre, mostra il funerale concitato e affranto di Suhaib e Muhammad, fratellini palestinesi di due e quattro anni uccisi il 20 novembre nel bombardamento israeliano della loro casa a Gaza City. Un’immagine di dolore estremo, un urlo contro una guerra ingiusta e spietata.

Nessuno dubbio su quello che la foto racconta. Il dubbio ? su come lo fa. Per una volta, non sono in questione l’aggiunta o la cancellazione di dettagli significativi, le bugie conclamate.

La polemica si fa pi? sottile.

Sotto accusa ? lo “stile” che un uso eccessivo dei “pennelli elettronici” di Photoshop o di Lightroom imporrebbe al lavoro dei fotogiornalisti, allontanandolo dalla testimonianza visuale. Quell’abbondanza di dettagli nitidissimi in una situazione movimentata.

Ma non bisogna essere dei tecnici per intuire che questa immagine non ? uscita cos? come la vediamo dalla fotocamera. Del resto, “non c’? fotografia mediatizzata, oggi, che non sia pi? o meno post-prodotta”, conferma Renata Ferri, photo-editor di grande esperienza, due volte nella giuria del WPP, “e le regole del premio, lo garantisco, sono molto severe, proprio per impedire che gli eccessi dilaghino”. E questa foto, perch? ? passata? “Questa non ? una foto disonesta, mostra un fatto tragicamente reale. A me comunque non piace, io sono per il ritorno al documento, anche spoglio, brutale. Purtroppo la tendenza all’epicit?, alla “licenza poetica”, sta dilagando. Non c’? fotografo che non ci provi, ma non tutti i fotografi possono esse dei Goya, come non tutti i giornalisti scrivono come Montale”.

Cosa spinge i fotoreporter, cacciatori di “storia presa dal vero”, a pigiare sul pedale dell’effetto scenografico? In verit?, l’aggiustamento “dopo lo scatto” non nasce con la fotografia digitale, eroi del fotogiornalismo come Eugene Smith entravano in camera oscura con un negativo e ne uscivano con una stampa ben diversa. Nel film War Photographer una sequenza mostra l’accanita pazienza con cui James Nachtwey, il pi? accreditato erede di Bob Capa, ristampa decine di volte un negativo, mai contento dei toni. Ma erano casi singolari. Oggi ? la docilit? un po’ standard dei software di fotoritocco a stimolare il nuovo pittorialismo? ? vanagloria tecnicamente assistita?

Il dibattito ? aperto.

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Questo post è stato scritto da: a.biagi

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