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Luca Dal Canto: tra cinema e fotografia, sognando la rinascita culturale “livornese”

Luca Dal Canto a lavoro al Goldoni

Luca Dal Canto ? un fotografo e regista livornese. La sua esperienza passa per il cinema con collaborazioni importanti con registi come?Daniele Luchetti, Sergio Rubini, Paolo Genovese e Luca Miniero e per la fotografia con progetti dedicati a Livorno.

Luca ? anche autore di documentari, spot, ?con il backstage del film “10 regole per fare innamorare”, di Cristiano Bortonecon si ? aggiudicato l’anno scorso il premio Backstage Film Festival e anche di cortometraggi. L’ultimo dei quali??”Il cappotto di lana”, ?ispirato ad una poesia del grande poeta livornese: Giorgio Caproni, ??ora in giro?per vari festival??in Italia e all’estero. Dopo aver vissuto a Roma ? tornato alla sua base Livorno, “la citt? che amo di pi? al mondo, ogni angolo qui ? perfetto per uno scatto, una citt? a misura di fotografo e di artista, e soprattutto nonostante quello che ormai pensa tristemente il livornese medio – spiega Luca – piena di risorse dal punto di vista culturale”.

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-Quando, come e perch? hai iniziato a fotografare?

A 9 anni circa. I miei genitori mi comprarono la mia prima macchina fotografica a Firenze, vicino al Ponte Vecchio. Mi ricordo ancora quel pomeriggio emozionante a provare vari scatti.?Poi, con il passare del tempo, mi sono innamorato del cinema e ho intrapreso gli studi in questo settore, che poi non ? altro che un’evoluzione della fotografia.?L’?ho riscoperta definitivamente una decina di anni fa, quando per lavoro ho iniziato a frequentare i set cinematografici e a conoscere meglio il gusto per l’ inquadratura e per la luce.

?-La foto che hai scattato a cui sei pi? legato?

E’ una foto della Terrazza Mascagni deserta, surreale, in una giornata nuvolosa, in cui le linee geometriche delle mattonelle e delle balaustre sembrano incrociarsi senza fine. L’ho scattata sei anni fa ed ? stata la prima foto che mi hanno acquistato per un’?importante pubblicazione, dicendomi che ricordava le atmosfere di Gregory Crewdson.?

?Luca Dal Canto

-Primo lavoro fatto? Ultimo lavoro fatto?

Primo vero lavoro fatto in fotografia un servizio per una famosa galleria d’arte toscana; ultimo lavoro un progetto fotografico dal titolo “I luoghi di Modigliani. Tra Livorno e Parigi“, un viaggio nei luoghi (circa 40), cos? come sono oggi, che hanno scandito la vita del grande artista, composto da fotografie e simpatici aneddoti. Un lavoro a cui da livornese sono molto legato.?Ripercorrere i luoghi in cui Dedo ha vissuto e lavorato ? stata veramente un’esperienza incredibile. A breve, spero, ci saranno importanti novit? su dove sar? esposto il progetto perch? recentemente il?progetto che ? stato “snobbato” da un’importante istituzione che lavora nell’ambito turistico locale poich?, paradossalmente, “alle prese con troppi turisti da gestire quest’anno”

Il mio ultimo lavoro fatto nel cinema, a cui tengo moltissimo, ? il cortometraggio “Il cappotto di lana”, http://www.streamoff.tv/streamshort/il-cappotto-di-lana,?una fiaba liberamente tratta dalla poesia Ultima preghiera di un altro grande livornese: Giorgio Caproni. Il film sta girando l’Italia, selezionato in decine di festival internazionali, e vincendo diversi premi

?-Quali sono gli artisti, i fotografi e gli scrittori che influiscono di pi? sul tuo lavoro?

Amo molto Henri Cartier Bresson, ma anche Gregory Crewdson, come artisti?Caravaggio, Amedeo Modigliani e poi gli Impressionisti in generale.?Per la scrittura Charles Dickens e per il cinema,?Dino Risi, Mario Monicelli, maestri della vera Commedia all’Italiana dai quali c’? ancora molto da imparare

?-Se c?’?, qual ? la foto, l?’immagine, il quadro che ha cambiato il tuo sguardo di fotografo?

Ti devo dire la verit?. Non c’? un’immagine precisa, ma piuttosto l’aver lavorato sul film “Colpo d’occhio” di Sergio Rubini, uno dei registi pi? pignoli, anche dal punto di vista dell’inquadratura, e appassionati del proprio lavoro che abbia mai conosciuto

?-Livorno, una citt? piena di pittori, musicisti e anche fotografi. Come si vive questa citt? da?fotografi?

Livorno -? e non lo dico perch? sono di parte – ? una delle citt? pi? fotogeniche e cinematografiche che abbia mai visto. Sar? per le atmosfere, per la luce, per i colori, per l’atipicit? architettonica e urbanistica, fatto sta che ogni scorcio ? perfetto per fare uno scatto. Quindi direi che ? una citt? a misura di fotografo e di artista…Nonostante quello che ormai pensa tristemente il livornese medio, qui si potrebbero fare tante, ma tante cose dal punto di vista culturale.

?– Qual ? il tuo rapporto con la tua citt??

Di amore e odio. O meglio di amore e delusione. Io adoro Livorno e soffro nel vedere che i livornesi non hanno pi? alcuna fiducia nelle proprie potenzialit?. Fino a neanche un secolo fa, la nostra citt? era uno dei centri culturali e turistici pi? importanti del Mediterraneo, ma di questo sembra non ricordare pi? niente nessuno. Lo spartiacque ? stata la Seconda Guerra Mondiale; psicologicamente si ? imposta l?idea che Livorno non conti niente e, soprattutto, che a Livorno non si possa fare niente. Questo disfattismo, spesso ironico, talvolta fin troppo pesante, fa s? che tutto quello che anche di buono viene fatto automaticamente perda valore. Io dico sempre che anche se venissero gli U2 a suonare a Livorno, il livornese doc direbbe: “d?, allora non contano veramente pi? niente nemmeno loro”. Questo atteggiamento ? autolesionista e ha creato intere generazioni convinte che Livorno sia l’equivalente di “ignoranza”, “boiad?” e “disoccupazione”. Bisogna trovare al pi? presto il modo di ribaltare la situazione.

?Luca Dal Canto

-Il ricordo pi? bello che hai legato alla tua esperienza di fotografo/a a Livorno??e in generale?

Respirare le atmosfere bohemienne di Parigi e lavorare mettendo a stretto contatto questa grande capitale europea e artistica con la nostra Livorno.

?-E i progetti che vorresti realizzare?

Attualmente mi piacerebbe realizzare un progetto sui luoghi del cinema a Livorno. Un viaggio fotografico attraverso le principali location dei film girati o ambientati nella nostra citt? che sono pi? di 100

 

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Francesca Nicolosi: scatti e schizzi di un’anima rock

Francesca Nicolosi in una sua illustrazione

Chiara e Francesca Nicolosi, classe 1984, sono due sorelle e due fotografe.?

“La passione per la fotografia forse ce la siamo passata inconsciamente l’una all’altra – spiega Chiara – ci piace l’arte in generale e comunque il nostro babbo, che non ? fotografo, fin da quando eravamo piccole piccole ci faceva molte foto, tutte bellissime, con una reflex analogica.” Ma per la foto da allegare a questa intervista Francesca mi dice “Foto decenti non ne ho, ti posso mandare un’illustrazione?”

Le sorelle Nicolosi, entrambe fotografe

Francesca, ? la gemella rock dell’eterea Chiara. E oltre ad essere fotografa ? anche appassionata d’illustrazione. Il suo stile ? graffiante. Molto diverso da quello della sorella, pi? evanescente e intimista. Da sempre vive e lavora a Livorno, “una citt? fotogenica dal carattere prepotente” dice, e della quale ?le piace fotografare il “lungomai” che descrive bene il suo rapporto con questa luogo, e le facce dei suoi abitanti, quelli che ci vivono da sempre e quelli che ci sono arrivati, ma che comunque “contribuiscono a rafforzare l’anima e la magia di questo posto.”

Ha collaborato con la rivista cult Mucchio Selvaggio, ma le?sue foto sono arrivate fino in Scandinavia, mentre alcune, quelle tratte dal progetto “Instanbul traces” saranno esposte al festival “Cortona on the move” fino a settembre.

-Quando, come e perch? hai iniziato a fotografare? Mi sono avvicinata alla fotografia con la radicata attrazione che ho sempre avuto per le arti visive in generale. Ho iniziato da autodidatta a 20 anni studiando un vecchio libro e annotando meticolosamente ISO, tempo e diaframma per ogni scatto che facevo. Poi ho deciso che volevo studiare seriamente la fotografia e mi sono iscritta ad una vera scuola di fotografia, la Fondazione Studio Marangoni.

?Francesca Nicolosi

-Di che tipo di fotografia ti occupi? Professionalmente mi occupo di ritratto, still-life, matrimoni, eventi e live. Nei progetti personali mi dedico in particolare alla street-photography e al ritratto, ma non ? molto definibile, dipende dagli stimoli che ricevo, visivi ed emotivi. Ultimamente, ad esempio, ho fatto molte fotografie di paesaggio, cosa in cui finora mi ero poco cimentata.

-Primo lavoro fatto? Ultimo lavoro fatto? Il primo lavoro pi? ?serio? ? stato una serie di nudi in bianco e nero a pellicola. E? stato il primo che ho sviluppato e stampato in camera oscura con le mie mani. L?ultimo lavoro ? una serie di ritratti scattati ad una ragazza su uno sfondo di containers. Mi piace molto ritrarre le persone in contesti piuttosto inusuali e moderni.

?Francesca Nicolosi

-Il lavoro che hai realizzato di cui sei pi? orgoglioso? Forse ? la serie di ritratti ?Istanbul traces? che saranno in mostra al Festival ?Cortona On the Move? fino a Settembre.

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Chiara Nicolosi: la grazia. Dall’autoritratto alla street photography passando per le sue lezioni di fotografia

Chiara Nicolosi

Chiara Nicolosi, classe 1984, ? una fotografa livornese. La sua passione per la fotografia inizia gi? ai tempi del liceo, e da l? non si ? pi? fermata. Dopo una laurea in Arti Visive inizia a collaborare con vari festival e concorsi che portano le sue fotografie fino a Tokyo.

Dal 2010 tiene in citt? corsi di fotografia per bambini e per adulti. ?”Insegnare a fotografare vuol dire insegnare ad esprimere le proprie emozioni attraverso una tecnica, ed essere curiosi e creativi.”

-Quando, come e perch? hai iniziato a fotografare?

Non ricordo con precisione, ma di sicuro negli anni del liceo.

Fotografavo di tutto, e raccoglievo fotografie che? trovavo sui giornali o su internet, che mi colpivano per qualcosa: colori, forme, ritratti, moda.

-Di che tipo di fotografia ti occupi?

Mi piace poter fotografare qualsiasi cosa, dalle persone agli oggetti ai paesaggi, ricercando continuamente nuove tecniche e nuove forme.

Nel mio percorso creativo ci sono l’autoritratto, perch? mi permette una maggior sperimentazione, dove, partendo dalla conoscenza del mezzo e del linguaggio fotografico, sfrutto le sue possibilit?, superando i canoni tradizionali e giocando con le lunghe esposizioni ed effetti sfocati, e ?la street-photography, cogliere momenti, gesti, situazioni, nella vita di tutti i giorni, con composizioni semplice ed essenziale.

-La foto che hai scattato a cui sei pi? legata?

Sono pi? fotografie, che appartengono al progetto “Evanescence of Form” a cui sto lavorando da un paio d’anni.

Uno scatto della serie “Evanescence of Forms”

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Il mondo di Joel Peter Witkin in mostra a Firenze

Un’opera di Peter Witkin

Una mostra che stordisce, incanta e scardina le certezze sulla pacatezza del mezzo fotografico. Fino al 24 giugno 2013 il Museo Nazionale Alinari della Fotografia di Firenze presenta Joel Peter Witkin.

55 fotografie che valgono come 110, perch? la mostra di Joel Peter Witkinamericano di Albuquerque nato a New York nel 1939 ? cos? intensa da sembrare che persino gli spazi del MNAF siano raddoppiati.

Immagini ricche e allo stesso tempo estremamente pulite dove convivono riferimenti alla storia dell?arte, suggestioni immaginifiche e oniriche, legami con l?attualit? e una maestria tecnica, che oggi si dice d?altri tempi e che in sostanza ? quella che appartiene ai grandi maestri della fotografia, anche contemporanea, come Witkin.

Un ritratto di Joel Peter Witkin

 

Difficile affidare il racconto di Witkin al termine?fotografo, Witkin ? di pi?, si potrebbe definire?un artista che si esprime attraverso la fotografia?e questa per lui non ? solo uno strumento di rappresentazione, ma ? protagonista quanto il soggetto.

Non ? sufficiente pensare di vedere queste immagini, c?? una tale concentrazione di elementi che?? indispensabile guardare,?lasciare che l?opera fagogiti i nostri sensi.

Witkin spiega come lo spettatore del suo lavoro dovrebbe leggere sempre, prima di tutto, il?titolo dell?opera, in questo trover? l?idea, la suggestione dalla quale questa si ? alimentata.

Un?idea che rispecchia la visione di?Joel Peter Witkin, l?importanza del significato di un?opera, i criteri di bellezza che travalicano quelli rinascimentali e la convinzione che la morte come parte della vita possa essere rappresentata spogliata della sua pesantezza, senza ossequio, ostentata persino.

 

 

 

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Paolo Ciriello intervista lo storico fotografo livornese Luciano Ciriello, suo nonno

Foto Paolo Ciriello

"Ieri ho intervistato mio nonno

a dirla tutta Irene la mia gohst writer aveva gi? preparato le domandine, io come al solito non avevo studiato e pensavo di saper gi? tutto di lui ed infatti mi sbagliavo.." Paolo Ciriello A presto l'intervista.
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Simone Manetti, l’importanza del racconto, per ricordare. Dal cinema al reportage

Uno scatto tratto dal lavoro di Simone Manetti “Labronic Cheerleader Team”, Riccione 2012

 

 

Simone Manetti, ?nasce a Livorno nel 1978. Nel 2008 si diploma in Montaggio al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e subito dopo, inizia la sua collaborazione con Paolo Virz?, che ancora va avanti, firmando il montaggio de ?L?uomo che aveva picchiato la testa? e del ?La prima cosa bella? il film selezionato come candidato italiano all?Oscar e per il quale ottiene le candidature per ?Miglior montaggio? al David di Donatello 2010, al Ciak d?oro 2010 e ai Nastri d?argento.?Parallelamente da qualche anno porta avanti progetti fotografici e reportage ottenendo pubblicazioni su riviste come ?Rolling Stone?, ?Look Lateral?, ?Vanity Fair?, ?A? e quotidiani come ?Repubblica? e ?L?Unit??.

 

-Quando, come e perch? hai iniziato a fotografare?

Quando ho iniziato a fotografare ? difficile dirlo, dipende che cosa si intende. Da sempre e?da pochissimo alla stesso tempo, ? la risposta che mi verrebbe pi? facile e immediata. Non?mi ritengo ancora un fotografo in senso stretto, ? troppo poco tempo che ho iniziato a farlo?con consapevolezza e con un minimo di ricerca ed ? da tantissimo che invece mi capita di?farlo per esigenza. Fotografo, per difetto. Non riesco, se non tramite le foto, a ricordare. Non?ho molta memoria, purtroppo, se non di sensazioni e, attraverso la fotografia, cerco di sopperire a questa mia?mancanza. Solo successivamente ? nato il piacere di?voler?condividere l? ?aiuto? dato alla mia?memoria, con gli altri. E solo in un secondo momento, ho capito che quei miei ricordi mancati?potevano diventare racconto e testimonianza, da l? la scelta di occuparmi principalmente di reportage.

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Giacomo Favilla: la fotografia, il sogno

Giacomo?Favilla, nasce a Livorno 29 anni fa.? Fotografo professionista, inizia la sua carriera con alcune?pubblicazioni su magazines nazionali (Digital Camera Magazine,?Attico). Dopo aver vissuto e lavorato ?a Londra si trasferisce a Milano dove entra?nel mondo della moda. Appena pu? torna in citt? perch? come spiega lui, non ? male tornare e fare il disoccupato all’Ardenza, e perch? la vita vera resta a Livorno.

-Quando, come e perch? hai iniziato a?fotografare?

La prima volta che ricordo avevo 10?anni, una favolosa Polaroid completamente gialla.

Inquadravo i miei giocattoli preferiti?e premevo il pulsante..?poi l’attesa e la curiosit? di vederli?apparire come per magia clonati sulla pellicola.

-?Dove vivi attualmente?

Adesso vivo a Milano, o meglio, lavoro?a Milano, la vita vera rimane a Livorno. Gli amici, la famiglia, il mare, la?favolosa miriade di piccoli paesini e borghi che abbiamo vicini.

-La foto che hai scattato a cui sei pi??legato?

Non riesco ad individuarne una in?particolare, me ne vengono in mente tante.

Tutte foto personali comunque, scattate?in bei momenti.

-Di che tipo di fotografia ti occupi?

Pubblicit?ria, Modaiola e Musicale.

Nel frattempo amo coltivare progetti?personali per sfogarmi un po’.

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