Vita da cani & C. Niki Bau Bau

Dall’odio all’amore per la piccola Dana

danaSi chiama Dana ed è una cucciola tenerissima che ha già conosciuto la cattiveria umana attraverso quello che avrebbe dovuto essere il suo ” amico” per sempre. Abbandonata e poi schiacciata con l’auto dalla persona a cu lei aveva dato fiducia e coccole, lasciata agonizzante sulla strada, nonostante le  sue strazianti urla di dolore e disperazione, Dana è stata soccorsa dalle volontarie del Canile Sanitario di Vieste che le hanno salvato la vita, anche se non sono riuscite a salvarle una zampetta ormai tranciata rovinosamente.
Dana ora dunque è tripode, ma questo non impedisce a un umano più umano del suo disumano ex padrone di amarla e farne un’amica fedelissima.
E’ bellissima, dolce e simpatica, ha circa 3 mesi ed è di taglia decisamente piccola.

Non lasciamola sola in questo momento della sua vita: se amiamo gli animali e abbiamo un posticino in più per lei diamole la gioia di una famiglia e la possibilità di vivere in una casa che la protegga dalla cattiveria del mondo.
Per informazioni e adozione- solo se veri cinofili- contattate il numero 320 5347038. Adottando questa sfortunata cagnolina farete un bel gesto di cui sicuramente non vi pentirete.

 

 

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Prova del dna per cani sporcaccioni

 

Ebbene sì, cari amici livornesi a quattro zampe, sembra che la pacchia stia davvero per finire. Il sindaco della vostra città, infatti, si è messo in testa di fare ordine anche nei parchi e sui marciapiedi , E sta pensando di seguire seriamente l’esempio del primo cittadino di Napoli, ma ancor meglio di quello di Berlino, che è stato il primo a prendere la decisione di stilare un registro del dna dei cani, per evitare che la sua città si riempisse dei loro escrementi.

Mi dispiace per i vostri padroni, che già mi immagino organizzare ripetute manifestazioni di protesta, ma la decisione di Nogarin mi trova totalmente d’accordo. Ne abbiamo piene le scarpe, per dirla come recita uno slogan rivolto ai cani maleducati. E poiché pestare i nostri bisognini non piace a nessuno, spero seriamente che ciò che il sindaco ha pensato, si concretizzi, con tanto di multe salate per i trasgressori. Essere il padrone di un cane, non può desimere dai propri doveri. Uno di questi, il più importante in una società cosiddetta civile, è proprio quello di rispettare l’ambiente e le persone, con regole semplici alla portata di tutti: un sacchettino e una paletta per raccattare i bisognini del proprio Bobi ( a volte veri e propri bisognoni) non richiede un grande sacrificio. E se Nogarin riuscirà a concretizzare la sua idea, anche noi cani gliene saremo grati. Se non altro perché in questo modo finalmente chi ci considera, non per colpa nostra, degli sporcaccioni da evitare come la peste, è probabile che cambi idea e incominci a vederci con occhio più ” umano”.

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Quando gli umani sono dei cani

A Firenze un automobilista investe e uccide un cane, scende dall’auto per prestare soccorso e i padroni dell’animale lo prendono a pugni. A San Vincenzo un commerciante esasperato dalla pipì che i vari Bobi lasciano in un angolo del suo ristorante, manda, per iscritto ai padroni degli stessi maledizioni terribili. Per contro a Cecina, una cagnetta muore nell’incendio di un seminterrato adibito ad appartamento perché tornata all’interno e sfidando le fiamme, nel tentativo di salvare il proprio cucciolo. La povera ” mamma a quattro zampe” in pratica è morta per amore. Scusate dunque se dico la mia: ma i veri cani in tutto questo quali sono?

 

 

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Cihuahua: è allarme rapimenti

cihuahuaSe il nostro beniamino è un cihuahua, come questo della foto che appartiene all’allevamento Fashion Pride di Raffaella Gozzi- Correggio (Reggio nell’Emilia info@fashionpride.it), teniamolo d’occhio e non lasciamolo mai incustodito. E’ infatti boom di rapimenti di cagnolini appartenenti a questa razza. E mentre nel 2014 i rapimenti denunciati  sono stati 1.400 mentre l’anno scorso il numero è più che triplicato, arrivando a 3.350 chihuahua scomparsi.

Ad allarmare i padroni dei mini cani su questa vera e propria “tratta” è l’Associazione italiana difesa animali ed ambiente, spiegando fra l’altro che fra i ” rapiti” solo pochissimi sono stati ritrovati.E che gli animali non vengono sottratti solo nei parchi o nelle aree  per cani, ma anche nelle case. Le città più colpite? Roma, Firenze, Milano, Parma, Napoli, le vittime sono quasi sempre chihuahua giovani in età riproduttiva e soprattutto femmine. E. secondo l’Associazione italiana difesa animali ed ambiente, dietro ai rapimenti c’è un clandestino mercato di riproduzione, che le forze dell’ordine non riescono a frenare.

 

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Se permettete sto con il cinghiale

So di inimicarmi tutti i cacciatori e premetto che rispetto, anceh se non la condivido, la caccia come usanza dell’uomo ( che un tempo però cacciava per sfamarsi e non per divertirsi come fa oggi).

Ma la caccia al cinghiale mi vede assolutamente contraria, perché si tratta di una pratica violenta sia per il cacciato che per il cane che accompagna il cacciatore: basta guardare in quali condizioni vengono tenuti i cani “da cinghiale” iniziati quando sono ancora cuccioli;  e i loro corpi spesso squarciati ( e ricuciti più volte) da chi, per sopravvivere, quando si sente attaccato ( il cinghiale appunto), specialmente se deve difendere i cuccioli, giustamente attacca.

Quella che riportiamo è una relazione dell’Associazione” Gabbie vuote” di Firenze ( info@gabbievuote.it), Associazione antispecista a difesa degli animali che riporta nel suo sito una frase del filosofo, giurista ed economista inglese Jeremy Benthan: ” La domanda che l’uomo si deve porre sugli animali non è ” possono ragionare o parlare”, ma bensì “possono soffrire?”.

Ecco quanto viene riportato sul sito di Gabbie vuote che vi prego di leggere con molta attenzione e poi, magari di commentare. Naturalmente si accettano anche critiche e pareri contrari. Siamo in democrazia, anche se gli animali ahimè non votano:

 

LA CACCIA AL CINGHIALE
(La mistificazione su cui si fonda una pratica crudele)

La Corte Costituzionale ha più volte dichiarato che “l’ambiente è un valore rilevante per la comunità mentre la caccia è mera facoltà di un gruppo”.
La caccia al cinghiale è il parente volgare della caccia alla volpe che gli inglesi stanno tentando di debellare.
Volgare o nobile la brutalità è sempre brutalità e non può trasformarsi in comportamento amorevole anche se i cinghialai (cacciatori di cinghiali) ce la mettono tutta per far credere di essere quello che non sono: tutori della natura.
Ma come possono pensare che i loro siti pieni di fotografie spaccone e sanguinolente, i loro comunicati farciti di arroganza e di menzogna,  riescano a trasformarli in paladini di quella natura che distruggono e violano?
Ecco qualche motivo di riflessione sulla caccia al cinghiale.

L’allenamento dei cani
Cuccioli di cinghiale (si evitano gli animali adulti perché, detto in gergo,  “spaccherebbero” i cani) vengono introdotti nei recinti affinché i cani si esercitino in quella che sarà poi la caccia vera e propria. Questi cinghialini terrorizzati cercano la fuga inutilmente. Vengono inseguiti per ore e ore fino a che soccombono impazziti di paura,  dilaniati dai morsi dei cani eccitati dal sangue e dalle grida dei cinghialai.
Ma anche il cane, giovane e inesperto può restare ferito, anche su di lui si accanisce il cacciatore per renderlo docile e adeguato strumento.
Viene pubblicizzato su internet, senza pudore, l’uso del collare elettrico vietato dalla legge; un collare per l’addestramento rapido che provoca scosse elettriche all’animale.
La legge n. 189 del 20 luglio 2004 punisce il maltrattamento degli animali a prescindere dal contesto in cui  il maltrattamento avviene. La legge n. 157 dell’11 febbraio 1992 regola le attività legali legate alla caccia ma se entro il contesto dell’attività venatoria un soggetto maltratta o incrudelisce su animali esulando dalle regole, la nuova legge si applica anche a tale reato. Quindi perché i cinghialini azzannati, perseguitati, uccisi dovrebbero sfuggire alla protezione della legge?

La vita dei cani
Vittime come i cinghiali, i cani vivono i due aspetti del maltrattamento: quello del periodo di caccia aperta e quello del periodo di caccia chiusa.
Durante la caccia i cani (per affermazione dei cinghialai stessi) vengono frequentemente feriti e uccisi dai cinghiali. Le ferite  possono essere di vario genere: da sfondamento, con fratture composte, scomposte o esposte, lesioni ad effetto iceberg, ecc.
I cacciatori si preoccupano di suturare, incidere, allargare la ferita, di ricollocare gli  organi fuoriusciti nel proprio alveo, “pinzare” le vene e le arterie per bloccare emorragie, come fossero veterinari provetti. Naturalmente tutto questo senza anestesia e dopo aver reso “inoffensivo” il cane. D’altra parte come fare se il veterinario non è lì con loro? Per salvare il cane devono intervenire e per imparare basta consultare le informazioni di pronto soccorso che molto dettagliatamente vengono dispensate su internet da veterinari professionisti.
Ma non è questa vivisezione?
A caccia chiusa i cani vengono condannati al letargo, prigionieri di canili lager, isolati nei boschi o ai margini delle città, spesso al buio, spesso legati a catena fissa e corta, ammassati in piccoli recinti rudimentali chiusi da teli verdi e spesso coperti da lamiere di eternit, con cucce fatte con ogni genere di materiale (dal cemento al legno putrido, ai bidoni….). Vengono nutriti a tozzi di pane secco buttati sul terreno infetto, tra gli escrementi; lasciati senza acqua o con acqua putrida in fondo a un secchio. Non c’è temperatura cocente o gelida che cambi le loro condizioni. I cinghialai che vanno ogni tanto a portare l’indispensabile cibo, neppure li guardano, meno che mai li accarezzano. Sono solo strumenti, se funzionano bene, altrimenti …
Eppure questi cani sono chiamati dalla legge 281 del 14 agosto 1991 “animali d’affezione”, la nuova legge 189 del 20 luglio 2004 prevedere anche il carcere in caso di maltrattamento e di detenzione non conforme alla loro etologia.

La caccia
La caccia al cinghiale è una caccia brutale che alimenta nell’essere umano sentimenti indegni. E’  anacronistica e anche pericolosa per l’uomo producendo più di 50 morti e quasi 200 feriti in un anno.
Una squadra costituita in media da 40 cacciatori ben armati (fucili sofisticati con ottiche da 12 e più ingrandimenti, tute mimetiche, cellulari, radio) con l’uso di una cinquantina di cani, si prepara alla braccata. Per cercare di eliminare ogni pericolo, vengono proposte (per esempio in Friuli) altane e protezioni alle poste, in questo modo i cacciatori, armati di tutto punto, protetti  degnamente, possono sparare dalla poltrona come veri uomini.
Una volta che i cinghialai si sono sistemati nelle poste assegnate, alcuni di loro, i canai,  seguono i cani alla ricerca delle tracce.
Individuato, inseguito, scovato e braccato il cinghiale i canai eccitati urlano nel loro primitivo gergo le informazioni agli altri cacciatori  fino a che l’animale in fuga passando davanti a una posta  viene colpito.
Succede che il cinghiale colpito non sia ancora morto e che, per risparmiare il pallettone, venga quindi sgozzato.
A fine cacciata i cinghialai si ritrovano al capanno per festeggiare l’avventura con una bella mangiata davanti agli animali sanguinanti appesi a testa in giù. Dopo i festeggiamenti e le fotografie di rito, gli animali vengono squartati e fatti a pezzi.
Citiamo, per completezza, la seconda via perseguita dai cacciatori: quella del bracconaggio. L’uso di trappole, tagliole, lacci e cavi d’acciaio, munizioni spezzate, battute in zone protette, richiami elettromagnetici, visori notturni, ecc.

Gli abbattimenti selettivi
I cacciatori (con la stessa sfacciataggine con cui si sono autodefiniti protettori della natura, cavalieri dell’ambiente) si preparano durante ogni mese dell’anno, attraverso i quotidiani di tutta Italia, ad instillare nell’opinione pubblica ma soprattutto in quella delle istituzioni, in particolare quelle provinciali, la necessità dirompente di eliminare i cinghiali.
Il motivo è sempre il solito,  sono troppi, e creano danni: devastano i raccolti, provocano incidenti automobilistici, sono causa della rottura delle attrezzature agricole, disturbo alle altre specie, di inquinamento genetico, di impoverimento dei parchi naturali; c’è addirittura chi li accusa “di mangiare gli avanzi del cibo dei cani”, chi “di introdursi nei giardini privati di villette bifamiliari”, chi di “assaltare i muri a secco” ecc. ecc.
Il danno all’agricoltura (che li rende alleati degli agricoltori)  è comunque il pretesto principale per continuare la caccia indiscriminata a fini commerciali, basti pensare alla enorme richiesta nei ristoranti di carne di selvaggina.
Per i cinghiali si coniano parole come: devastante presenza, allarme sociale, flagello, pericolo mortale, piaga insanabile; aggettivi in negativo come: smisurato, enorme, esorbitante, grandissimo, ingente, notevole.
C’è chi ne promuove l’eradicazione come in Veneto o a Capalbio ma tutti i cacciatori e loro associazioni ne chiedono senza sosta l’abbattimento selettivo,  per ridurne il numero, dicono.
Ma se i cacciatori uccidono i cinghiali durante tutto l’anno perché questi non diminuiscono?
Perché invece, secondo gli stessi cacciatori, aumentano, perché si diffondono anche dove pochi anni prima non c’erano, perché riescono a raggiungere isole a nuoto?

Il perché di un successo
I cacciatori dimenticano di dire che il piccolo cinghiale autoctono, meno prolifico,  del peso di circa 70 kg. è quasi completamente scomparso dall’Italia. Sterminato.
Non dicono che in Sicilia il cinghiale era storicamente assente, che nei colli Euganei, nel Conero, nel triangolo lariano, a Caprera e in altre zone il cinghiale non era presente e che ora c’è.
I cinghiali per i quali si richiedono a grandi voci gli abbattimenti selettivi in ogni periodo dell’anno, sono i cinghiali alloctoni, proveniente dai paesi dell’Europa orientale, pesanti circa 200 kg. e molto più prolifici.
Ma com’è arrivato questo cinghiale a popolare la macchia italiana? Attraverso le importazioni, introduzioni e  ripopolamenti promossi  dagli stessi cacciatori (quegli stessi cacciatori che oggi gridano alla mattanza).
Alle importazioni si aggiungono gli allevamenti, spesso abusivi,  che, soltanto in Piemonte, sono 144.
L’art. 10 comma 7 della legge sulla caccia dichiara che le Province devono predisporre piani di miglioramento ambientale tesi a favorire la riproduzione naturale di fauna selvatica anche tramite la cattura di selvatici presenti in soprannumero nei parchi nazionali e regionali. Che l’INFS (Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica) deve accertare le compatibilità genetiche degli animali immessi.
L’art. 19 comma 2 dichiara che le regioni per la migliore gestione del patrimonio zootecnico…
(ecc.) provvedono al controllo  delle specie di fauna selvatica esercitato di norma mediante l’utilizzo di metodi ecologici.
Inoltre l’art. 20 comma 1 dichiara che l’introduzione dall’estero di fauna selvatica viva, purchè appartenente alle specie autoctone, può effettuarsi solo a scopo di ripopolamento e di miglioramento genetico.
Non ci sembra che uccidere sia un metodo ecologico e che l’introduzione di cinghiali alloctoni  sia  compatibile geneticamente.

Metodi seri di controllo
Per controllare e mantenere nei giusti limiti la popolazione dei cinghiali e i danni prodotti, esistono vari metodi incruenti e poco costosi: recinzioni elettrificate, sterilizzazione, foraggiamento dissuasivo, campi coltivati a perdere, recinti odorosi, reti di protezione, segnaletica stradale, dispositivi ottici riflettenti ecc. già utilizzati efficacemente in altri paesi del mondo. Ma il sistema più semplice ed efficace, fra tutti,  sarebbe quello di vietare l’allevamento, il trasporto, la vendita, ecc. di animali vivi.

Riepilogo
Coloro che gridano “al problema” sono i veri e soli responsabili del problema.
Vogliono uccidere i cinghiali per coltivare il loro hobby, alimentare i loro commerci  e per farlo hanno bisogno di cinghiali da uccidere.
Poiché gli animali autoctoni sono già stati eliminati,  devono importare animali dall’estero.
Li importano, li allevano, li immettono e così facendo non si curano né degli agricoltori (con alcuni dei quali sono in affari), né degli automobilisti, né del mantenimento dei parchi, né delle leggi; si curano soltanto  della loro sanguinaria bramosia.
I cacciatori sono una ristrettissima  minoranza ma sono sostenuti dagli armieri, dai politici ricattabili, dai ristoratori, ecc.; i cittadini per l’ambiente sono la stragrande maggioranza suffragati dalla Corte Costituzionale ma, stranamente in questo paese, una maggioranza che non ha potere.
Nel frattempo le istituzioni pagano milioni di denaro pubblico per i risarcimenti agli agricoltori danneggiati e, soprattutto,  per i ripopolamenti a scopo venatorio.

Per concludere
I mass media, esclusi quelli di parte, per lo più si prestano a fare da portavoce alle intraprendenti associazioni venatorie senza approfondire l’argomento di cui scrivono.
Vorremmo visitassero i siti internet di queste associazioni, scoprissero il loro vero linguaggio, le immagini di cui vanno fieri, il loro mondo di sangue; vorremmo che si informassero del cosa, del come e del perché.
Infine, poiché i cittadini contrari alla caccia non sono affiliati ad alcuna lobby, dovrebbero concedere loro almeno la par condicio della parola.

Dalla lettera che Tolstoj scrisse intorno al 1899 a Elena Endreevna Telesova:
La vostra indignazione all’idea degli animali torturati e uccisi per soddisfare l’avidità umana non è sentimentalismo bensì un sentimento fra i più leciti e naturali – la compassione per gli animali è la più preziosa qualità dell’uomo e io come uomo sono tanto più felice quanto più la sviluppo in me”.

 

 

 

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Ciuci gattina speciale che non c’è più

Ciuci era una micina di 10 anni, razza europea tigrata, grigia e bianca e viveva in un giardino di una casa di Livorno, in piazza Lavagna. Di giorno girellava curiosando qua e là. Ma tutte le sere, puntualmente, tornava in famiglia per dormire nel letto con i suoi padroni. Era abitudinaria e molto diffidente e quando poche sere fa gli amici umani non l’hanno più vista si sono giustamente preoccupati, dando vita a un’accanita ricerca, tappezzando il quartiere con le foto di Ciuci e rivolgendosi anche al Tirreno per cercare aiuto. “Ciuci- spiega Lucia Pachetti, la sua padrona- era una gattina speciale. Il suo nome vero era Valentino perche’ inizialmente pensavamo fosse un maschio. Aveva come amico il piccione Piccio,il merlo,e tutti gli uccellini della zona, a cui non faceva mai del male. Non era mai diventata mamma e nonostante il suo carattere dolce e tenero,non permetteva a nessuno di entrare nei suoi spazi. Dopo pranzo se ne stava accanto a me in casa, e voleva dormire sul divano,mentre il pomeriggio del sabato faceva il riposino accanto accanto a Franco, mio marito. La sera ci aspettava davanti alla porta e alle 21,30 precise voleva andare a letto: dormiva tra di noi, alternando l’abbraccio come a dispensare l’affetto. Era la nostra piccolina. Non avevamo avuto figli e lei era a tutto diritto un membro della famiglia. Ma Ciuci era anche una piccola diva, tanto che i gatti del vicinato passavano le giornate in sua ammirazione. Non si faceva però avvicinare da estranei e non si allontanava mai dal giardino. Al massimo stava accovacciata sul muretto a osservare ciò che accadeva intorno… Forse qualcuno l’ha spaventata, Forse voleva inseguire qualcosa. E ha trovato la morte sulla strada, a pochi metri da casa, investita da qualcuno che non si è neppure premurato di soccorrerla, portata dal veterinario che non ha potuto salvarla, da una mano pietosa che l’ha soccorsa quando ormai era in fin di vita. Era soltanto un gatto ma per mio marito e per me rappresentava moltissimo e sapere che in un attimo se n’è andata, che probabilmente ha sofferto, che forse ha avuto anche paura, ci fa tanto male. Solo chi ha amato un animale e l’ha perso può capirci. Siamo disperati. Ciò che temevamo purtroppo si è avverato e la nostra Ciuci non verrà mai più a farci le fusa. Ma resterà soltanto un bellissimo ricordo della nostra vita”

Micia

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Gioia ha trovato casa e ringrazia

Gioia, la femmina di Labrador ( meticcia ma che importa?) di cui abbiamo scritto due giorni fa nel nostro blog, ha trovato casa anche grazie ai lettori del Tirreno. Siamo felici per lei ma preoccupati per tutti gli animali abbandonati che non avranno la stessa fortuna. E che, magari comprati o adottati a Natale da mettere sotto l’albero, sono già stati buttati al primo problema. Se volete un cane o un gatto o un altro animale, riflettete bene prima di decidere. Ma quando avete deciso per il sì, non cambiate idea al primo intoppo e cercate di prendervi le vostre responsabilità: da uomini.

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Mi chiamo Gioia ma sono tanto triste

Salve, mi chiamo Gioia, sono un labrador femmina di 9 mesie sono tanto triste. Ho il mantello color miele, gli occhi dolci e un carattere stupendo, come quasi tutti i cani della mia razza. Lo so che di animali abbandonati ce ne sono tanti e che non devo essere egoista, ma la mia è una storia disperata, di quelle che fanno venire la pelle d’oca; di quelle disumanamente umane, che purtroppo spesso restano impunite. Mi hanno sottratto a un padrone che conosce solo laviolenza e che mi ha preso probabilmente per capriccio. La mia vita con lui è stata un inferno ma per fortuna non ha inciso minimamente sulla mia educazione. Adesso sono in casa di una volontaria che mi coccola ma non può tenermi a lungo e in canile non mi ci vogliono mandare, perché dicono che ne morirei. Cerco perciò urgentemente un padrone che mi sappia amare facendomi dimenticare il male che ho ricevuto fino a ora. Sono disposta a un’assoluta fedeltà e starò buona buona anche in un appartamento, pur se un giardino mi renderebbe più felice. Vorrei restare in una zona fraCecina-  San Vincenzo-Campiglia- Piombino- Follonica Grosseto. Qualcuno mi vuole? Aspetto con ansia una risposta. E al solo pensiero di trovare finalmente un po’ di pace, la mia coda si muove all’impazzata!

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Anche i gechi vanno dal medico

 

Un geco di pochi centimetri di lunghezza e di  due grammi di peso è stato operato alla Clinica per animali esotici di Roma. Ora l’animaletto sta bene ed è  in procinto di tornarsene nel suo ambiente. Grazie al veterinario Nicola Di Girolamo, che con Paolo Selleri è intervenuto su di lui. Affetto da onfalite- infiammazione dell’ombelico dovuto a un residuo del ‘sacco vitellino’, simile al cordone, il  piccolo paziente che ha un elevato valore economico, ma soprattutto è importante per la conservazione della specie: se l’infezione fosse andata avanti sarebbe morto. E invece, grazie al laser, tutto si è risolto nel migliore dei modi e il piccolo rettile tornerà presto nel suo ambiente.

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L’assurda minaccia del cacciatore

“Dovete andare via. Non mi interessa quello che state facendo: se non ve ne andate giro il fucile e vi sparo”. Questa la frase pronunciata, anzi urlata un cacciatore di Treviso a dei volontari che passeggiavano insieme a un gruppo di ragazzi affetti da sindrome di Down. iL “gentiluomo”, tenendo sempre in braccio la doppietta con il colpo in canna ha anche minacciato di scaricare addosso a loro tutti i pallini. Il vergognoso episodio di intolleranza e inciviltà, segnalato  dall’Associazione italiana persone Down (e avvenuto nelle campagne di villa Paoletti a Mareno di Piave) mette in luce ancora una volta l’inciviltà dell’essere umano, che dovrebbe andare a scuola di bon ton dagli animali, per imparare cosa sia il rispetto.

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